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Essere poliziotte negli anni Settanta. La storia di Maria Del Puglia

Redazione Spazio70

«Faccio questo mestiere più che altro per rendermi utile, per non restare indifferente a questa società che ha bisogno di tutto»

«Per arrivare da lei occorre attraversare il cortile dove è morto Giuseppe Pinelli e dove hanno eretto un monumento al commissario Luigi Calabresi. Per parlare con lei occorre attraversare i corridoi e salire le scale un po’ sinistre della Questura in via Fatebenefratelli. Lei è la poliziotta numero uno di Milano, la dottoressa Maria Del Puglia.

ISPETTRICE CAPO AGGIUNTO

Sulla impeccabile divisa blu spiccano quattro barrette dorate che testimoniano il grado: ispettrice capo aggiunto, l’equivalente femminile del vice questore aggiunto. È il livello massimo che può raggiungere una donna che lavora nella polizia. Maria Del Puglia ha qualche rammarico di non poter diventare questore. Originaria di Santa Maria Capua Vetere, 47 anni, ha studiato legge con l’intenzione di diventare giudice, ma a quel tempo la magistratura era interdetta alle donne.

Ho fatto l’avvocato penalista per quattro anni, fra mille difficoltà perché ero una donna e preferivo difendere le donne. Le due cose insieme, nel Sud, più di venti anni fa, possono dare l’idea della situazione in cui mi ero andata a mettere“.

«IL MIO DESIDERIO? APPLICARE IL CODICE CON UMANITÀ »

“Mio padre, ex ufficiale dei carabinieri, avrebbe voluto che io facessi studi letterari, ma, soprattutto, che stessi lontana da quelle che definiva miserie umane. Ho disobbedito, ma sono riuscita a dimostrare di aver scelto la strada giusta, quella che compensa il mio desiderio innato di veder applicato il codice con umanità, quella che mi permetteva di difendere donne sedotte e abbandonate, maltrattate, donne omicide per motivi di onore, donne che avevano bisogno di tutela legale, ma anche di comprensione e di solidarietà vera”.

Nel 1958 la legge Merlin sancisce la chiusura delle case di tolleranza. Nel testo della legge si auspica, tra l’altro, la formazione di un corpo di polizia femminile così come ne esistono in quasi tutti i Paesi europei. Nel 1959 viene bandito un concorso e fra le prime allieve aspiranti poliziotte c’è anche Maria Del Puglia.

Dopo le prove scritte (temi di diritto penale, amministrativo e di famiglia) e le interrogazioni orali (giurisprudenza, medicina legale, leggi di pubblica sicurezza), le donne che hanno superato gli esami vengono ammesse alla scuola superiore di polizia.

«PREFERISCO USARE IL SORRISO INVECE DELLA PISTOLA»

Là imparano a rilevare le impronte digitali, fanno corsi di pronto soccorso, si esercitano al tirassegno, in piscina prendono lezioni di nuoto e di salvataggio, in palestra imparano le mosse di judo per la difesa personale. Non quelle per l’offesa assicura Maria Del Puglia che aggiunge di non aver mai sparato un solo colpo in sedici anni di polizia: “Preferisco usare il sorriso invece della pistola”, afferma, “e non ho mai dovuto pentirmi di questa scelta”.

“Fare l’avvocato mi aveva dato molte soddisfazioni”, dice ancora l’ispettrice, “ma la professione mi obbligava talvolta a difendere persone che non ritenevo meritevoli. Loro ne avevano diritto, ma io avevo la mia coscienza. Il concorso per l’istituzione di un corpo di polizia femminile fu bandito proprio mentre ero alle prese con questo problema. E così mi sono iscritta. Ma c’è anche un’altra ragione più profonda. Il magistrato lavora sui dossier, quando ormai tutto è accaduto. Io invece ho capito che avrei preferito lavorare nei momenti stessi in cui le cose accadono, vivere i drammi delle vittime e dei colpevoli. Per questo ho scelto questa carriera”.

«TRATTARE CON LE DONNE NON È FACILE»

Maria Del Puglia ha fatto la poliziotta prima a Livorno poi a Pavia infine a Milano. Lei e le sue sette collaboratrici si occupano principalmente di indagini di polizia giudiziaria relativi a fatti commessi o subiti da donne o da minori.

In pratica, la poliziotta capo Del Puglia, è la prima a raccogliere le lamentele delle donne abbandonate dai mariti, di quelle percosse dai loro uomini, di ragazze spinte a prostituirsi da presunti fidanzati disoccupati; ed è la prima a soccorrere donne, talvolta ragazze giovanissime, vittime di atti di libidine e di violenza; è la prima a interrogare le ladruncole dei grandi magazzini, a prendersi cura dei bambini abbandonati o maltrattati.

“Trattare con le donne non è facile”, dice, “la maggior parte di quelle che hanno commesso un reato e vengono interrogate danno subito generalità false. È difficile farsi raccontare i fatti. Da un maschietto di dieci anni si riesce a farsi dire tutto dopo mezz’ora, mentre con una bambina della stessa età è spesso un’impresa vana. Tuttavia, riusciamo spesso a essere utili alle donne in difficoltà, a convincerle che da noi possono trovare un consiglio amichevole. Succede che si presentino qui, magari in ciabatte, mogli scappate di casa per non essere picchiate dal marito. Cercano protezione per situazioni che magari durano da anni. Quasi sempre ci sono di mezzo dei figli. Allora è nostro compito chiamare i mariti, cercare di capire se, invece di una querela, non si può tentare una riappacificazione. Qualche volta è stato possibile e un nostro intervento è servito a calmare più di un marito violento. Ma non sempre le cose vanno come vorremmo. Ricordo di una giovane moglie che periodicamente veniva da me piena di lividi. Denunciava il marito, aveva per lui programmi e parole di fuoco. Poi tornava per ritirare la denuncia, pronta a sottomettersi di nuovo ai maltrattamenti di quell’uomo”.

«GLI ISTITUTI PER MINORI? NON SONO TUTTI DEI LAGER»

“Quanto ho fatto per convincerla a separarsi”, continua la Del Puglia, “per convincerla che un marito così sarebbe presto stata la rovina sua e del bambino! Ma aveva paura e finiva sempre per obbedirgli. Io tenevo d’occhio anche lui, un malfattore della peggiore specie, e una volta sono riuscita a prenderlo con le mani nel sacco e a mandarlo a San Vittore. Ma anche questo è servito a poco”.

Ragazze scappate dai collegi, dalle case di rieducazione, giovanissime trovate a prostituirsi sui viali della periferia sono le “pratiche d’ufficio” che più frequentemente coprono la scrivania di Maria Del Puglia.

“L’altro giorno”, racconta, “una pattuglia della polizia stradale ci ha segnalato che una ragazzina faceva l’autostop in periferia alle cinque del mattino. Era scappata la sera precedente da un istituto. L’hanno portata qui: non voleva parlare e dava in escandescenze. Ha addirittura rotto i vetri di una finestra perché voleva tagliarsi le vene. Qualcuno ha parlato di alterazioni dovute alla droga. Abbiamo fatto delle indagini, cercando di risalire fino alla sua infanzia, per capire le reazioni attuali. La storia è questa: era stata allontanata dalla sua famiglia e data a genitori adottivi che lei aveva amato con la più grande tenerezza. La madre adottiva era morta di cancro e per la bambina è stato uno choc tremendo, una perdita che ha alterato profondamente le sue condizioni mentali. Il padre adottivo si era dichiarato incapace di fare fronte a queste manifestazioni di disadattamento. Morale: era stata chiusa in un collegio, da dove era già scappata tre volte. L’abbiamo affidata a un altro istituto, uno del quale abbiamo la massima fiducia. Infatti non tutti sono dei lager come si crede. Veramente: in alcuni ci sono persone che si prodigano per il recupero di questi ragazzi difficili. Ora è là e noi siamo costantemente informate del suo comportamento. Non era drogata. Aveva soltanto bisogno di affetto”.

«SE FOSSE STATO PER I SOLDI, AVREI CONTINUATO A FARE L’AVVOCATO»

“Spesso arrivano qui ragazze disperate perché non hanno nessuno a chi rivolgersi. Dalle loro parole scopriamo che sono state avviate alla prostituzione dal padre o dalla madre, che hanno schifo della vita che fanno e seppur confusamente sono già disposte a cercare una soluzione”. Le soddisfazioni di ordine economico non sembrano essere la maggior attrattiva della carriera di poliziotta. “Se fosse per i soldi”, ammette Maria Del Puglia, “avrei fatto meglio a continuare il mio lavoro di avvocato. Ma non è questo che conta. Sono felicissima di fare la poliziotta e se potessi tornare indietro risponderei ugualmente a quel bando di concorso. Faccio questo mestiere più che altro per rendermi utile, per non restare indifferente a questa società che ha bisogno di tutto”.

Maria Del Puglia lavora dalle otto del mattino alle due del pomeriggio, dalle cinque alle otto di sera. Ma la poliziotta ha anche una vita privata: si occupa personalmente della casa, va in palestra, fa del nuoto. Ha un aspetto molto curato: capelli biondi corti a riccioli, grandi occhi nocciola ombreggiati da lunghe ciglia truccate, solo un po’ di rossetto lucido sulle labbra. “E poi ho un marito”, dice con un sorriso. “È laureato in fisica e fa il consulente. Il mio tempo libero lo dedico tutto a lui. Ci possiamo vedere talmente poco che quando siamo insieme abbiamo mille cose da dirci. Io non gli parlo quasi mai del mio lavoro: preferisco ascoltare i problemi della sua professione. In questo modo riesco a entrare almeno un po’ nel mondo che lo circonda per tante ore al giorno”.

È sposata, ma non ha bambini. Sente un po’ come suoi quelli che trova legati a un letto a piangere di fame e di disperazione, quelli che trova abbandonati e percossi, quelli che deve togliere a genitori indegni o che riesce a riportare alla madre vera. Poiché anche questi sono i compiti di una poliziotta».


Articolo di Franca Rovelli per «Epoca», 5 gennaio 1977