logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

«Bere e giocare a carte a fine partita? Non ci interessa». Gli ultras degli anni 80 nell’epoca d’oro del calcio italiano

Redazione Spazio70

Da un'inchiesta di Andrea Monti e Gualtiero Strano per «Epoca» (1984)

Sono una ventina, tutti giovanissimi. «Interisti di merda», urlano circondando la Ritmo nera targata Como, «dovete morire». Aldo Scaglia, 43 anni, metalmeccanico, non ha idea di come gira il mondo attorno agli stadi di questi tempi: scende dalla macchina, spiega che lui è un emigrato e tiene alla Roma fin da ragazzino. Sventola la sua sciarpa giallorossa, ma non gli credono. Gli rifilano una coltellata nello stomaco. Ora è all’ospedale romano di Santo Spirito, più morto che vivo.

Questo accadeva la scorsa domenica di campionato, vicino all’Olimpico alla fine di un incontro, Roma-Inter, che la squadra di casa aveva dominato senza affannarsi. Domenica 15 aprile, la stessa arena ospiterà Roma-Juventus. Ora, se un poveraccio rischia la pelle dopo una vittoria tranquilla, che cosa succederà in occasione della partita scudetto? Forse una battaglia campale?

Forse. Dipende dagli umori dei rissosi pretoriani che hanno trasformato il tifo calcistico in una guerra per bande. Può scapparci il morto. O soltanto una scazzottatura, qualche sprangata, insulti. Nessuno può dirlo, perché nessuno, neppure i protagonisti, sanno spiegare che cosa esattamente stia dietro agli slogan sanguinosi, agli «alè alè» urlati con rabbia, alle bandiere al vento e al rullo incessante dei tamburi, alla tensione che si convoglia nel rito domenicale della partita.

UNA VIOLENZA SENZA UN PERCHÉ

Il caso di Stefano Furlan, giovane tifoso della Triestina, morto per le manganellate di un poliziotto

Certo, non è una novità che sulle gradinate compaiano bastoni, pistole e pugnali, che si vada a caccia per una sciarpa con i colori avversari o per un’auto con targa forestiera. Eppure, mai come quest’anno, il mondo del calcio è sembrato così prossimo all’ultimo stadio. I verbali delle questure, le corrispondenze dai campi di serie A, B e C, somigliano sempre più a dei bollettini di guerra.

Soltanto nelle ultime settimane, incidenti a Roma, Trieste, Torino, Catania, Genova, Vicenza, Pisa, Milano e Ascoli. Bilancio: un giovane tifoso triestino, Stefano Furlan, morto per un colpo alla testa; 9 accoltellati; 31 feriti in maniera meno grave; un centinaio di arresti; due incontri terminati in gran fretta sotto una tempesta di arance, bottiglie, pietre; due invasioni di campo con tentativi di aggressione all’arbitro; un giocatore colpito all’occhio da una moneta lanciata con la fionda; decine di auto e di torpedoni con le gomme tagliate e i finestrini sfondati.

Dal 1979 un’industria del tempo libero, con un giro d’affari di mille miliardi all’anno di cui 150 di soli incassi, ha prodotto sei vittime, una cinquantina di accoltellati, centinaia di feriti. Entrare oggi in uno stadio, anche per il tifoso più mite, significa sottostare alle perquisizioni di polizia e carabinieri e poi scendere in trincea. Il pubblico dei distinti, non importa di quale fede, al «Meazza» di Milano, è bombardato per ore con giornali incendiati, sputi, immondizie. Si è arrivati persino a sganciare bottiglie piene di terra, sacchetti pieni d’orina. Durante una partita dell’Inter, un lavabo lungo alcuni metri è stato smontato e scaricato sui tifosi di una squadra basca. Una volta, nell’esaltazione collettiva, di sotto, è piovuto un ultrà della curva. Tutto questo, nonostante la buona volontà dei sociologi, senza un perché.

«ESSERE ULTRÀ NON SOLO DI DOMENICA. È UN MODO DI VIVERE»

Ore 12 di una domenica come tante, a Milano: i cancelli dello stadio Meazza si aprono su una partita importante. Dopo i lenti tornanti di cemento che portano all’anello dei popolari, nella piccionaia di un famoso teatro del calcio, gli ultras del Milan (ultra vuole dire extraparlamentare del tifo) dispongono i loro stendardi con i nomi di battaglia: «Brigate rossonere», «Fossa dei leoni». Ragazze sorridenti fanno la spola tra i gradoni. Per 500 lire ti vendono un adesivo plastificato su cui spiccano teschi e mitragliatori. C’è persino il profilo di una foto famosa, quella dell’autonomo milanese che, a gambe larghe e con il passamontagna, sta prendendo la mira. «Nulla resterà impunito», «Mai più senza fucile», «Noi siamo la violenza», recitano le scritte.

Alberto, studente di scienze politiche, gran capo delle «Brigate», ha un sorriso timido. Dice: «Non farti impressionare, sono solo parole in libera uscita. E poi come pensi di portare i ragazzi allo stadio? Facendoli gridare “Forza Milan?”». Roma Stadio Olimpico, curva Sud, nel mare in tempesta delle strisce giallorosse, degli stendardi con la lupa, degli slogans a ritmo di samba in onore dei brasiliani Falcao e Cerezo. Massimo, 19 anni, studente, è il «capovoga»: è lui che dà il tempo, che incita, placca (raramente), intona la canzone giusta al momento giusto. Gigi, 21 anni, operaio, è il suo vice. Fa freddo, ma indossa solo una maglia della Roma con le maniche rimboccate. «Tanto c’è il tifo che mi scalda…»

Grazia, la mente ordinatrice del gruppo, dice: «Essere ultrà, a Roma, significa anzitutto difendere una città bistrattata. Poi fare parte di un gruppo che per 90 minuti grida la sua allegria e la sua rabbia. Ultrà non lo si è solo la domenica: il resto della settimana lo passi a prepararti. E’ un modo di vivere…»

PLATINI: «SE AVESSI UN FIGLIO? NON LO MANDEREI DI CERTO A VEDERE LA PARTITA»

Una vita, un lavoro: sostenere la propria squadra contro tutto e tutti, risparmiare sulla discoteca e le sigarette (un ultrà spende in media un milione a stagione), trascorrere notti e notti a cucire e dipingere striscioni (il «Ti amo» giallorosso che ha accompagnato la vittoria romanista sulla Lazio ha stabilito un primato: 900 metri quadrati di stoffa, due milioni e mezzo di costo, mille tifosi che lo hanno montato e sventolato). Ma soprattutto partecipare come protagonisti, come comprimari o talvolta come semplici testimoni o incolpevoli vittime, a una guerriglia assurda, a scontri violenti e repentini che nessuno al di fuori della strana costellazione ultrà può comprendere e giustificare.

Qualche spiegazione razionale può essere offerta a una città messa a ferro e fuoco per 15 ore (è accaduto a Milano due anni fa) da due fazioni di calcioteppisti, interisti e romanisti, che hanno bruciato tram e treni, sfasciato vetrine e auto, si sono rincorsi, sprangati e accoltellati spedendo all’ospedale una quarantina di persone di cui sette in gravi condizioni mentre la polizia rincorreva vanamente questo incredibile «mordi e fuggi»? O ai fiorentini che in una domenica hanno contato diciotto feriti e dieci arresti? O a quei (pochi) abitanti di Nocera Inferiore rimasti alle finestre ad assistere al folle spettacolo di 30 mila persone coinvolte da un’inedita alleanza tra ultras e camorra in una rivolta «popolare» che, per una mancata promozione in serie B della squadra locale, ha fatto miliardi di danni, trasformato il centro in un campo di battaglia, bloccando, con barricare i collegamenti ferroviari e autostradali col resto d’Italia?

«Mah… Quale spiegazione? Non saprei», dice Michel Platini grattandosi la testa arruffata (si è appena svegliato ed è in ritardo per l’allenamento della Juventus). «In fondo il nocciolo del problema è semplice: se avessi un figlio, non lo manderei certo a vedere la partita. Qui si va allo stadio per vedere la propria squadra vincere a tutti i costi, mentre ci si dovrebbe andare per godersi lo spettacolo. Troppo fanatismo, troppo». Più articolato il giudizio di Alessandro Salvini, psicologo all’università di Padova che, sull’argomento, sta svolgendo una ricerca per conto del Coni: «Il tifo e la violenza negli stadi non sono quel pasticcio senza senso che sembra emergere dalle cronache. In realtà entrambe le cose sono il frutto delle regole che governano il mondo degli ultras. E’ un desiderio di identità, una naturale tendenza alla identificazione che nasce nel gruppo. Non c’è alcun spontaneismo occasionale. Il tifo violento è una rappresentazione, sempre la stessa, con diverse repliche. Per questo la coltellata allo stadio non può essere paragonata alla coltellata in una bisca. E’ una violenza particolare che ha regole diverse da quelle che disciplinano la delinquenza comune».

ZOFF: «NON VEDO MOLTA VIOLENZA NEGLI STADI. CE N’È DI PIÙ NELLA SOCIETÀ»

Quelli che sono o dovrebbero essere i protagonisti della domenica, i calciatori, offrono analisi diverse, meno sofisticate forse ma da un punto di osservazione più ravvicinato: il centro dell’arena. Oscar Damiani, 33 anni, attaccante del Milan, una lunghissima esperienza, dice: «Se noi vinciamo, sono loro che vincono. Se noi segniamo, sono loro, i tifosi, che segnano idealmente. Si identificano con il campione. Tutti, da ragazzi, abbiamo dato quattro calci al pallone, magari sognando di diventare giocatori famosi. Per la stragrande maggioranza questo non è avvenuto. Anzi, la vita si è fatta ora più dura, avara di soddisfazioni. Le gioie sono davvero poche. Ecco che allora si va allo stadio per vedere vincere e se si perde la sconfitta diventa un fatto personale, un’offesa, una ragione di vendetta».

«Ma non drammatizzerei, per carità… Nello stadio tutto è surdimensionato. E’ soltanto protagonismo». Dino Zoff, oggi preparatore dei portieri della Juventus e osservatore, offre un’analisi più rassicurante. «Tutti vogliono essere protagonisti, sempre e comunque. E il fenomeno è più evidente tra i tifosi. Conta l’esteriorità più che il contenuto, la parola più del fatto. No, non mi preoccuperei più di tanto per gli insulti feroci o le grida banditesche e sanguinarie. Soltanto mucchi di parole. Violenza? No, non vedo molta violenza negli stadi: ce n’è di più fuori, nella società».

«TUTTE LE SOCIETÀ DI CALCIO REGALANO I BIGLIETTI AGLI ULTRAS. MA SE SUCCEDONO CASINI, DIVENTIAMO TEPPISTI»

Milano, zona Corvetto. Il giovedì sera prima di ogni partita casalinga del Milan. In un bar (senza licenza per la vendita degli alcolici) si riunisce il «politburo» degli ultras del Milan: i capi dei «Commandos Tigre», delle «Brigate rossonere», della «Fossa dei leoni». In tutto, una ventina di ragazzi e ragazze dai 18 ai 24 anni. Roberto, capo della «Fossa», lavora come tecnico all’aeroporto: «La violenza noi non la vogliamo, non la cerchiamo, non la organizziamo. Anzi, proprio il folclore, gli striscioni, gli slogans sono una camera di decompressione della rabbia di molti ragazzi. Ma è chiaro che se deve succedere qualcosa in uno stadio di 80 mila persone, non succede in tribuna, a 50 mila lire il biglietto. Accade nel nostro settore che raccoglie i proletari, i disoccupati, tutti quelli che hanno veramente della rabbia in corpo». E questo giustifica le risse e le sprangate? «Parliamoci chiaro», interviene Stefano, 22 anni. «Siamo arrivati a un punto in cui, persino noi, non riusciamo a controllare la violenza. Ci sono odi stratificati da anni, antichi rancori, faide assurde. Adesso tocca ad altri intervenire. Il ministro degli Interni Scalfaro, ad esempio, che predica tanto, che vuole “spazzolare i violenti”».

Il «politburo» continua i suoi lavori assegnando i compiti per la domenica successiva. Qualcuno deve andare a prendere i biglietti alla sede del Milan. A proposito, quali sono i vostri rapporti ufficiali con la società e i club ufficiali del tifo organizzato? «Per noi il Milan è una fede», continua Alberto. «Ma questo non vuole dire che ci riconosciamo nelle sue strutture. Le partite a scopa e le bicchierate a fine partita non ci interessano. Quello che ci importa è portare la gente a Verona per 7 mila lire tutto compreso». Ma allora il Milan vi dà una mano… «Perché pensavate il contrario? Tutte le società di calcio, nessuna esclusa, danno i biglietti gratuiti agli ultras. Anzi, gli ultras sono più favoriti rispetto ai club ufficiali. Facciamo comodo. Arriva un nuovo acquisto? Tutti gli ultras all’aeroporto con bandiere e tamburi! La squadra è in difficoltà? Ci cammellano in aereo, 70 mila lire andata e ritorno, fino a Napoli. Certo, serviamo: poi però, se c’è qualche casino, tutti ci danno addosso. Diventiamo teppisti».

FRAIZZOLI: «SONO STATO RICATTATO ANCHE IO. LASCIO IL CALCIO PER DISGUSTO E PAURA»

Un articolo dell’Unità sul caso del tifoso austriaco Wanninger

A questo punto, nel meccanismo apparentemente illogico del tifo violento, si inserisce un elemento insospettato di razionalità. Secondo le testimonianze concordi dei diversi gruppi ultras, tra società ed estremisti del tifo esiste un collegamento diretto che pochissimi dirigenti sono disposti ad ammettere. In realtà facilitano le trasferte e l’ingresso allo stadio (biglietti e abbonamenti gratis, aerei sotto costo) e in contropartita ricevono un sostegno esasperato. Ma non basta. Quando le richieste degli ultras vanno al di là di ciò che i dirigenti sono disposti a concedere, si giungerebbe a veri e propri ricatti: o ci date qualche centinaio di biglietti gratuiti oppure vi facciamo squalificare il campo.

Questi episodi devono essere frequenti e abbastanza diffusi se l’onorevole Antonio Matarrese, presidente della Lega professionisti, ci ha dichiarato: «Purtroppo è vero: alcuni presidenti sono caduti nel ricatto dei delinquenti, i quali, in assenza di sovvenzioni, minacciano di far penalizzare la squadra e il campo. Negli ultimi tempi, però, la catena si sta spezzando». Ivanoe Fraizzoli, ex presidente dell’Inter, ha uno sfogo accorato: «Sì, spesso i presidenti di società sono sottoposti a pressioni gravissime. Sono stato ricattato anche io. Qualche volta ho resistito, altre ho ceduto per viltà. Ricordo la prima volta che mi chiesero di entrare gratis. Fu una decina di anni fa, a un’Inter-Bologna di coppa Italia. Risposi che non se ne parlava neanche. Fui minacciato. Poco prima della partita decisi di cedere, ma a quel punto i biglietti non li volevano più: sfondarono i cancelli e per ripicca si misero a tifare Bologna. Mi creda, se esco dal mondo del calcio è anche per queste cose. Per preoccupazione, per disgusto, per paura».

Fraizzoli fa implicito riferimento a uno degli incidenti più gravi della storia recente del calcio. Mercoledì 7 dicembre 1983. Una partita di Coppa delle coppe, Inter-Austria Vienna, innesca una spirale di vandalismi che si conclude con una caccia all’uomo. Gerhard Wanninger, un giovane tifoso austriaco, è intercettato da una «volante» di 80 teppisti che sta rastrellando i dintorni dello stadio e viene ridotto in fin di vita a coltellate. Sotto accusa il gruppo dei «Boys», gli ultras dell’Inter. Finisce in carcere il loro capo, un operaio di 27 anni.

«CI DICEVANO DI SOSTENERE LA SQUADRA»

Inter-Austria Vienna: un caso esemplare. Le violenze di quella sera furono una rappresaglia nei confronti dell’Inter che non aveva ceduto a un ricatto? Si parla di 300 biglietti gratuiti e in precedenza di mancati sconti sulla trasferta in Austria. […] Qualche giorno prima dell’incontro, il capo degli ultras salì le scale della sede neroazzurra, in Foro Bonaparte, a Milano. Qui ebbe un incontro con Sandro Mazzola, consigliere delegato della società. Tema: come prevenire eventuali violenze. Il capo dei «Boys» si dichiarò disposto a collaborare, sequestrando gli oggetti contundenti. Ma non servì a nulla. Dall’episodio emergono interrogativi senza risposta. Perché l’Inter si attendeva incidenti proprio quella sera? Temeva una ritorsione? E ancora: perché negare i rapporti con i «Boys»?

Soltanto nell’ultimo periodo incontrarsi con gli ultras dell’Inter è diventato un problema. Il gruppo sembra svanito nel nulla. Per arrivare a Marco Pisu, 28 anni, sposato, un altro leader, bisogna attraversare una fitta griglia di telefonate e contatti semiclandestini. «Il rapporto con la società c’era eccome», conferma Pisu, «anche se a livello non ufficiale. Ci chiamavano e ci dicevano: mi raccomando, ragazzi, sostenete la squadra». E la storia dei ricatti? «No, non abbiamo mai ricattato nessuno. Eravamo conosciuti. Ci avrebbero arrestati».

«TORNATE VINCITORI, SENNÒ ANCHE LE PIETRE SI RIVOLTERANNO CONTRO DI VOI»

Eppure le storie di spranga e di coltello non spiegano la vera essenza del tifo ultrà, che invece affiora a colori squillanti nel folclore delle rarissime domeniche in cui stando alle cronache non succede niente. L’impressione è che più della rabbia cieca possa la goliardia, l’infantilismo, la voglia di far baccano con gli amici. O forse più semplicemente la stupidità. Non si potrebbe spiegare altrimenti il comportamento di quei tifosi udinesi che hanno scoperchiato una tomba, rubando cranio e tibie per poi depositarli davanti alla casa di Zico con un cartello: «Chi tocca Zico muore!». Oppure i due polmoni di vitello in decomposizione inchiodati dagli ultras del Torino sulla porta degli spogliatoi juventini al tempo in cui Bettega lottava contro la tubercolosi. E ancora la spavalderia del capo degli ultras sampdoriani che, facendo riferimento agli odiati cugini del Genoa, spiega: «La parola ultras vuol dire: Uniti Legneremo Tutti Rossoblù Ancora Sangue».

Ma le corbellerie non sono monopolio esclusivo degli estremisti del tifo. Qualche volta ci rimane impigliata anche l’Autorità. Un esempio: il vescovo di Avellino – già noto per aver elevato preghiere «per la salvezza della nostra squadra» (dalla serie B) – ha benedetto il treno che portava giocatori e tifosi in trasferta con questa formula: «Tornate vincitori, sennò anche le pietre si rivolteranno contro di voi». E ha indicato sorridendo i sassi della massicciata.

«Stupidi e violenti sono i prodotti della società, non certo il calcio», dice Giuliano Terraneo, portiere del Torino. «A volte, però, le esasperazioni sono incoraggiate dai giocatori: il vittimismo, i piagnistei inutili, le corse per inginocchiarsi sotto la curva, attizzano la tensione e l’ho anche detto ai miei compagni. Il guaio è che abbiamo perso il gusto del gioco. Io preferirei fare 4 a 4 piuttosto che 0 a 0, così chi ha pagato il biglietto si diverte. Ma è impossibile. Già li vedo, i processi del lunedì, in tv e sui giornali: perché Terraneo ha preso quattro gol?»

RIVERA: «NON SONO AFFATTO CONVINTO CHE LA SITUAZIONE SIA COSÌ GRAVE»

Certo ad alzare la tensione delle curve d’Italia contribuisce anche l’informazione sportiva che con una terminologia guerresca ereditata dal Ventennio ogni giorno monta, manipola, esaspera lo spettacolo e l’attesa. Ma questo non può essere un alibi per gli altri abitanti del pianeta Calcio. Dirigenti, arbitri e allenatori minimizzano il fenomeno. Gianni Rivera, vice-presidente del Milan: «Non sono affatto convinto che la situazione sia così grave». Paolo Casarin, arbitro internazionale: «Quella negli stadi è una violenza minore, esagerata un po’ da tutti». Enzo Bearzot, allenatore della Nazionale: «La violenza? E’ una storia vecchia di anni e in fondo meno grave di quanto si vuole fare credere».

Può anche darsi, ma il calcio è nato come gioco, spettacolo, divertimento e invece si sta trasformando, oppure lo è già, in una riunione di 50 mila persone che vanno allo stadio per scaricare le proprie tensioni con la certezza, rara di questi tempi, di poter identificare subito l’avversario su cui inveire.

E allora che fare? Sergio Campana, presidente dell’Associazione calciatori, riprende una proposta lanciata da Gianni Mura su Repubblica e chiede una domenica senza calcio per sensibilizzare l’opinione pubblica. Roberto Bettega, uno dei senatori italiani della pedata, suggerisce l’opposto: giocare due volte alla settimana per sdrammatizzare l’attesa dei tifosi e della stampa. Enzo Bearzot richiama gli allenatori alle loro responsabilità: «Cominciamo a insegnare ai nostri calciatori che si possono prendere botte e alzarsi senza scene madri, che una parte importante del loro lavoro è fatta di lealtà e di rispetto per gli avversari». Paolo Casarin chiede agli arbitri «sempre più attenzione ed esperienza, meno protagonismo».

«LE BIGLIE DI FERRO? NE SEQUESTRANO SACCHI INTERI, PER NON PARLARE DEGLI AGRUMI: NE HANNO CONFISCATI 800 KG»

Altri, la maggioranza, vanno più per le spicce, come Dino Zoff: «Sono soltanto teppisti, delinquenti da estirpare con operazioni di polizia». Ma la polizia e i carabinieri ci sono già e spesso in grande numero. Le perquisizioni ai cancelli non impediscono però che nello stadio circolino armi e oggetti contundenti. Non c’è da stupirsi che le gradinate siano diventate una specie di porto-franco per i violenti, basti pensare che allo stato «Meazza» di Milano prima delle partite più importanti entrano scavalcando i cancelli fino a 2000 persone.

A Milan-Juventus sei ore prima dell’inizio della gara, c’era addirittura un ragazzino che scorrazzava in motorino sugli anelli dei popolari. Il presidente Fraizzoli mostra una biglia di ferro che tiene sul tavolo come promemoria: «Questo è il genere di mercanzia che circola negli stadi. Ne sequestrano sacchi interi e non le dico degli agrumi: qualche domenica ne hanno confiscati 800 chili, roba da matti. Mandare i carabinieri sulle gradinate? Neanche a parlarne. Se sono pochi rischiano di essere buttati di sotto, se sono tanti ed entrano in azione scoppia il panico e qualcuno potrebbe morire calpestato nella fuga».

Mentre continua il dibattito sulle proposte per disinnescare la violenza, torniamo per un attimo sui gradoni di cemento dello stadio. Chi scrive deve confessare che, degli incontri seguiti per questo servizio, non ha visto granché. Nel marasma, sotto le bandiere che ti avvolgono, tra mille persone che si agitano in piedi per 90 minuti, che piangono, saltano, sventolano sciarpe, lanciano mortaretti, imprecano all’arbitro, al negro, al portiere, alle mamme altrui, il campo lo guardi a spicchi, tra i ritagli di una folla che ti assorda. Il gioco, lo intuisci solo dallo scoramento o dalla gioia dei primi della fila. Che non sia proprio questa la malattia di cui soffre il calcio?