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«Con il suo acquisto capii che si stava organizzando una vera squadra». Gigi Martini ricorda Re Cecconi (1977)

Redazione Spazio70

Da un articolo di Franco Melli per il Corriere della Sera

«Cecco aveva una gran voglia di vivere, doveva sempre trovare una cosa nuova, un’idea». Nel pianto sommesso di chi gli ha voluto bene, in una mattina di gelidi accertamenti all’Istituto di medicina legale, un pugno di ricordi che sembrano respiri appannati sfilano via come dei fermagli strappati d’una collana. Insieme a Luigi Martini, lo Zatopek della Lazio che con Luciano Re Cecconi aveva dato l’idea di costruire ai tempi dello scudetto una Maginot calcistica di centrocampo, si prova a rincorrerli, a racimolarli, nella pietosa ricerca di resuscitare un mondo dissoltosi troppo in fretta.

«ANDAVAMO D’ACCORDO, UNO AVEVA QUELLO CHE MANCAVA ALL’ALTRO»

«Ho conosciuto Luciano nel 1970, alla Compagnia atleti della Cecchignola. Eravamo militari e lui mi teneva allegro, alla mensa e un po’ ovunque. Era un generoso. Lui, all’epoca, era del Foggia e io del Livorno. Abbiamo subito familiarizzato, perché io ero un taciturno e lui un estroverso. Andavamo d’accordo, uno aveva quello che mancava all’altro. Poi ci siamo persi per un po’ di vista, ma da quando arrivò alla Lazio abbiamo ricominciato a fare tutto assieme. Io ero venuto l’anno prima, l’anno della serie B. Con il suo acquisto capii che finalmente si poteva organizzare una vera squadra…»

Gigi Martini racconta a bassa voce, ogni tanto, s’interrompe. Sembra più pallido e smagrito del solito, gli occhi stralunati dopo una notte d’incubi. Ancora non crede. Ancora non vuole credere che il «fratello» di tante partite e di tante speranze sia solo un corpo esanime, su un tavolo d’obitorio. Insieme avevano sempre giocato e l’inarrestabile progressione dei giorni non aveva mai avversato i loro giochi. Avevano giocato a fare i pistoleri in certe vigilie stressanti all’epoca del boom, avevano giocato da paracadutisti e avevano giocato pure con il successo di calciatori inurbati, esplorati e frugati di continuo per capire chi fossero e come avessero potuto trasformarsi in protagonisti dopo essere stati personaggi anonimi presi dalla strada.

«LE GIORNATE BRUCIAVANO IN FRETTA, SAPEVAMO DI ESSERE TROPPO FORTUNATI»

Martini e Re Cecconi in versione «paracadutisti» (fonte: sslaziofans.it)

«Era una favola», singhiozza Martini, «e adesso è finita! Tutto è cominciato da quello scudetto, da quel brindisi… Ora capisco perché forse con Cecco si stava così tanto insieme, non ci si lasciava mai. Forse avevamo inconsciamente paura di essere troppo fortunati, nella Roma del cinema, nella Roma violenta e delle borgate. Ma allora chissà… Le giornate bruciavano in fretta: allenamenti, ritiri e poi la partita della domenica e la classifica. Quindi l’estate che arrivava subito e subito finiva. Noi avevamo bisogno di altro, tra noi sopravviveva l’allegro desiderio di sapere chi fosse il più abile, il più bravo. Io tiro in porta meglio di te, io faccio passaggi meglio di te, io ho fiato più di te…».

Proprio nel rispetto di questo spirito di emulazione, «Cecconetzer» – com’era stato soprannominato – decide di prendere il diploma di paracadutista dopo aver avuto come il compagno di centrocampo l’hobby delle armi, in una Lazio un po’ «naïf ».

«Ricordo il primo lancio a Pisa”», racconta Martini, «su un C 119, un vagone volante. In cielo, prima di buttarsi col paracadute, lui mi fa: “Gigi e se non si apre?”. E io: “Dai Cecco, non ci penserai mica adesso…”. Poi abbiamo effettuato il secondo e il terzo lancio a Torino, per il diploma. Era diventato bravissimo. Era un coraggioso. Per me, come per lui, tutto era un’avventura».

NON C’ERA MARTINI SENZA RE CECCONI

L’avventura ha per epilogo un ultimo assurdo gioco. E per Martini, il gemello siamese, è come se sia finita la Lazio dei vivi e dei più bravi, la Lazio dei guastatori che davano la paga agli squadroni del calcio milionario.

«Quando capii che era davvero forte era del Foggia, mio avversario. Salvò sulla linea in tuffo un gol di Chinaglia. Quando capii che s’era innamorato ormai anche del paracadute fu dopo un lancio complicato a Torino. C’era vento, finì fuori direzione in un fosso di rovi. Si graffiò. Io gli dissi che era forse meglio lasciar perdere. Ma lui era felice come un bambino. Era felice anche l’altro giorno perché col mio monomotore SIAI siamo passati sopra il balcone di casa sua. Com’è bello volare, mi diceva. Ti invidio e un po’ mi dispiace per non aver preso il diploma di pilota di secondo grado come te. Più avanti, chissà…».

Vivevano in simbiosi, dicevano i diaristi. Non c’era Martini senza Re Cecconi. E anche in campo si cercavano: l’uno era per l’altro, un punto di riferimento, un compagno di cordata. Giorni indimenticabili all’interno di una Lazio che pareva improvvisamente diventata una specie di Disneyland.

«Ultimamente però dopo l’infortunio era diventato nervoso. A stare fuori squadra soffriva. Pochi giorni fa il dottor Ziaco gli disse che la gamba andava meglio e che sarebbe rientrato a fine mese. Di colpo era tornato burlone e scherzoso; di colpo gli era tornata la voglia di stravivere. Credo sia stato tradito proprio da questo».

Smettiamo di ripercorrere i fantasmi del passato. Non serve a niente.

«Mani in alto, questa è una rapina». Martini ripete le parole della morte nell’ultimo gioco alla collina Fleming.