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Tra siringhe e manicomi. I fantasmi di Gerry Sperandini, l’ultimo «imperatore» di Roma

Sebastiano Palamara

Sin dagli anni Cinquanta, Pasolini aveva visto con chiarezza il «genocidio culturale» che la società dei consumi stava attuando su tutte le realtà «particolari», non ancora completamente omologate al «dio» denaro. Ciò che si vede nel film di D’Alessandria avviene a genocidio già compiuto

«Ma chi sei te? Io so’ er caimano bianco detto er fijo de na mignotta, er killer più feroce de tutta New York». È il 1987. Esce nelle sale cinematografiche L’Imperatore di Roma, l’ultima allucinatoria vampata di neorealismo del cinema italiano. Infischiandosene del mercato, il film di Nico d’Alessandriai riesce a vincere il premio della Confederazione dei Cinema d’Arte e d’Essai. Una specie di miracolo, se si pensa a ciò che è stata la gestazione della pellicolaii: dirla difficoltosa risulterebbe smodatamente edulcorante, più appropriato definirla ai limiti dell’irrealizzabilità. Nessuna professionalità attoriale, mezzi tecnici imbarazzantiiii, budget inferiore a quello di un turista medio in visita nella Capitale con cinepresa incorporata. Ad ogni istante, raptus nervosi incombenti. Letteralmente.

UN FILM CAPACE DI TRASMETTERE SRADICAMENTO E FOLLIA, DISAGIO ESISTENZIALE E SOCIALE

Il protagonista, Gerardo «Gerry» Sperandiniiv, si trovava in manicomiov, pardon, in un ospedale psichiatrico, quando Nico d’Alessandria si convinse che proprio quell’uomo, dal volto stravolto, eppure bellissimo, coi tratti di un guerriero vichingo e con la fierezza di un eroe omerico, avrebbe interpretato sé stesso in quella assurda e indimenticabile pellicola: «Io ho iniziato a bucarmi a dodici anni. Stavo già con la siringa ar braccio». È il magistrato di sorveglianza ad affidarlo al regista per il periodo delle riprese: «Abbiamo vissuto insieme per trenta giorni», ricorda Nico d’Alessandria, «anche di notte, perché era assolutamente rischioso lasciarlo da solo». Nel set a cielo aperto di una Roma fantasmatica, Gerry diventa un Achille di borgata, orgoglioso e paranoico, cosciente e insieme strafottente che gli dei abbiano deciso per lui un destino breve, senza neanche l’equivoco di una gloria transitoriavi. Che non traggano in inganno, però, le citazioni alte: in questa pellicola non c’è nessuna retorica, niente più messaggi, al diavolo la redenzione.

«Lanciamo un messaggio» dice Gerry, un attimo prima di scagliare nel Tevere un bottiglione di grappa appena scolato in compagnia del «professore», un uomo in mutande che barcolla sotto ponte Sant’Angelo bofonchiando amenità con un paio di zoccoli ai piedi… «Professore, professore, professoree». Lasciate ogni speranza voi ch’entrate. Il rischio che corre chi passa vicino all’abisso – scriveva Sartre – non è tanto il finirci dentro, quanto quello di buttarcisi. Il film trasmette sradicamento e follia, profondo «disagio esistenziale e sociale, non certo malattia clinicavii». Ininterrotta disperazione senza scampo, nondimeno costeggiata da una bellezza struggente. Quella di una Roma semi-abbandonata e spettrale, Roma con le sue rovine, una città morta su cui incombe il vuoto. L’inesorabile basso impero di un’intera generazione. «Bella gente che incontri oggi, ammazza…non è come dieci anni fa, i «vecchi» o so’ morti, o se ne so’ annati via, o stanno in galera…», farfuglia a un certo punto Gerry. L’orizzonte urbano come residuo allucinatorio: «Si chiama Gerry, ma lo si potrebbe pensare anche come Nerone o Commodo. Pure lui desidera trovare la morte nell’arena, magari con un ultimo “buco” di addio. Pure lui ama Roma, anche se è un amore-odio, e vorrebbe distruggere il Colosseo a picconate», spiega il regista Nico d’Alessandria: «Ricordate Accattone di Pasolini? Accattone muore per un banale incidente di motocicletta alla curva del ponte del Mattatoio. In quella stessa curva cade l’imperatore di Roma ma si rialza imprecando, pronto a riprendere la strada a piedi. Una strada diretta chissà dove, forse verso il nulla».

UN NON-SENSO AL QUALE NON SFUGGONO NEMMENO GLI «INTEGRATI»

Sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, proprio Pier Paolo Pasolini aveva visto con chiarezza il «genocidio culturale» che la società dei consumi stava attuando su tutte le realtà «particolari», quelle non ancora completamente omologate al dio denaro e all’unico immaginario con cui questi andava imponendo il suo culto. Ciò che si vede nel film di D’Alessandria avviene a genocidio già compiuto e cosa ancor più rilevante sembra ricordare che il peggio non è passato, l’inferno non è da venire, c’è già, è qui. È il presente. «La fine del mondo c’è stata», dice d’Alessandria «ma è tornato Lui, a portare la vita e a rifondare l’Impero. Ma il sogno finisce ancora prima di iniziare». Un Pasolini sprofondato nel peggiore degli abissi. Il senso logico è rimasto ai margini, «strafatto» anche lui. Tic e spropositi. «Daje, daje, daje», dice Gerry mentre prende a calci una staccionata. Insensatezza pura, tra chiese e buste d’eroina, aghi e riff di chitarra. Schiaffi al nulla, significanti in libertà come accurata disgregazione di qualunque specularità del piano d’ascolto, il filosofo Gorgia e Citti l’Accattone, tutto imploso e precipitato. Un’estetica nichilista tra schizofrenia e spazzatura, rovine imperiali e letti di contenzione: «Slegatemi, slegatemi, slegatemi, slegatemi».

Gerry, però, conserva una sua purezza, non conosce calcoli, ipocrisie, non parliamo poi di ambizione. «Il tempo s’è fermato, il tempo è impazzito», dice come uno Shakespeare fatto di speed in una borgata della Prenestina. Time is out of joint. Si diceva dei mezzi tecnici, imbarazzanti, per non parlare del doppiaggio: improbabile davvero, «slabbrato» e asincrono, eppure a suo modo esemplare, almeno nel restituire la differita costante tra l’esistenza polverizzata di Gerry e il vuoto dell’essere, il non-senso a cui non sfuggono neanche gli integrati, i «normali», quelli che nella pellicola allucinata di d’Alessandria sfilano accanto al nostro anti-eroe, perlopiù con indifferenza e disprezzo, talvolta incuriositi. Figure diafane anche loro, marginali quanto i «rifiuti» umani risucchiati dall’horror vacui di una città senza più speranza alcuna. Altro che anni di piombo. Inumazioni premature nel clima surreale dell’antica città imperiale, incubi di un Edgar Allan Poe resuscitato nell’Italia dei paninari.

«GERRY» RINNOVA IL MITO DELLA FONDAZIONE DI ROMA

Gerry si ferisce con una spina, fa uscire una goccia di sangue, per «i caduti per Roma», gli amici morti di «robba». Alcune scene, come quello strano pestaggio – quasi al rallentatore – che Gerry subisce, sembrano uscite direttamente da altre due menti geniali (e sconvolte), quelle di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Rifiuti umani emersi dagli interstizi categoriali di un mondo che si è fatto prigione a cielo aperto. Nell’insonnia tormentata di una notte passata a delirare tra i marmi dei Fori, Gerry rinnova il mito (l’incubo?) della fondazione di Roma: «Non devo morire, non devo dormire, sempre in avanti, la direzione è sempre in avanti. Dovemo rimette in moto le lancette dell’orologio. Verrà fatta giustizia, e gli infami verranno cacciati da questa città, famo rifunzionà la vita (…). Andate a portare soccorso ai fratelli. Compagni, camerati, venuti da così lontano, dormite, c’è il vostro comandante che veglia su di voi. Ve daremo case e palazzi, e i parchi giochi pe’ gioca’ co’ i regazzini. (…) Tutte le legioni imperiali sono in cammino, e presto arriveranno a Roma, a liberare i miei figli. Sempre in avanti, nun ve fermate. So’ passati duemila anni, ma so’ riuscito a resta’ sveglio. Dovemo riaprì le stazioni, aggiusta’ i binari, pulire le pietre. C’è stato il nubifragio, la fine del mondo, so’ scoppiate le condutture. C’è stato er terremoto (…) so’ tutti morti. Dovemo riportarli in vita. Ma che, devo morì? Damoje qualcosa pe’ vestì. Nascerà un’altra volta Roma, e io non cercherò la vendetta. I giovani se potranno buca’, e nessuno morirà pe la strada. Non ci saranno più infami, le donne saranno felici, e noi potremo suona’ le nostre canzoni. E mi fijo…a me!». Il tempo si è fermato, il tempo è impazzito. Merita una menzione speciale la colonna sonora del gruppo-meteora Tan zeroviii: bellissima.

NOTE

i Il regista Nico D’Alessandria (Roma, 10 dicembre 1941 – Roma, 22 dicembre 2003) diceva di sé: «Sono nato/morto al cinema con Rebecca la prima moglie. Sono nato/rinato con il cinema-verità. Sono stato vicino al cinema sperimentale e al cinema militante. Da morto, al cinema, ho cominciato a sognare di vivere in un film e tante volte la stessa sequenza finale. Per radio ho dato parola all’immagine della follia: Processi mentali. Mi hanno costretto a essere imprenditore e ho soppresso il contabile. Ho pedinato la vecchiaia: Passaggi. Ho visto camminare per Roma L’imperatore. Ho fatto della mia vita un film… L’amico immaginario». Questa la sua filmografia, purtroppo definitiva: Il canto d’amore di Alfred J. Prufrock (1967), Occupazione delle case a Decima (1973), Processi mentali (1978), Passaggi (1980), L’imperatore di Roma (1987), L’amico immaginario (1994).

ii Girato nel 1985, il film arriva in sala – appunto, quasi per miracolo – solo due anni dopo.

iii Nico d’Alessandria: «Lo girai muto, in 35mm, eravamo in tre, io, l’operatore Roberto Romei e Giuliana Mancini, lo sonorizzai dopo con le voci dei protagonisti, e lo montai personalmente. La pellicola era la più economica, la ORVO, che mi feci mandare dalla Germania Est. Con seimila metri feci il film».

iv Nel film il suo nome è leggermente modificato in Girardo Robertini.

v Il regista Nico d’Alessandria: «Quando iniziai il film il protagonista Gerardo Sperandini era internato all’ospedale psichiatrico di Aversa, dove il padre, maresciallo di polizia, lo aveva fatto rinchiudere andandosi a raccomandare personalmente dal giudice (“Per un po’ di tempo” – diceva – “perché si riprenda” – come ho raccontato nel film)». Nella scena del film che d’Alessandria cita, il giudice, una donna, legge il casellario di Gerry: «Furto, furto, ricettazione, furto, ricovero sanitario obbligato, ecc. Stiamo messi male eh, una pratica difficile, un caso molto difficile». Il padre di Gerry risponde: «Signor giudice abbiamo fatto di tutto, l’abbiamo fatto ricoverare, l’abbiamo rinchiuso, ma si droga ancora e si beve ancora. Lei ci deve aiutare per farlo internare». La giudice si toglie gli occhiali da sole e commenta «Aaa, lo vogliamo aiutare eh?».

vi Iliade, I: «È caro ai Numi chi piega la fronte ai loro voleri, ma non per questo abbandona la contesa».

vii L’Unità 23/12/2003

viii Un solo disco all’attivo, uscito proprio nel 1987.