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Prostituzione, locali notturni e film hard: la «via del porno» nella Manhattan degli anni Settanta

Sebastiano Palamara

Nel corso delle sue tre stagioni, che abbracciano l’arco di un ventennio, una serie tv racconta la prostituzione, la nascita dell’industria del porno, il dilagare dell’Aids, la «riqualificazione urbanistica» della Quarantaduesima strada

The Deuce, il diavolo. Così negli anni Settanta i newyorkesi chiamavano la Quarantaduesima strada, quella che taglia a sud Times Square, un tempo tra le zone più malfamate di tutti gli States, agli antipodi della sgargiante vetrina commerciale divenuta oggi; qui, il mercato del sesso di tutta la città prosperava. Proprio The Deuce si intitola la serie tv HBO nata dalla penna di David Simon (The Corner, The Wire, Treme) e George Pelecanos, racconto di una città che palpita come un cuore strappato da un corpo vivo, palcoscenico artificiale in cui ogni cosa si innalza all’apoteosi, solitudine e abomini, affari e speranze, violenza e libertà.

UN RACCONTO DELLA QUARANTADUESIMA STRADA TRA IL 1971 E LA FINE DEGLI ANNI OTTANTA

La via del porno, questo il sottotitolo della versione italiana (andata in onda su Sky-Atlantic): non era certo il regno del trascendentale, The Deuce, con i suoi spiriti inquieti a spasso nella notte, e quell’odore di piscio, fedele a tutte le miserie del mondo. E poi, il sesso. Sangue e sperma scorrevano a fiotti, lungo la Quarantaduesima. Un sentiero a picco sopra l’inferno, in cui la maledetta corrente della vita soffiava più fredda e rauca che altrove, un universo contratto in un isolato, senza alberi né stelle. Un tempio pagano dominato dal sesso e dal denaro che vi ruotava intorno, riflesso di un’era in cui non di rado libertà di espressione e violenza si sovrapponevano.

Nel corso delle sue tre stagioni, che abbracciano l’arco di un ventennio – dal 1971 alla fine degli anni Ottanta – la serie racconta la prostituzione, la nascita dell’industria del porno, il dilagare dell’Aids, la «riqualificazione urbanistica» della zona. The Deuce racconta la vertigine al rovescio di una sconfinata cattedrale, alla cui edificazione hanno contribuito quelli che hanno nuotato alla superficie del tempo, spesso annegando. Prima della trasformazione radicale del quartiere, vengono trattate le dinamiche della sessualità e del denaro, della mercificazione dei corpi e del potere. Misoginia e parità di genere, tentativi di emancipazione e sfruttamento, feticci e perversioni si rincorrono. La prostituzione di strada, i cinema a luci rosse, i primi «salotti» in cui la mafia italiana convoglia le ragazze dei marciapiedi, le stanze per masturbarsi e i peep show, le saune gay e i primi VHS. Quelle ragazze che scendono da un autobus con uno zaino a tracolla, in fuga dalla miseria – sociale e culturale, più che economica – del Midwest e dell’America rurale. Fast food e pistola nel cruscotto, Quarto emendamento e burro d’arachidi, fucili a pompa e proprietà privata, che Dio benedica gli Stati Uniti d’America. Poco dopo le ragazze sono lì, aleggiano come un’idea fissa nella mente di un maniaco, si affacciano dai marciapiedi, con i tacchi logori, la bigiotteria da quattro soldi, lo sguardo triste, i rossetti, il cuore infranto. E i pimps, i papponi, come avvoltoi appollaiati nel buio, con le scarpe di pitone e le giacche di pelle.

LO SQUALLIDO VOLTO DI UNA CITTÀ INTERA

The Deuce è un carnaio scivoloso e melmoso, in cui le serve del ventesimo secolo fanno le loro apparizioni, in un quartiere lebbroso che svela il suo fascino quando la luce del giorno è già sgusciata via e le puttane iniziano ad appostarsi, quando la notte porta con sé la complicità del silenzio. The Deuce è il fondo squallido di una città intera eretta su una vuota fossa di cadaveri. Tutto il mondo occidentale sta in fondo a questa fossa in sfacelo, e sopra, miraggio di zaffiro, il trepido sorriso di queste ragazze, costellazioni brillanti nell’infinità del vuoto. Desolazione e fango, lampioni al neon e donne in piedi contro il muro.

In questa serie corale brilla James Franco, due volte impeccabile nei panni dei gemelli Martino: Vincent, proprietario di un bar gestito per conto della mafia, e Frank, simpatica canaglia con lo spirito del cowboy. Il bar di Vincent è il punto di ritrovo di un vasto ensemble: mafiosi, poliziotti, papponi, operai, gay (tra i mafiosi, nei panni di Rudi Pipilo, spicca Michael Rispoli, già Jackie Aprile negli indimenticabili The Sopranos). Grandiosa Maggie Gyllenhaal nei panni di Eileen «Candy» Merrell, prostituta freelance diventata prima attrice e poi regista di film porno d’antan. Ottima Margarita Levieva nei panni di Abby Parker, la fidanzata di Vincent, una studentessa che alle aspirazioni borghesi della famiglia e dei colleghi di università preferisce le luci notturne della città, con tutte le sue ombre.

UNA SERIE TV CAPACE DI REGALARE MOLTEPLICI SPUNTI DI RIFLESSIONE

Sono loro i protagonisti principali, tessuto connettivo per gli altri, evocati attraverso l’alchimia dei fatti e dell’immaginazione: il barista gay Paul (Chris Coy), i papponi Larry e C.C. (Gbenga Akinnagbe e Gary Carr), il cognato di Vincent e gestore di «salotti» Bobby (Chris Bauer), l’agente di polizia Chris Alston (Lawrence Gilliard), il regista Harvey (David Krumholtz), mentore di Candy. E poi c’è Dorothy Spina (Jamie Neumann), in arte Ashley, l’ex ragazza della strada che prima abbandona la prostituzione e poi ridiscende agli inferi per opporsi allo sfruttamento. Ashley e la sua tragica fine, trovata dentro un cassonetto, avvolta in un lurido tappeto, oramai irriconoscibile, punita nel sangue come una sacerdotessa che ha infranto i suoi voti. C’è Ruby «Thunder Thighs» («cosce di tuono»), che sul finire della prima stagione vola dalla finestra, ammazzata da un cliente che non voleva pagarla. Ruby vola lontano dai grattacieli, dalla miseria sbavata sui fazzoletti usati, dai tavoli unti della solita tavola calda, dai marciapiedi, dalle calze a rete lacere, dal soprannome che quell’umanità sudicia le ha affibbiato. Ruby vola via dalla smorfia spaventosa dell’esistenza. E Lori (Emily Meade), che ti strappa il cuore quando si fa saltare il cervello in un motel puzzolente su una statale, anche se in fondo sai già che era morta da tanto tempo, come quelle stelle che ancora brillano ma in realtà sono scomparse da milioni di anni. C’è Darlene (interpretata da Dominique Fishback), Loretta (Sepideh Moafi), Joey (Michael Gandolfini, figlio dell’indimenticabile James, il divino Tony Soprano della serie più straordinaria di tutti i tempi), la giornalista Sandra (Natalie Paul) e molti altri.

Poche, pochissime volte una serie televisiva ha dato spunti di riflessione così ampi. Ad esempio, le implicazioni etiche nei nuovi modelli economici legati al porno, come l’impatto che la veicolazione sempre più potente e pervasiva di forme stereotipate di sessualità ha avuto sull’interazione umana e sull’intimità. Candy e Harvey se ne rendono conto, tanto che ad un certo punto si chiedono: «Quand’è che siamo arrivati al punto in cui eiaculare in faccia ad una donna è il modo migliore di finire un rapporto sessuale?».

IL CONTRASTO CON LA VECCHIA E SPORCA TIMES SQUARE DEGLI ANNI SETTANTA E OTTANTA

Tuttavia, la serie non scivola mai nel moralismo predicatorio né in una furbetta e compiaciuta esibizione di corpi nudi e di scene di sesso che pure, ovviamente, non mancano. Il business del porno, nato dalla graduale consapevolezza che il denaro da fare negli studios era molto di più che sui marciapiedi, rivoluziona il mercato sessuale della città. The Deuce descrive le dinamiche intrecciate di liberazioni e nuove prigionie, che sono correlate al sorgere del fenomeno: i set cinematografici, mentre indubbiamente aiutavano le donne ad uscire dalla stretta e dalle violenze dei pimps, contemporaneamente creavano nuove preoccupanti forme di mercificazione.

Nella vicenda di Candy, il mondo del porno è anche l’iperbolica metafora del contrasto tra arte e sesso, sullo sfondo dell’ultimo rantolo greve di un puritanesimo sopravvissuto ormai solo come ectoplasma. La serie cammina tra le braccia del tempo e nell’ultima, struggente, scena, un Vincent ormai vecchio vaga per la Times Square del 2019, come un vivo smarrito nella cripta del tempo che incontra, uno dopo l’altro, i fantasmi del passato, mummie ormai erose dal tempo e sommerse in un pantano di ricordi. È a dir poco sorprendente il contrasto tra la sporca, spaventosa, ma «pregnante» Deuce degli anni Settanta e Ottanta (magistralmente ricostruita) e la lucida, danarosa, sovraffollata, incolore Times Square dei nostri giorni, quella in cui il vecchio Vince si aggira alla fine.

LA FREDDA, SCINTILLANTE, CRUDELE RIQUALIFICAZIONE DELLA TIMES SQUARE

La Times Square di oggi è una distopia marcata Mc Donald, Starbucks, Apple, sventrata e trasformata dalla marcia del denaro e della tecnologia. È la visione incarnata di una città fredda, scintillante, crudele, voluta e realizzata da gente come Ed Koch e Rudolph Giuliani. Una città in cui gli edifici ti dominano, una redditizia trappola commerciale, simbolo globale di insegne luminose, maxi-schermi e gigantesche réclame dei grandi marchi. Un circuito asettico animato da una strana frenesia, quella che fa andare avanti le cose in un continuo fermento, quello per cui tanto più il passo è sostenuto, quanto più si vorrebbe celare il bluff che è la vita.

La serie ha raffigurato, lungo le sue tre stagioni, decine di donne che vendevano i loro corpi, mentre la maggior parte del denaro che producevano finiva in altre tasche: quelle dei papponi, dei gestori di cinema e locali, dei produttori e dei mafiosi (spesso queste ultime due figure coincidevano: il classico porno Deep Throat, del 1972, venne prodotto con i soldi di Cosa Nostra americana). Se non è esattamente ciò che gli Ed Koch e gli alfieri della riqualificazione hanno fatto con il cuore della città, non si è tuttavia troppo distanti. Quando, nella serie, la costruzione del Marriott Hotel è ultimata e i revenants (spettri) che volteggiano sulla Quarantaduesima lo guardano con gli occhi rivolti verso l’alto, sembra di rivedere i contadini di un tempo quando, intimoriti, si sussurravano l’un l’altro che lì sorgeva il castello del signore. Là in alto, irraggiungibile, precluso.

Dopo aver scritto The Corner e The Wire, David Simon poteva considerare saldato per l’eternità il suo debito con l’universo e ritirarsi a coltivar nocciole nel Kentucky, o a contemplare l’infinito dell’oceano sorseggiando bourbon. Non l’ha fatto, meglio così.