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No, il caso è felicemente risolto

Redazione Spazio70

Film del 1973 di Vittorio Salerno, con Riccardo Cucciolla, Enzo Cerusico ed Enrico Maria Salerno

Un giovane impiegato romano delle ferrovie (Enzo Cerusico) trascorre la sua tranquilla domenica di pesca quando, nel pomeriggio, diventa suo malgrado testimone di un omicidio. Sente, all’interno di un canneto, le urla di una donna inseguita e picchiata da un uomo armato di bastone. Il giovane si orienta tra le canne guidato dai lamenti e arriva finalmente nei pressi del luogo del delitto dove scorge un uomo di mezza età dare gli ultimi colpi fatali alla donna ormai tramortita. I due uomini, il testimone e l’assassino, si guardano negli occhi, ma non succede niente. Nessuno dei due proferisce parola. Il giovane quindi decide di allontanarsi e – trafelato – raggiunge la sua auto, ingrana la marcia e scappa per paura di essere seguito dall’assassino. Una volta nell’abitacolo della macchina pensa di recarsi immediatamente dalla polizia, ma una serie di circostanze lo fanno deviare dal suo proposito iniziale. Quando giunge a casa, è ormai sera. Un interrogativo lo tormenta ed è sempre lo stesso: che fare? Decidere davvero di denunciare – con tutto quello che ne consegue – oppure fregarsene e continuare la propria vita come se nulla sia successo?

DUE CONVINCENTI INTERPRETAZIONI

Tra i mille dubbi che tormentano l’uomo, la vita familiare di certo non lo aiuta: la moglie è assente e frivola, la figlia non fa altro che osservare con scetticismo il padre e con una espressione e un carattere che sembra essere sempre più copia perfetta della madre. Nessuno può ascoltarlo, a nessuno può sperare di confessare il suo travaglio. E’ solo e alla fine compie la sua scelta: dimenticare. Dal canto proprio, invece, l’assassino si reca subito dalla polizia. Esausto, si presenta di fronte al commissario. Lo fa non certo per autodenunciarsi, ma per dichiarare di essere stato testimone di un orrendo delitto. L’uomo (uno straordinario Riccardo Cucciolla) è un maturo professore di materie scientifiche presso un prestigioso liceo della capitale. E’ una persona rispettata e benvoluta, con un giro di amicizie influenti. Ed è anche un buon attore al punto da ingannare la polizia, spacciandosi per testimone del barbaro delitto addirittura guidando gli inquirenti sul luogo dell’omicidio. Quando la polizia gli chiede una descrizione dell’assassino, il professore fornisce quella del giovane impiegato cioè quella del vero testimone. da questo momento inizierà una vera e propria via crucis per il povero – ma in un certo senso colpevole – innocente.

«No, il caso è felicemente risolto» si caratterizza per le convincenti interpretazioni di due ottimi attori, troppo presto dimenticati: Riccardo Cucciolla (che ritroviamo in Sacco e Vanzetti al fianco di Gian Maria Volontè o nel cult di Mario Bava «Cani arrabbiati») ed Enzo Cerusico, che in questo film ricorda lo straordinario Nino Manfredi di «Girolimoni, il mostro di Roma». Cucciolla fa la parte di un laido professore di matematica (quando i professori del liceo godevano ancora di considerazione) che con le sue macchinazioni, i suoi modi rispettabili, le sue conoscenze, riuscirà a mettere nei guai il vero testimone dell’omicidio. Cerusico è un giovane impiegato, il tipico uomo della strada, che vuole semplicemente vivere la sua vita senza troppe complicazioni. Un pavido, un pusillanime, uno che dice per tutto il film «ma perché proprio a me?»: una ritrosia a prendersi le proprie responsabilità, questa, che sarà la causa di tutti i suoi mali assieme al diabolico professore. Da ricordare anche la parte di Enrico Maria Salerno, in questo film cronista napoletano da subito convinto dell’innocenza del giovane: un ruolo, quasi da caratterista svolto però con la consueta maestria, che avrà uno spazio sempre più importante all’interno della storia.

La particolarità «No, il caso è felicemente risolto» è la mancanza del lieto fine: anzi, se il finale c’è può definirsi «aperto». Le musiche sono di Riz Ortolani ed è da sottolineare la presenza di un brano – molto bello – dei Nomadi intitolato «Mamma giustizia».