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«Alien» all’amatriciana. Ovvero: trippa, sangue di maiale e Banda della Magliana

Redazione Spazio70

La 20th Century Fox intenterà un'azione legale conclusasi a favore di Ippolito non essendo la parola «Alien» soggetta a copyright

Nel 1992 il regista David Fincher realizza «Alien 3», il terzo capitolo della saga fantascientifica nata nel 1979 con «Alien» di Ridley Scott. Nell’arco temporale che separa queste due pellicole si colloca l’altrettanto celebre «Aliens», diretto da James Cameron nel 1986. Pur essendo il secondo capitolo ufficiale della nota epopea fantascientifica, il film di Cameron presenta una piccola stranezza: nel titolo non compare il numero due, né tantomeno la parola Alien, alla quale è stata aggiunta una s. Per narrare la storia bizzarra che si cela dietro al controverso titolo «Alien 2» dobbiamo calcare proprio il terreno di nostra competenza: l’Italia di fine anni ’70.

DALL’INGANNEVOLE TITOLO DI «ZOMBIE 2», UN’IDEA

Siamo a Roma, nell’autunno del 1979. Il produttore cinematografico Ciro Ippolito è a lavoro presso gli studi della Fono Roma ed è intento nella supervisione del montaggio di un poliziesco con Mario Merola, «I contrabbandieri di Santa Lucia», di Alfonso Brescia. Assieme al montatore Carlo Broglio, Ippolito decide di concedersi una pausa pomeridiana presso il cinema Adriano. In sala proiettano l’attesissimo «fanta-horror spaziale» di Ridley Scott. Una scelta che si rivela assai gradita. Finito il film, al momento di tornare a lavoro, il produttore napoletano nota la locandina dell’ultima pellicola di Lucio Fulci. Su un grosso cartellone troneggia l’ingannevole titolo «Zombi 2», un evidente stratagemma pubblicitario che illude i potenziali spettatori di trovarsi al cospetto di un sequel ufficiale del più noto «Zombi» (Dawn of the dead) di George Romero.

«Se Fulci ha fatto Zombi 2, perché noi non facciamo Alien 2?» domanda Ippolito al suo amico. Dalle parole si passa presto ai fatti. Recatosi assieme al collega Angiolo Stella da Vinzi e Pane (i distributori per il mercato estero del film di Fulci) il produttore partenopeo racconta con fare credibile una sceneggiatura inesistente (inventata al momento) e convince i due a finanziare il progetto. Ippolito dispone ora di un discreto budget per il suo film. Cosa farà con quel denaro? Quanto segue è la versione raccontata dallo stesso Ippolito alla trasmissione «Stracult» nel 2011:

«Vinzi e Pane ci hanno creduto e ci hanno dato quattrocento milioni. Noi siamo usciti da questo ufficio e sotto c’era una concessionaria di automobili. Ci siamo comprati un Mercedes (io) e un Jaguar (Stella) e la sera stessa siamo partiti per Cannes con due nostre amiche e siamo stati a Cannes per quindici giorni dove abbiamo speso fino all’ultima lira. Per fortuna avevo il televisore acceso in albergo e davano un servizio sulle grotte di Frasassi. Lì mi è venuta l’idea: Alien è stato fatto nello spazio e noi facciamo Alien 2 sotto terra. Le grotte le ho trovate a Castellana. Ho preso il depliant di queste grotte, c’erano delle foto bellissime, le ho fatte ingrandire, le ho ritoccate con l’aerografo, ho fatto un book, sono tornato da Vinzi e Pane e ho detto che quella era la scenografia. E così sono riuscito a farmi dare altri trecento milioni perché avevo detto che quella scenografia mi era costata quattrocento milioni. E con quei trecento milioni, prima cento, poi altri cento e così via… siamo partiti per fare il film».

TRIPPA, FRATTAGLIE, SCARTI DI MACELLERIA E… TANTO SANGUE

Mario Bava

Il film narra la storia di un gruppo di speleologi che nelle profonde viscere di una grotta si ritrova intrappolato a dover fronteggiare una terribile creatura aliena provenuta dallo spazio. Il primo problema che la produzione deve affrontare è la regia. Biagio Proietti, al quale è stato affidato il ruolo più importante, lascia il progetto dopo i primi giorni di riprese. Ippolito pensa quindi di affidarsi ad un vero e proprio pilastro dell’horror italiano: Mario Bava, il quale però è costretto a rifiutare poiché già impegnato con un altro film. A quel punto è Bava a proporre al produttore l’esordio alla regia: «Scusa, ma perché non lo dirigi tu?». Ippolito risponde con un’altra domanda: «Mario, io il film posso pure provare a farlo ma non so fare il mostro. Sto cazzo di Alien come lo faccio?» e Bava, da buon artigiano, risponde: «Prova con la trippa!»

Trippa, frattaglie, scarti di macelleria e sangue di maiale. Lo studio degli «effetti speciali» è una cantina di Roma. La faccenda, tuttavia, non è nota ai condomini dell’area circostante. Qualcuno intravede del sangue e impressionato anche dalla puzza di carne marcia, e da alcune grida, crede che in quello scantinato si sia consumato un omicidio. A seguito della segnalazione la Digos irrompe arrestando tutta la troupe.

Risolto l’equivoco, le riprese continuano e nella primavera del 1980 il film esce nelle sale provocando un’immediata reazione dagli Stati Uniti d’America. La 20th Century Fox intenta un’azione legale che si concluderà a favore di Ippolito (la parola Alien non risulta soggetta a copyright ed anche un romanzo britannico anni ’30 riporta lo stesso titolo). I produttori americani valutano anche la possibilità di acquistare il film dal regista napoletano, in modo da poter distruggere per sempre quella pellicola ma «Alien 2 sulla Terra» viene invece distribuito in tutto il mondo (il regista utilizza lo pseudonimo di Sam Cromwell). Nel 2006 Neil Marshall si ispirerà al film di Ippolito per il suo «The Descent – Discesa nelle tenebre».

LA BANDA DELLA MAGLIANA

I colpi di scena, tuttavia, non finiscono qui. Ciro Ippolito è successivamente tornato sull’argomento Alien 2, svelando un particolare segreto sul finanziamento di Vinzi e Pane raccontato anche nella sua autobiografia. La storia delle due automobili l’avrebbe inventata per nascondere ben altro:

«Quando scrissi il libro, alcune cose le dovetti cambiare rispetto a come erano avvenute nella realtà. Per esempio, come andarono veramente le cose con l’anticipo che i distributori Vinzi e Pane mi dettero sulla parola per fare il film. Ho scritto che quei soldi li spendemmo io e il mio socio, Angiolo Stella, comprandoci due automobili e andando a Cannes con delle belle figliole. Ma non fu così. La verità è che li dovetti versare a gente della Banda della Magliana che teneva per le palle il povero Stella, il quale, se non avesse onorato in fretta i suoi debiti, sarebbe finito male. La verità è che Stella si era indebitato con la Banda della Magliana. Qualche film era andato male e gli si erano accumulate cambiali che non riusciva più a farsi “scontare”, così alla fine si era rivolto alla criminalità. Il giorno che arrivarono i soldi eravamo nel suo ufficio. Entrarono tre persone e senza dire una parola si presero il pacco e se ne andarono. Ovviamente li aveva avvertiti Stella, che mi raccontò tutto in lacrime. Io volevo denunciare, ma lui insisteva perché altrimenti avremmo fatto una finaccia. “Inventiamoci qualcosa!”, mi disse. Ma che mi potevo inventare, c’era un film da girare e non avevamo una lira. Poi una domenica in tv c’era un documentario sulle grotte di Frasassi, e qui venne il lampo di genio, che spesso è figlio della disperazione… Tornai da Vinzi e Pane con le foto delle grotte: “Ho speso tutti i soldi per queste scenografie, ci serve altro budget”. Ci cascarono e ci diedero altri cento milioni, con cui abbiamo fatto tutto il film, ambientato sotto terra invece che nello spazio, con un mostro alieno che attacca un gruppo di speleologi».