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«Gli anni ’70? Chiusi e rabbiosi. Gli ’80 più simili ai ’60». Grace Slick, la voce della California dieci anni dopo

Redazione Spazio70

Da un articolo di «Lotta continua» (1980)

California. Quante volte si è parlato, immaginato, sognato di lei. Le fughe, musicali e non, le prime scoperte, i primi bisogni di «allargare l’area della propria coscienza-conoscenza», gli happening e la musica che condiva tutto, musica di aviatori, di pazzi «Aeroplani», di «Messaggeri», di bande di blues cosmico. Gente come David Crosby, Jerry Garcia, John Cipollina, Paul Kantner and Grace Slick. Molti pensieri e molte menti ritornano ancora volentieri a quei giorni dai momenti giusti, ma i tempi sono ormai cambiati, tutto si trasforma intorno, e nuove storie vengono raccontate. Eppure, la presenza di Grace Slick a Roma ha mosso qualcosa, ha aperto quel contatto rimasto chiuso per molto tempo.

Certamente non sono più i tempi di Airplaine per i Jefferson, non i tempi di viaggio per l’aeroplano che si è ora trasformato in astronave e ha trovato il modo di entrare diritto nel tunnel delle classifiche, nonostante il suono non abbia più alcuna magia e sia anzi a volte scontato e impersonale.

Durante la trasformazione degli astronauti è scesa Grace, cambiando flotta e compagni di viaggio, nel tentativo di entrare nella galassia dei propri sogni. Grace Slick a Roma, dunque: l’incontro nell’incredibile Hotel Excelsior (nessuno, una volta, si sarebbe mai aspettato di trovarla lì). Lei non ha più quasi nulla di ciò che evocava i famigerati «sogni californiani»: è una tranquilla signora americana, turista in città.

«UN CONCERTO È UN BUSINESS, ANCHE SE I MUSICISTI TENDONO A IGNORARE QUESTO FATTO»

Grace Slick e Paul Kantner alla metà degli anni Settanta

Comincio a parlarle, sperando che qualcosa nel corso dell’intervista modifichi questa immagine che ho di lei. Mi dice subito: «Ho lasciato gli Starship per la stessa ragione per cui un bambino lascia le scuole o i parenti: non perché li odi, ma perché ha bisogno di provare da solo. Anche se fallisci, e magari fallisci miseramente, lo devi fare ugualmente. Sono una a cui non dispiace fare la casalinga, ma stare a casa per me non è abbastanza. Ho bisogno di esprimermi cantando e suonando».

In tutta la loro attività i Jefferson non sono mai venuti a suonare in Italia e comunque poche volte in Europa. Come mai?

«Un concerto è un business, anche se i musicisti tendono a ignorare questo fatto. Probabilmente la compagnia discografica, in caso di tournée in Italia. non sarebbe rientrata con le spese. E noi non potevamo fare di nostra iniziativa: gli Airplaine non avevano soldi a sufficienza, perché i soldi appena entrati uscivano dalla finestra o sparivano tirati nel naso di qualcuno».

Cosa ti ricordi dell’epoca d’oro della California, del periodo acido della fine degli anni Sessanta?

«Era un periodo molto aperto, quello. Negli anni 70 invece mi è sembrato che mi si chiudesse la mente, non li ho amati molto gli anni ’70, erano chiusi e rabbiosi. Invece adesso mi sembra che qualcosa si stia riaprendo di nuovo, come negli anni ’60. Gli anni ’80 mi sembrano più simili ai ’60: negli ultimi mesi, girando, con tutta la gente che ho incontrato, mi è sembrato che se anche i governi stanno cadendo a pezzi, le menti si stanno riaprendo, qualcosa sta sorgendo attraverso la terra, sta spingendo per uscire, e io sono qui aspettando di capire cosa sia».

Gli anni ’60 erano caratterizzati da canzoni di protesta. Negli anni ’80 dove pensi sia indirizzata la protesta?

«Quello che mi preoccupa adesso è che non esiste un’area o una persona alla quale rivolgersi, non c’è una direzione. Delle compagnie petrolifere non si sa mai chi ne è alla testa, non sai se è quella persona o se insieme a quella persona ci sono gli arabi, e cosi via. Non c’è solo la questione petrolifera, c’è quella nucleare e molte altre ancora, così impazzisci e non capisci da che parte deve essere puntato il dito della protesta. Se io sbaglio non mi dispiace che la gente punti il dito contro di me, ma vorrei sapere dove devo puntare il dito io. Non è solo un uomo o un solo paese che non funziona, è la teoria che sta slittando. Come la Costituzione degli Stati Uniti, che è buona per 2-3 milioni di persone, ma non funziona per tutti gli altri che pure negli Stati Uniti vivono. Ogni volta che penso a questo io mi sento male, è una cosa che mi mangia dentro».

La storia della Starship è ancora valida, cioè è valida l’idea di lasciare il pianeta in poche migliaia di persone e fondare una nuova colonia da qualche parte nello spazio?

«Sì, certo, questa era, nella mente di Paul Kantner (e posso simpatizzare con lui), non tanto una fantasia quanto una speranza. La speranza che una comunità di persone, anche migliaia, possano stare sospese nello spazio ed essere totalmente autosufficienti. Mi sembra una cosa idealistica, ma spero che per lui si realizzi. Quanto a me, l’idea della Starship non mi ha mai attratto così fortemente come Paul. Io voglio vedere le cose realizzarsi subito, sono una persona impaziente, mi piace lavorare su cose che si realizzano al massimo in pochi anni. Invece le possibilità di vivere al di fuori del pianeta, saranno per i nostri figli».

Molti musicisti si interessano alla new wave, tu cosa pensi della musica negli anni ’80?

«Non mi interessano le etichette, molti musicisti fanno musica senza pensare al proprio ruolo, è poi la stampa che ti identifica in qualche cosa. Se mi interessasse essere definita in qualche modo sarei ancora con i Jefferson Starship, che ora sono tra i top ten, e farei i soldi. La musica che faccio adesso invece non è necessariamente popolare. Quella che va adesso è musica con quattro fiati, come lo ska, gente coi pantaloni stretti, e i capelli corti, magari verniciati di verde. Tutto questo può essere valido, ma non per me. Se lo facessi sarebbe solo per soldi e non è quello che sto facendo».

Come mai il tuo nome non è nel MUSE, l’organizzazione che si batte contro l’uso dell’energia nucleare?

«Per il semplice motivo che al momento in cui richiedevano l’adesione gli Starship non suonavano. In ogni caso sono contro l’uso dell’energia nucleare. Abbiamo il sole, perché non usarlo? A questo proposito ho ascoltato una canzone di Kate Bush che si chiama “Respirando”. A vent’anni la Bush scrive canzoni, ed è già preoccupata (a ragione) per la respirazione. Parla delle sostanze sostanze chimiche che si trovano nell’aria ed è apparsa in televisione inquadrata in una bolla, come in un grembo di plastica nel quale dovremo entrare tutti se l’aria continua ulteriormente a inquinarsi».

La speranza che la trasformazione di Grace Slick fosse solo apparente è confermata: come nel passato, la voce dei Jefferson ha quella lucidità-acida che l’ha sempre distinta e che ha fatto di lei una delle figure femminili più importanti non sulla scena del rock.