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La classe operaia va in Paradiso

Redazione Spazio70

Film del 1971, con Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Salvo Randone. Regia di Elio Petri

Lulù Massa è un vero e proprio stakanovista, un cottimista che – inviso ai suoi colleghi e amato dai padroni – riesce a sbarcare il lunario piuttosto degnamente permettendosi il lusso di sfamare due famiglie (dato che mantiene sia la ex moglie che la nuova compagna). I suoi ritmi di lavoro sono infernali. Lulù è bravo di braccia, di mente e di lingua. Naturalmente costituisce il modello di operaio che il padrone vorrebbe avere in fabbrica, mentre per i suoi colleghi è solo un ruffiano. La situazione all’interno della fabbrica degenera sempre di più perché Lulù viene considerato come un modello di riferimento rispetto al quale valutare gli altri, compresi i nuovi assunti.

DA STAKANOVISTA A CONTESTATORE

La sua vita privata è in crisi: convive con Lidia (Mariangela Melato) e il figlio di lei. Lidia cerca l’indipendenza lavorando sodo come parrucchiera e ha molti sogni in testa. Il figlioletto è spesso neutrale, nelle dispute tra i due, anche se nutre un certo rispetto nei confronti di Lulù. Quest’ultimo deve però anche mantenere la seconda famiglia, cioè la sua vera moglie e il suo vero figlio che ormai quasi non lo riconosce più come padre.

Il successo sul lavoro gli garantisce tuttavia la stima delle operaie, in particolare quella del più bel culo della fabbrica (Adalgisa, impersonata da Mietta Albertini). Non a caso Lulù, per concentrarsi meglio durante la produzione, pensa al culo di Adalgisa (una sorta di training autogeno che il protagonista del film spiega con lo slogan: «Un culo, un pezzo!»).

Tutto va come deve andare. Fino a quando anche Lulù subisce un grave incidente sul lavoro. Forse per distrazione, forse per stanchezza, forse per eccessiva confidenza con la macchina, finisce per lasciarci un dito. Tutto si ferma e i compagni colgono l’occasione per fare assemblea e indire uno sciopero.

Il povero Massa, a questo punto, comincia ad avere dei dubbi: da operaio preferito dal padrone diventa un contestatore totale. Proprio per questo prende la parola durante una assemblea e spiega il suo percorso personale di rinnegato stakanovista. Fa autocritica, ammette di non averci mai capito niente e si schiera senza incertezze dalla parte dei compagni.

In realtà, all’entrata della fabbrica (e poi pure dentro), si fronteggiano due schieramenti: quello del sindacato tradizionale, che crede nella trattativa col padrone, e quello degli studenti che invece predicano la rivolta totale. I primi sono in difficoltà e molti operai si schierano a favore delle tesi sostenute dagli studenti, chiedendo quindi una maggiore incisività nella lotta. Lo stesso Lulù pensa di abbandonare le posizioni moderate del sindacato per avvicinarsi alle rivendicazioni studentesche ma, dopo una rivolta nella quale viene chiamata la polizia e nella quale si arriva a dare fuoco alla macchina del padrone, Lulù riceve una lettera di licenziamento.

Ovviamente il licenziamento si ripercuote sulla sua vita privata: perde sia Lidia che il figlio mentre di certo – disoccupato e senza soldi – non possono che peggiorare anche i rapporti con la sua (ex) moglie e col suo vero figlio, che sembra considerare il padre al pari di un povero diavolo.

Lulù entra quindi in una fase di grave crisi: senza lavoro e con un handicap che rischia di penalizzarlo per tutta la vita, chiede aiuto a quegli studenti, ma si sente rispondere che il suo è un caso «personale»: l’importante, dicono, è la dimensione collettiva, di massa, non certo i casi singoli.

È LA MACCHINA CHE POSSIEDE L’UOMO

A questo punto, Lulù, va a fare visita a Militina (Salvo Randone) un ex operaio uscito fuori di testa, internato in manicomio. Militina illustra le categorie rappresentate all’interno dell’istituto psichiatrico: si tratta soprattutto di operai, postini, manovali, qualche diplomato. Ma per la gran parte sono persone di bassa estrazione sociale. Esistono anche i manicomi per ricchi, avverte Militina, ma quelli sono ben isolati perché i ricchi non vogliono far sapere in giro che pure loro possono andare fuori di testa. L’origine di tutto, dice, sono i soldi: i poveracci impazziscono perché ne hanno pochi e ne vorrebbero avere di più, i ricchi impazziscono perché ne hanno troppi. E comunque, conclude l’ex operaio, a lui lo ha fatto impazzire la fabbrica e soprattutto il non sapere che cazzo si producesse lì dentro (cosa che non ha mai capito nemmeno Lulù). Si tratta di un aspetto sufficiente per cominciare a impazzire, perché un uomo ha diritto di sapere a cosa serve il suo lavoro.

La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971) è probabilmente uno dei primi film italiani capace di affrontare il mondo della fabbrica con piglio ironico, sarcastico, e proprio per questo non privo di acume. Petri ha sempre fatto un cinema popolare ad alto contenuto sociale. Il cinema doveva essere per le masse, non certo per rincoglionirle quanto per far capire taluni aspetti, equilibri, della società moderna: la corruzione del potere, la forza delle tradizioni mafiose, la realtà della fabbrica. Un film come La classe operaia non poteva amato dagli intellettuali (di sinistra) del tempo che difatti lo accolsero con grande freddezza, arrivando in qualche caso perfino ad accusare Petri di essere un fascista camuffato da comunista.

In realtà Petri capisce meglio di qualunque altro le dinamiche di fabbrica che si stavano sviluppando: prima di tutto una sempre più evidente divaricazione tra moderati (i sindacalisti che trattano col padrone al fine di regolare, ma non annullare il cottimo) ed estremisti (gli studenti che invece predicano lo scontro frontale col padrone). Insomma, si può certamente dire che Petri avesse ben capito già dal 1971 come si sarebbe evoluta la storia operaia degli anni successivi, col tentativo sempre più evidente di alcune fazioni di disarticolare la normale rappresentanza sindacale (con delle fazioni poi rivelatesi contigue col fenomeno della lotta armata). In secondo luogo nel film è bene illustrata la sopra-ordinazione della macchina sull’uomo: in La classe operaia è la macchina a possedere l’uomo, a schiacciarlo, a conformarlo ai propri ritmi produttivi. E’ la componente tecnica ad avere la meglio e ad avviare la selezione del personale. Il Militina è scoppiato ed è finito in manicomio, Lulù rischia di fare la stessa fine e i sintomi della follia (descritti dallo stesso vecchio ex operaio) sono gli stessi che comincia a manifestare lo stesso Lulù a soli trentun anni.

Nel film emerge inoltre la contrapposizione tra Massa e la sua convivente (nei primi anni Settanta si sarebbe definita «amante») che non sopporta i comunisti, il loro dogmatismo. Lidia ritiene che lavorando seriamente e duramente si sia legittimati ad aspirare a qualche comodità piccolo-borghese. Nel suo caso la pelliccia.

Lidia ha delle note di frivolezza: legge fotoromanzi e rotocalchi, ma è anche capace di lavorare duramente per perseguire un sogno di realizzazione ed emancipazione da un potere maschile e patriarcale. E’ in un certo senso più femminista delle femministe, pur votando Democrazia cristiana. Non sopporta di vedere come si sia ridotto Lulù dopo l’infortunio, non sopporta la gente di cui si è circondato (gli studenti estremisti). E infatti non ci metterà tanto ad abbandonarlo.