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«La generazione di attori italo-americani? Io sono unico». Alle origini di Sylvester Stallone

Redazione Spazio70

Da una intervista di Carla Stampa (1977)

Sylvester Stallone, detto «Sly» (il furbo), ha fatto centro tre volte: come autore del romanzetto «Rocky», un’ottantina di pagine scritte in fretta e furia sul tavolo di cucino e acquistato per 265 mila dollari dai produttori Winkler e Chartoff; come attore protagonista dell’omonimo film «Rocky» tratto dal suo libro e diretto da John G. Avildsen; infine, come prototipo dell’italo-americano sconosciuto che riesce a imporsi nella «terra delle opportunità», la grande mamma America. E tutto questo fulmineamente, in meno di un anno, con una bene orchestrata grancassa che ha dato un violento scossone agli americani sfiduciati. Torna a trionfare il mito del «self-made-man». Ed era inevitabile che questa favola all’americana fosse coronata dal massimo riconoscimento di Hollywood: nella notte tra il 29 e il 30 marzo il film «Rocky» e il suo autore-attore hanno meritato tre statuette d’oro del buon zio Oscar.

«PERCHÉ SONO DIVENTATO ATTORE? MI SONO DETTO: NON CREDO DI ESSERE MENO DEGLI ALTRI, VOGLIO PROVARE»

Stallone con la prima moglie, Sasha Czack

Ora «The Italian Stallion», come è stato furbescamente chiamato il personaggio di Rocky Balboa e il suo interprete, è l’uomo del giorno. Ha il 10 per cento sugli incassi del film, già in testa nelle graduatorie mondiali (sta superando perfino il kolossal di Dino De Laurentiis, «King Kong», pur essendo costato soltanto 700 mila dollari). E’ impegnato in altri tre film. Può permettersi di dire: «Non voglio essere paragonato a Marlon Brando, perché non mi piace come uomo e come attore; non intendo intrupparmi con la generazione di italo-americani (i De Niro, gli Al Pacino, i Coppola, tanto per intenderci) perché sono unico». Distribuisce con generosità le ricette del suo successo: «Basta avere una fede incrollabile in alcune inalienabili verità come, per esempio, il bisogno di amore e di rispetto che hanno tutti gli uomini. Non bisogna mai dimenticarsi che ognuno di noi, in segreto, vuole essere speciale e irripetibile»; oppure: «In questa epoca così povera di sogni è importante realizzare le proprie fantasie», e ancora: «Sposto sempre il tiro del cervello al cuore; cuore e cervello devono andare d’accordo con la qualità e gli incassi».

Perché ha deciso di diventare attore? «Mi sono detto: non credo di essere da meno degli altri, voglio provare». Come gli è venuto in mente di scrivere un romanzo? «Tutti scrivono e non se ne vergognano; peccato che Shakespeare abbia già detto tutto sui grandi temi della vita». Come giudica il successo di Rocky Balboa, pugile scalcagnato e presuntuoso che osa l’impossibile? «Questo è il momento degli eroi sconosciuti che hanno il coraggio di sfidare il potere; non importa se vincono, è già molto che tentino». E difatti Rocky, miserabile galoppino di un gangster, accetta la sfida di Apollo Creed (Carl Weathers), campione del mondo dei pesi massimi che nel Bicentenario degli Stati Uniti si concede sul ring presentandosi vestito come lo zio Sam a strisce e stelle: David contro Golia, in mezzo al tripudio di spettatori increduli. Rocky sarà sconfitto, ma dopo quindici riprese. Ha retto bene al colosso e può rifugiarsi tra le braccia della timida commessa (Talia Shire), che gli promette amore e fedeltà. Vivranno felici e contenti. Ma il seguito lo sapremo con Rocky 2, di cui Sylvester Stallone sta già scrivendo il soggetto.

EX INSEGNANTE DI EDUCAZIONE FISICA IN SVIZZERA

Stallone ha appena trent’anni. E’ sposato con una biondina di origine russa, Sasha, che gli batte devotamente a macchina i soggetti ed è in continua adorazione dei suoi muscoli e della sua furbizia. Ha un figlio di nove mesi, Sage. E’ un fusto, non c’è dubbio: anzi, è proprio il tipo di maschio indomito, generoso e travolgente che va a testa bassa contro il mondo. Il volto, abbastanza inespressivo, è dominato da un paio di occhioni lacrimosi, alla basset-hound. I bicipiti sono notevoli, anche il torace è degno di attenzione. Un po’ discutibile, invece, l’abbigliamento che si limita a canottiere sudaticce, jeans con le toppe e stivaletti da cowboy, secondo il vecchio schema di Fronte del porto. Ma in complesso Sylvester Stallone fa tenerezza alle mamme, strappa solidarietà ai ragazzi, solleva ondate di nostalgia nei cinquantenni e per merito dell’incredibile cognome promette il paradiso alle giovani donne.

Eppure nonostante l’aspetto di simpatico mascalzone, il giovanotto ha vissuto male fino a quattro anni fa. E’ nato nel ’46 a Hell’s Kitchen, uno dei quartieri più sordidi della periferia di New York. Suo padre, emigrato da Gioia del Colle, aveva sposato una ballerina di avanspettacolo, si era arrangiato in mille mestieri, finché non aveva creato una catena di negozietti da parrucchiere, chiamati in seguito pomposamente «istituti di bellezza». La famiglia Stallone, si insedia a Filadelfia. Nascono Frank e Sylvester. Sono ragazzi vivaci e ambiziosi, come ambiziosi sono i loro genitori. Ricorda Sylvester: «Volevano disperatamente affrancarsi dalla miseria, continuavano a ripeterci che non dovevamo passare anche noi attraverso il loro calvario. Ci spingevano a provarle tutte». Sylvester non se lo fa dire due volte. La sua determinazione si esprime con un carattere insofferente e ribelle. In dodici anni cambia sedici scuole: «Era diventato un cronico problema disciplinare», ammette. Consultando un oroscopo, la madre riesce a trovare una soluzione: lo manda in Svizzera come insegnante di educazione fisica nell’American College. Sylvester ha vent’anni. Le ragazze che frequentano il college, tutte di ottima famiglia, sono state spedite in Europa per imparare le belle maniere. Con l’istruttore di educazione fisica c’è un inspiegabile regresso nel comportamento delle alunne le quali, durante una gita culturale a Parigi insieme al loro insegnante Sylvester Stallone, ne fanno di tutti i colori. Sylvester viene espulso con ignominia dal college, ma conserva molte buone amicizie.

UNA FAVOLA ESEMPLARE

Che può fare una volta tornato in America? I genitori hanno divorziato, mamma Stallone si risposa con il re della Original Crispy Pizza di Filadelfia, papà Stallone imperversa con i suoi istituti di bellezza e i suoi modi primitivi, che riscuotono tanto successo tra le clienti. Il giovanotto lavora in una pescheria come tagliatore di teste di pesci, va a pulire le gabbie dello zoo di Filadelfia, frequenta una scuola di recitazione in Florida, diventa «maschera» in un cinema della catena di Walter Read. «Finalmente metto la testa a partito», ricorda adesso. «Comincio a scrivere soggetti di film e li offro ad attori importanti come Sal Mineo e ai produttori di Hollywood. Mi sbattono la porta in faccia. Sal Mineo mi dice chiaro e tondo che non farò mai nulla di buono perché non ho la stoffa. Insisto perché quando mi metto in mente qualcosa vado fino in fondo, tanto non ho nulla da perdere». Sposa Sasha dopo averla conquistata con una proposta di matrimonio terrorizzante: «Guarda che con me si corre la grande avventura: alle stelle o all’inferno».

Comincia a scrivere la storia del pugile Rocky Balboa di notte, una pagine dopo l’altra, anche con qualche sgrammaticatura; ma che importa, è il cuore che parla. Fa leggere il manoscritto ai produttori Winkler e Chartoff: «Vi piace?», chiede in tono spiccio. I due fanno una smorfia: «Sì non è male. Si potrebbe tentare qualcosa». Dice Chartoff: «Per il ruolo di Rocky ci vedrei James Caan». Interviene Winkler: «Ma no, starebbe meglio Burt Reynolds». Sylvester Stallone non fa una grinza: «Rocky sono io e nessun altro. Il film si fa con me o non si fa». I produttori sono allibiti. «Hai mai fatto del cinema?». «No, e con questo?». Tanta spudoratezza li conquista. Cercano di tirare sul prezzo: «Centomila dollari e il ruolo di protagonista, ok?». «Niente da fare», risponde Stallone. «Trecentomila dollari e il ruolo di protagonista». E’ il colpo di grazia, Winkler e Chartoff si arrendono. A questo punto, Stallone illustre sconosciuto diventa generoso e si accontenta di 265 mila dollari per i diritti del suo soggetto.

E’ una favola esemplare che piace perché dimostra anche ai più cinici come il coraggio dettato dalla disperazione riesce a spuntarla anche nelle situazioni più incredibili. E quale messaggio più allettante può essere diretto in questo momento agli uomini di scarsa volontà?