Commedie sexy e «Africa movies». La scure censoria del procuratore Massimo Donato Bartolomei

L’azione censoria dell’alto magistrato scatenerà la reazione di numerosi produttori, sceneggiatori e registi che si rivolgeranno al dottor Massaro, un avvocato specializzato in cause legate al cinema

Catanzaro, 1° giugno 1974. Il procuratore generale della Corte d’appello della Calabria, il dottor Massimo Donato Bartolomei, dispone l’immediato sequestro della pellicola erotica francese «Banana meccanica», distribuita nelle sale italiane dalla «Telemondo cinematografico». Nel testo del provvedimento si legge la seguente motivazione:

«Offende per volgari e reiterate sequenze oscene il comune sentimento del pudore in quanto presenta, come naturale esplicazione di spensieratezza giovanile, una gioventù che si esprime in forme abiette di perversione sessuale così fomentando il più deteriore malcostume in violazione degli articoli 528 C.P. e 21 comma ultimo della Carta costituzionale».

La locandina di uno dei film fatti sequestrare dal procuratore generale della corte d’appello calabrese

NEL MIRINO ANCHE I «MONDO-MOVIES» À LA GUALTIERO JACOPETTI


La pellicola, diretta da Jean-François Davy nel 1972, dopo un paio di tagli imposti dalla censura verrà assolta in tribunale nel mese di dicembre. Il tema proposto dal regista francese è quello dell’emancipazione femminile, affrontato in chiave «erotico-ironica» con frivole situazioni da commedia. Le protagoniste sono cinque belle ragazze che, stufe della quotidianità, organizzano una vacanza in una casa di campagna, lasciandosi andare a facili avventure sessuali con gli abitanti del luogo.

Ma «Banana meccanica» non è l’unico obiettivo contro il quale si scaglia l’irremovibile dottor Bartolomei. Nel mirino del procuratore finisce anche «Africa nuda, Africa violenta», un documentario sul continente nero diretto da Mario Gervasi sulla scia dei «mondo-movies» di Gualtiero Jacopetti.

 

«SCHIFOSE SCENE DI OMOSESSUALITÀ FEMMINILE»

Il film propone le scene tipiche del genere (in parte reali, in larga parte artefatte) e tra momenti di violenza e carrellate di rituali bizzarri, Bartolomei descrive così la pellicola incriminata:

«Esorbitando dai leciti limiti di una rappresentazione documentaristica di raccapriccianti superstizioni di popolazioni barbare, presenta schifose sequenze di omosessualità femminile e di violenza carnale rese particolarmente rivoltanti dal clima di bestialità in cui vengono ambientate e che per la loro repellente sozzura, che esclude l’arte, offendono il comune sentimento del pudore».

Non contento, il dottor Bartolomei chiede il sequestro di altri film considerati osceni, come «Maria Rosa la guardona», «Fratello homo sorella bona», «Contratto carnale» e altri, tanto da suscitare l’indignazione di numerosi produttori, sceneggiatori e registi che nel mese di luglio si radunano per una vertenza presso l’ufficio di un avvocato specializzato in cause legate al cinema, il dottor Massaro, che con una certa lungimiranza riferisce convinto alla stampa: «So già che molti di questi film saranno dissequestrati».

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