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«Ce l’ho coi maschi, li detesto». Intervista a Carmelo Bene

Redazione Spazio70

«Chi metto tra i grandi del teatro italiano? Dario Fo, un caso a sé, Eduardo sempre, Gassman quando è in vena»

Milano, 14 ottobre 1976. Aldo Trionfo mette in scena al teatro di via Manzoni il suo «Faust-Marlowe-Burlesque». Pochi minuti prima del debutto, Carlo Brusati incontra il trentanovenne Carmelo Bene, protagonista assieme a Franco Branciaroli. Riportiamo uno stralcio dell’intervista pubblicata l’indomani sul Corriere della sera.

Chi è il papà del teatro italiano?

«Chiaramente è orfano, come dice il mio amico Branciaroli. Ha ragione. Tra l’altro ci sono anche dei casi di aborti precedenti. In nome della mia veggente ignoranza posso dire che il nonno è Raffaele Viviani e il bisnonno, tra gli attori, è Moissi. Ma l’attore, quando è grande, è scrittore. E allora ecco tra i grandi Dario Fo, un caso a sé, Eduardo sempre, Gassman quando è in vena, il misconosciuto Peppino De Filippo che, se è felice, è degno di Jarry».

– Lei tra questi nomi come si sente?

«Mi sento proprio una fleboclisi sbagliata, un ematoma troppo grande e troppo inutile…»

– Ad esempio, recitare con un regista con la personalità di Trionfo le ha creato problemi?

«La genialità della sua regia è consistita proprio nella sottrazione. Si è seduto in palco, si è messo in disparte e ha lasciato tirare la trama a due sartine di classe. Il nostro è un gioco di uncinetto contro i maschi ai quali regaliamo, Branciaroli e io, la storia passata, presente e avvenire. E’ uno spunto sulla “intellligenza” (tra virgolette, prego), intendo per intelligenza l’eterno e dopoguerristico, teatro profilattico, inflittoci proprio dalla Madonina-Gondrand di Paolo Grassi».

– Lei è maschio: perché recita contro se stesso?

«Non ce l’ho con me. Ce l’ho con i maschi. Li detesto».

Perché?

«Perché la storia è virile. Sciaguratamente virile. Credo che l’erotismo sia fatto di debolezze. Allora, se l’arte, l’esistenza, sono un fenomeno erotico-estetico, solamente un signore e una signorina con tanto di fallo, come in questo spettacolo, possono presentare e non restituire un’autocritica morta di se stesse. E’ il femminile che mi reclama».

– Come dire, Carmelo Bene femminista?

«No. Tutt’altro. Quando vedo gestire il suddetto fallo da femministe senza fallo mi vien voglia di ricordarmi dell’ormai quasi totalità dell’universo cercando di riaffermare, ogni sera, almeno per due ore, tutto quello che non è l’invertito ma il diverso».