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Italia 1976: il «boom» delle radio libere

Redazione Spazio70

Da un articolo di Andrea Monti per «Epoca»

Può succedere che uno si svegli, giri la manopola della radio e sia raggelato dalle solenni note che hanno accompagnato il funerale di Ciu En-lai; che un rock indiavolato festeggi la caduta del governo Moro; che Cicciolina ’61 dedichi una canzone al suo Pupone. Le radio libere si muovono al ritmo di un happening. Contarle è quasi impossibile; chi dice centocinquanta, chi dice duecento; ma avere dati esatti è impossibile perché ogni giorno ne sorgono di nuove.

C’è chi crede che le radio siano un modo di fare soldi. Altri, impegnati, affidano all’etere il loro messaggio politico, pur non rifiutando i proventi della pubblicità. Altri ancora, ritenendo che il Padreterno non abbia mezzi sufficienti per farsi udire, ne hanno fatto un pulpito; è il caso di Radio Uomini Nuovi, nata a Marchirolo per iniziativa di due pastori protestanti. Chi li ha sentiti sostiene che riescono a essere più noiosi del «3131» di Cavallina e Liguori. Ma in seguito alle preoccupazioni di molti parroci del Varesotto, c’è chi pensa di organizzare una contro-emittente cattolica per evitare che i due intraprendenti valdesi finiscano per svuotare le chiese del circondario.

LA «DISPUTA» TRA RADIO MILANO CENTRALE E RADIO MILANO INTERNATIONAL

La «disc-jockey» di Radio Milano Centrale

Alcune emittenti sono dislocate nei posti più impensati: ce ne sono due ad Andria, una a Termoli, una a Zocca di Modena. Un pastore della Barbagia può scegliere fra una quindicina di canali, sempre che possieda un apparecchio radio. Nel cielo di Milano si innalzano una ventina di antenne. Finito di lottare contro i commissari dell’Escopost (la polizia addetta alle radiodiffusioni) le emittenti hanno cominciato a litigare fra loro. Una lunga disputa ha opposto Radio Milano Centrale a Radio Milano International. I primi accusavano i diretti concorrenti di disturbare volutamente le loro trasmissioni. Questione solamente tecnica? No di certo. Le due radio hanno diverse impostazioni, una divisione ricorrente a tutte le emittenti libere italiane.

Radio Milano Centrale si definisce «alternativa»: molta musica, ma soprattutto notiziari politici e sindacali, inchieste sociologiche, dibattiti in diretta. Radio Milano International, come la maggior parte delle radio indipendenti, offre programmi no-stop-music, interrotti da brevi comunicati pubblicitari: è il modello commerciale delle emittenti americane. Gli ascoltatori hanno la possibilità di dedicare le canzoni alla persona amata o a un parente prossimo, che compie gli anni, quasi sempre indicato con un nome confidenziale.

La sede di Radio Milano Centrale è al piano terreno di una casa abbastanza lussuosa. Una stanza serve da direzione, segreteria e magazzino. In una parete si apre una finestrella: al di là del vetro c’è lo studio di registrazione. Davanti ai microfoni, Charly, una strana figura di vecchio gentiluomo, fa cenni disperati a una ragazza che gli risponde con eloquenti boccacce. «Ehi, vedi un po’ che non voglia una coca», dice Mario Luzzatto Fegiz, il direttore dell’emittente. Anni fa era alla Rai e conduceva un programma di grande successo, «Per voi giovani», in cui la musica pop era intervallata da discorsi abbastanza nuovi, forse troppo per l’austero ente radiofonico. Luzzatto Fegiz fu allontanato e ora lavora al Corriere della sera. Nello studio entrano strani tipi di hippie con pile di dischi sotto il braccio e giovani intellettuali, che si riconoscono per l’abbigliamento un poco più compassato, con le interviste appena raccolte all’Innocenti occupata. Così fino a tarda notte.

LE «CONCRETISSIME» QUESTIONI DI BILANCIO

Gli uffici di Radio Milano International sono più spaziosi, l’ambiente sembra essere più tranquillo. Un gruppo di ragazzi con magliette «d’ordinanza» (bianche con donna che balla sovraimpressa) e jeans attillatissimi vanno e vengono in silenzio, indaffarati a trasportare casse di dischi. «Abbiamo messo in piedi tutto questo quasi per gioco e ora ci ritroviamo a essere i più grossi in Italia», dice Francesca Borra, la biondissima ventitreenne che dirige la stazione. Figlia di un diplomatico è aiutata nell’impresa da suo fratello, Piero Cozzi, e dal marito Rino. Dei Cozzi e dei loro amici si dice che fossero sanbabilini, un gruppetto di sfaccendati senza idee precise. «Chi afferma questo vuole semplicemente gettare discredito solo per il fatto che non facciamo politica. Abbiamo idee chiarissime, invece. Abbiamo fatto una radio per guadagnare, vogliamo ripagarci con la pubblicità e non vogliamo perdere clienti facendo i politicanti».

Il loro metodo, il no-stop-music, è semplicissimo: musica pop e jazz per ventiquattro ore. I pochi notiziari sono offerti dalla pubblicità e hanno, in sottofondo, un lungo stacco di batteria e chitarra. Ai microfoni si danno il cambio i disc-jockey, ragazzi di diciotto-vent’anni che parlano un italiano con forte accento americano. Intenti diversi, diversi programmi, discussioni fra le due tendenze. Non che siano mai andate molto d’accordo ma, almeno una volta, erano riunite in una sola organizzazione. Ora si sono definitivamente divise e le radio politicizzate hanno dato vita all’Anti (Associazione nazionale teleradiodiffusori indipendenti). Ma, sia i ribelli, sia i conformisti si dibattono in concretissime questioni di bilancio, comuni a tutte le tendenze.

Per fare una radio ci vogliono più di dieci milioni, poi ci sono le spese di esercizio. Alcuni si indebitano sino al collo perché nessuno dà loro credito. E’ il caso di molti gruppi di ragazzi che, muniti di antenna, trasmettitore e giradischi, tentano la fortuna come pirati dell’etere, nelle ore libere dallo studio. E accadono cose incredibili, come a Milano, un paio di mesi fa: una di queste stazioni improvvisate, forse sovraccarica, è esplosa mentre trasmetteva una serie di irrefrenabili boogie. Il boato è stato preceduto da un coro di voci concitate: era il momento della fuga, trasmesso in diretta agli ascoltatori.

RADIO UMBRIA, RADIO SINGER, RADIO SUPER MILANO

Le stazioni più organizzate sostengono di vivere con la pubblicità e i crediti bancari. Data l’attuale austerità finanziaria è difficile credere a questa versione. Anche per la pubblicità il discorso è complesso. Le radio non si fidano delle agenzie e quindi guadagnano poco. Chi si è fidato guadagna ancora meno. E’ il caso di Radio Parma che si vedeva arrivare avvisi pubblicitari per 500 mila lire al mese. Il padrone della stazione, il democristiano Virginio Benassi, è un uomo cocciuto. Così ha provato a mandare in giro quattro ragazzi quasi digiuni di tecnica pubblicitaria. Risultato: avvisi per due milioni e mezzo in quindici giorni. Ma è un caso fortunato e sporadico. Il sospetto è che dietro alla maggioranza delle emittenti ci siano già gruppi editoriali, giornali quotidiani, finanziarie straniere e le agenzie di pubblicità stesse. La manovra dei potenti è stata intelligente: hanno lasciato che i privati tentassero la difficile strada della rottura con il monopolio e con la legge. Poi alla fine della tempesta, sono entrati in campo senza nessun pericolo.

La legge che regolamenta le radiodiffusioni è quanto di più confuso e macchinoso si possa immaginare. La sua applicazione è condizionata dalle convinzioni politiche o dagli umori del singolo giudice. C’è chi ha fatto le spese di questa confusa situazione. E’ il caso di Radio Bra Onderosse, patrocinata da Dario Fo e realizzata da un gruppo di extraparlamentari di sinistra: due requisizioni in tre mesi. Alla fine, però, la costanza ha vinto. La radio più rossa d’Italia è stata assolta e ha ricominciato a trasmettere salutando il successo con le note dell’Internazionale.

Anche i partiti hanno cominciato a occuparsi delle radio libere. Il più attivo, finora, è stato il Partito comunista: in Parlamento non ha ancora proposto nulla, ma in compenso ha già una sua radio. E’ Radio Umbria, recentemente aperta a Perugia in collaborazione con gli enti locali.

Il deputato Dc Marcello Simonacci ha presentato un progetto di legge che liberalizzerebbe indiscriminatamente le radio indipendenti e che, nel contempo, distruggerebbe il monopolio Rai. «Sono stanchi di mangiare, da trent’anni, l’erba dello stesso prato», dicono i maligni. Il socialista Ruggero Orlando, per anni corrispondente della Rai da New York, presenterà un progetto molto simile a quello di Simonacci. I sindacati, per parte loro, si erano sempre rifiutati di esprimere un parere. Poi un gruppo di operai e sindacalisti della Singer di Torino li ha messi di fronte al fatto compiuto: Radio Singer, la prima emittente di fabbrica. Dato il successo dell’iniziativa, si sono ricreduti e stanno pensando di estenderla ad altri stabilimenti della città.

I giovani di Comunione e liberazione hanno risposto all’avanzata delle radio di sinistra, con Radio Super Milano. I responsabili smentiscono recisamente ogni legame con l’organizzazione, ma intanto si preparano a diventare un punto di riferimento per i cattolici più impegnati.

IL FENOMENO DELLE «RADIO LIBERE» VISTO DALLA RAI

Un articolo del Corriere di Novara (fonte: federicostella.it)

«Devo esprimere un parere personale dato che qui nessuno ha ancora preso una posizione ufficiale», dice Felice Mottini, capo dell’ufficio stampa della Rai di Milano. «E’ chiaro che il monopolio radio-televisivo non esiste più. E’ stato rotto, anzitutto, dalle radio e dalle televisioni straniere che trasmettono in Italia, assolutamente indisturbate, sottraendoci pubblico e pubblicità. Ora ci si mettono anche le radio private, con tutto quello che sta dietro. I mezzi legali e tecnici per difendere il monopolio non mancano, si tratta solo di metterli in atto. Se ci troviamo in questa situazione è perché qualcuno ha tutto l’interesse a farlo saltare».

Eppure le radio libere vivono e prosperano, ufficialmente senza l’aiuto dei partiti e senza l’intervento dei grossi monopoli privati. «Le radio sono nate come fenomeno spontaneo, ma ora i gruppi editoriali, le agenzie di pubblicità, i giornali quotidiani stanno scendendo in campo. L’ultimo esempio è quello di Montanelli che, non contento di fare il notiziario di Tele Montecarlo, sta progettando una radio. Non mi si venga a raccontare che lo fanno per amore del pluralismo dell’informazione. Fanno parte di un ingranaggio ben più complesso».

«L’impressione è che, in vista di possibili cambiamenti degli equilibri di potere, certi gruppi si stiano garantendo una catena di radio che pubblicizzi le loro opinioni. Per fare ciò che si servono degli imprenditori privati che con le attuali protezioni, dalle radio libere possono trarre lauti guadagni. Basta pensare al fatto che queste emittenti non pagano tasse né diritti d’autore. Che i dischi li ricevono gratis o quasi».

Perché la Rai non prende contromisure adeguate? «La scusa ufficiale è che le radio libere non sono concorrenziali. Ma nessuno si preoccupa del futuro. Quando queste radio avranno formato una catena nazionale, il problema verrà clamorosamente alla ribalta. E allora si assisterà all’assurdo di uno Stato che, se vuole continuare a controllare ciò che avviene nell’etere e a lucrarci sopra, dovrà intervenire comprando le emittenti libere esistenti. Pagandole piuttosto salate, si intende».