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Napoli centrale (1975)

Redazione Spazio70

Una delle realtà musicali più interessanti della scena italiana anni Settanta

ShowmenReduci dalla militanza Rhythm & blues con la band degli Showmen, alla quale ha fatto seguito la virtuosa esperienza degli Showmen 2, nel 1975 il sassofonista James Senese e il batterista Franco Del prete danno vita ad una delle realtà musicali più interessanti della scena italiana anni Settanta.

Avvalendosi del basso di Tony Walmsley e delle tastiere di Mark Harris, il disco «Napoli Centrale» sancisce l’esordio discografico dell’omonima band: un’efficace commistione di Jazz-rock, Blues, Prog ed etnicità partenopea che affronta con rabbia e amarezza tematiche sociali di grande attualità: lo sfruttamento, la povertà e il dramma dell’emigrazione.

«Dint’ ‘o paese nce restano sule viecchie, mugliere, muorte e criature. ‘O solito scemo, ‘o zuoppo e ‘o sciancato, o cane rugnuso che ‘e costole a fora».

Nel paese restano soltanto i vecchi, le mogli, i morti e i bambini. Il solito scemo, lo zoppo e lo sciancato, il cane rognoso con le costole da fuori.

«Ma chi è giovane se ne va la, se ne va in fabbrica a faticà!»

SEI TRACCE PER UN UNICO FILO CONDUTTORE

Il disco non racconta la città ma la campagna, un’insieme di terre ormai desolate dopo il grande esodo dei braccianti verso il Nord. Napoli Centrale è infatti il nome della stazione ferroviaria del capoluogo campano, tappa inevitabile per la partenza, luogo di speranza e di addio ma anche opportunità di incontro, momento di scambio e alveo di contaminazioni culturali, come i fraseggi blues e i ritmi funky che si intrecciano ad una napoletanità rock, straripante e inquieta.

Le sei tracce dell’album sono legate da un filo conduttore rappresentato dalla sofferenza umana, una realtà che sembra non avere fine. Allo sfruttamento degli operai agricoli da parte dei ricchi padroni del Sud segue l’alienante condizione della fuga verso il Nord «facenn’ sempre cchiù buche ‘a currea, truvannese spisse curnute e mazziate», ovvero, stringendo sempre più la cinghia per poi ritrovarsi, talvolta, con il danno oltre la beffa. Nella parte finale dell’ultimo brano, sul sottofondo della chiassosa realtà popolare campana, la voce di James Senese sintetizza questo sentimento di sfiducia rivolgendosi direttamente a Gesù Cristo:

«O Crì, ‘o Crì si mmuort,
ma a pace addo sta?
O Crì, ‘o Crì si mmuort,
ma chi cazz’ t’ha fatt fa!»


Stilisticamente l’album rimanda alle brillanti esperienze Jazz Fusion d’oltreoceano, dalle sonorità dei Return to Forever alle composizioni dei primi Weather Report. Il Fender Rhodes di Mark Harris evidenzia le notevoli doti tecniche del tastierista che fanno da supporto al magnetico sax di Senese, solido perno attorno al quale ruota gran parte del disco. Alternati a lunghi momenti strumentali, i brani cantati sono tutti in dialetto napoletano, una lingua che conferisce drammatica teatralità alla denuncia del disagio e al racconto di un’epoca segnata da grandi mutazioni umane e sociali.