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Cannibal holocaust, di Ruggero Deodato (1980)

Redazione Spazio70

Particolarmente disturbanti risultano le scene di stupri e le uccisioni, specialmente quelle ai danni di animali, le quali non si avvalgono dell'ausilio di effetti speciali e appaiono nude e crude dinnanzi all'occhio della telecamera

«Il film di Deodato – come si ebbe occasione di rilevare anche in sede di recensione – tocca livelli addirittura rivoltanti, secondo noi con effetti sulla psiche molto più dannosi della pornografia in quanto annullano totalmente la dignità umana. Al di fuori dei frequenti sequestri di film pornografici, questo operato dal dottor Cerrato appellandosi all’art.70 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (divieto di spettacoli “contrari alla morale”) può essere uno stimolo a sopperire alla carenza legislativa in un settore che, proprio nel clima di violenza reale che ci troviamo a vivere, dovrebbe trovare più sensibile la maggioranza dei cittadini».

Con queste parole, pubblicate nell’edizione del 13 marzo 1980, il «Corriere della sera» commenta il primo caso in cui la magistratura italiana interviene nei confronti di un’opera cinematografica con riferimento a scene compiaciute di esplicita violenza. L’interesse dei giudici per questo lavoro di Ruggero Deodato ha avuto inizio dopo l’iniziativa di sequestro del manifesto pubblicitario recante la forte immagine di una donna nuda impalata.

UN’OPERA BANDITA PERCHÉ CONSIDERATA AL PARI DI UNO «SNUFF MOVIE»

Censurato in oltre cinquanta Paesi, «Cannibal Holocaust» è una delle pellicole più violente e controverse di tutti i tempi, attualmente considerata un autentico «cult movie» dagli amanti del cinema estremo di tutto il mondo. Il film utilizza per la prima volta l’espediente del falso documentario, uno stratagemma narrativo che venti anni dopo risulterà fondamentale per il successo di «The Blair Witch Project» e per la conseguente diffusione di un nuovo filone del cinema horror. Gli attori protagonisti scelti da Deodato (tra i quali un giovanissimo ed esordiente Luca Barbareschi) hanno firmato un contratto che impone loro di restare fuori dalle scene per almeno un anno dall’uscita del film, in modo da alimentare le molteplici «leggende» in merito alle presunte uccisioni realmente perpetrate nel film. L’idea pubblicitaria è fin troppo efficace, tanto che in alcune nazioni l’opera viene totalmente bandita, poiché considerata alla stregua di un autentico «snuff movie».

Particolarmente disturbanti risultano le scene di stupri e le uccisioni, specialmente quelle ai danni di animali, le quali non si avvalgono dell’ausilio di effetti speciali e appaiono nude e crude dinnanzi all’occhio della telecamera. Effettuate nell’estate del 1979 a Leticia, una località sul Rio delle Amazzoni, al confine tra Brasile, Perù e Colombia, le riprese mostrano senza remore l’uccisione di una scimmia da parte di un indio. L’uomo decapita realmente l’animale con un colpo secco di machete per poi succhiarne il cervello ancora caldo davanti alla macchina da presa. A perire durante il film sono anche altri animali, tra i quali un serpente, una tarantola, un topo muschiato, una tartaruga e un maialino.

Fatta eccezione per la scena del documentario «The Last Road to Hell» che mostra filmati di repertorio contenenti alcune vere fucilazioni che hanno avuto luogo in Nigeria, le violenze sugli esseri umani presenti nel film sono tutte simulate. A Deodato viene comunque imposto di portare in tribunale gli attori coinvolti per mostrarne le reali condizioni fisiche. La sentenza del 4 giugno 1980 condanna regista, sceneggiatore e produttori a quattro mesi di reclusione, un mese d’arresto e 400.000 lire di multa per diffusione di spettacolo osceno e di violazione dell’articolo 70 del testo unico di Pubblica Sicurezza. Una sentenza della Cassazione riabiliterà il film soltanto nel 1984.

Dal punto di vista tecnico, oltre alla notevole direzione della fotografia di Sergio D’Offizi e agli efficaci allestimenti dello scenografo Antonello Geleng, per gli amanti del film ricoprono un ruolo fondamentale le musiche di Riz Ortolani. Il contrasto tra le immagini brutali e la musica distensiva crea un forte senso di straniamento nello spettatore: una bizzarra collisione che il lavoro di Ortolani aveva già proposto nel film di Lucio Fulci «Non si sevizia un paperino» (1972) durante la scena del linciaggio di Florinda Bolkan sulle note di «Quei giorni insieme a te» cantata da Ornella Vanoni.