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Le bombe del 12 dicembre 1969. L’Italia sotto attacco

Redazione Spazio70

La prima parte di una serie di articoli di approfondimento sulla strage di piazza Fontana

È giorno, ma non c’è luce a Milano. La foschia decembrina del capoluogo lombardo stringe in un vaporoso cordoglio le vedove e gli orfani della città ferita. Ottenebrate dalla mesta caligine invernale, quattordici bare di mogano sfilano nell’acqueo grigiore di un’atmosfera evanescente, mentre una coltre di silenzio irreale ammanta quei feretri portati in spalla sul sagrato. I volti austeri delle sculture absidali sembrano scrutare la folla dall’alto della cattedrale. Silenti testimonianze marmoree di una quiete che annienta di colpo il chiassoso fragore del viavai cittadino. È il 15 dicembre del 1969. L’Italia intera è ferma a rendere omaggio alle sue vittime. Piazza del Duomo si fa cuore pulsante del lutto nazionale: un fulcro gremito di individui e incertezze, una folla oceanica che vuole risposte. Alcune mani dai balconi gettano fiori verso i caduti. Dispersi tra la nebbia e il vento, i petali sembrano volteggiare in una lieve danza di morte, mentre un fremito di ali sbattenti annuncia il levarsi in cielo degli stormi. I piccioni dimoranti sorvolano la piazza.

Gli interni della Banca nazionale dell’agricoltura dopo l’esplosione della bomba (Foto De Bellis/Fotogramma, MILANO – 1969-12-12)

«IPOTESI ATTENDIBILE CHE DEVE FORMULARSI INDIRIZZA INDAGINI VERSO GRUPPI ANARCOIDI»

La folla è sgomenta, incredula, perplessa. È successo tutto all’improvviso, come un incubo che ha inghiottito il Paese trascinandolo con forza nel più profondo degli oblii. O forse è vero il contrario, era la spensieratezza a essere un sogno e ora c’è da fare i conti con un brusco risveglio. Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana, la popolazione civile è stata colpita in un agguato terroristico in modo così violento e indiscriminato. I morti sono ancora quattordici, ma si tratta di un bilancio destinato ad aggravarsi. È soltanto l’inizio, il preludio di una lunga spirale di sangue. Il Paese sta aprendo le porte a un’epoca spietata, un eone di cieca violenza che passerà alla storia come «gli anni di piombo». Tutto comincia con lei, la madre. Una madre crudele, diabolica, feroce. Un essere dalle sembianze mostruose, una creatura che dal ventre partorisce terrore e dai seni secerne il suo odio. È la madre di tutte le stragi. È l’eccidio di Piazza Fontana.

I feretri partono per Piazza Castello a bordo dei furgoni funerari. Un corridoio di asfalto divide in due sponde la fiumana di gente che saluta i defunti. Sarà difficile per tutti il ritorno alla normalità. E pure, non lontano da quei morti c’è anche una Milano che lavora, una Milano che, nonostante tutto, deve continuare a vivere. Via Fatebenefratelli è a meno di due chilometri dai funerali. Al civico 11, un edificio in stile neoclassico custodisce gli uffici della Questura milanese. Lì dentro c’è un signore che da tre giorni è in stato di fermo. Il suo nome è Giuseppe Pinelli ed è un ferroviere di quarantuno anni. Caposquadra manovratore allo scalo della stazione di Porta Garibaldi, ex ragazzino partigiano, Pinelli è un noto anarchico della città, membro del circolo Ponte della Ghisolfa. È per tale motivo che gli inquirenti lo annoverano tra i principali indiziati. Del resto, quella anarchica rappresenta l’unica pista battuta fino a quel momento nelle indagini. Ma perché? Cosa lega tale ambiente a una strage così sanguinosa? Le bombe, dicono gli investigatori, come quella nel teatro Diana che nel 1921 provocò ventun morti ed oltre cento feriti. E poi gli obiettivi colpiti sono simboli più che evidenti: le banche, l’Altare della Patria, il Museo del Risorgimento. Si tratta di un chiaro disegno eversivo contro l’economia, contro lo Stato e contro la nazione. La polizia non ha dubbi, sono stati loro. A poche ore dal massacro, un telegramma del prefetto di Milano è giunto al presidente del Consiglio, Mariano Rumor: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi aut frange estremiste. Est già iniziata previe intese Autorità giudiziaria vigorosa azione at identificazione et arresto responsabili».

Nel giro di qualche ora vengono fermate centinaia di persone gravitanti attorno all’area anarchica e dell’estrema sinistra. Nell’ufficio del commissario Calabresi, Pinelli è stremato. Domande su domande si susseguono per poi ripetersi ormai da tre giorni, tre lunghi giorni di estenuanti pressioni psicologiche. Si tratta di un fermo irregolare. Le quarantotto ore sono scadute da tempo e a carico del sospettato non vi è alcun indizio concreto. Secondo la legge, Pinelli avrebbe già dovuto abbandonare la Questura. Tuttavia, il ferroviere è ancora lì e i poliziotti non sembrano intenzionati a lasciarlo andare. Ma cosa è accaduto esattamente? Qual è stata la dinamica di quell’orrendo massacro? Per scoprirlo bisogna riavvolgere il nastro del tempo e tornare indietro di settantadue ore, fino a quel tragico venerdì.

IL TRISTE DESTINO DI ENRICO PIZZAMIGLIO

(Foto De Bellis/Fotogramma, MILANO – 1969-12-12)

Milano, 12 dicembre 1969. I turpi acquitrini del manto stradale riflettono le luci variopinte delle vetrine in festa. Il Natale è alle porte in quel plumbeo pomeriggio. Pioviggina e fa freddo. A piazza Fontana c’è una banca che non ha ancora chiuso. Sono da poco trascorse le 16:00, ma in quegli uffici è pieno di gente. È venerdì e come ogni settimana, presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura si svolgono le trattative di mercato tra coltivatori e allevatori. Fulcro delle attività commerciali è un immenso tavolo ottagonale in legno di mogano posto al centro di una stanza sovrastata da una cupola di vetro. A quell’ora in banca c’è chi vuole vendere un terreno, chi ha da comprare del bestiame e chi invece è soltanto in fila per una cambiale, come Patrizia Pizzamiglio.

Patrizia ha quindici anni e frequenta il primo anno del liceo scientifico. Assieme a lei c’è Enrico, il fratellino che invece va alle scuole medie poiché di anni ne ha appena dodici. I due hanno deciso di fare questo piccolo favore ai genitori prima di recarsi con loro ad ammirare le vetrine colorate dei negozi. L’accordo è questo, i Pizzamiglio si incontreranno tutti insieme all’uscita della banca dove ad attendere i ragazzi ci saranno mamma Silvana e papà Dino, titolari di una piccola tintoria in via delle Forze Armate. Il signor Dino è un ex partigiano e per anni ha esercitato l’attività di fornaio. Poi, il dramma: un terribile incidente d’auto ha privato l’uomo di una gamba e l’ha reso inidoneo all’espletamento del proprio mestiere. La creazione di una piccola impresa è costata al Pizzamiglio sudore e sacrifici; il che significa tante rinunce, debiti e cambiali, come quella che ha condotto Patrizia in banca, in attesa del meritato svago tra le fantasiose luminarie del centro. Ma la giornata di quella famiglia sta per prendere una piega molto diversa.

Sono da poco trascorse le 16:30 quando un cliente inizia ad avvertire uno strano odore di bruciato. L’insolito olezzo proviene da un’elegante borsa in similpelle scura che un signore ha lasciato sotto al tavolo di mogano, poco prima di abbandonare la banca. Abbigliato con impermeabile e cappello, l’uomo ha agito con la massima disinvoltura, mimetizzato tra venditori e compratori seduti al banco delle trattative. Dentro quella borsa ci sono sette chilogrammi di gelignite collegati a un congegno elettronico regolato da un timer.

Ore 16:37, l’eccidio segue il ticchettio dell’apparecchio. Un fulgore accompagna il boato che polverizza in un istante il grosso tavolo ottagonale. La potenza della deflagrazione scava un solco profondo nel pavimento mentre i vetri della cupola in frantumi si mescolano a brandelli umani e detriti fumanti di ogni genere. C’è sangue dappertutto: sulle pareti, per terra, vicino agli sportelli. In quel macabro scenario apocalittico si contano subito nove morti. Altre cinque persone lasceranno la vita subito dopo in ospedale. Panico, urla, crisi di pianto. Alcuni superstiti cercano di farsi spazio tra fuliggine e cadaveri. La Banca Nazionale dell’Agricoltura, in un attimo, è sprofondata all’inferno. L’allarme raggiunge direttamente la Questura che chiede informazioni tramite telefono. Un impiegato incolume riesce ad avere la lucidità di parlare all’apparecchio: «C’è stata un’esplosione!». L’arrivo dei soccorsi è immediato. Nel frattempo, i coniugi Pizzamiglio si accingono a raggiungere piazza Fontana all’orario prestabilito, ma c’è una strana confusione lungo la strada. Traffico, sirene, polizia. «Mi scusi, cosa è successo?». La signora Silvana chiede spiegazioni ad un passante. «Signora, è saltata la banca». Un brivido raggelante corre lungo la schiena della donna. «Come, è saltata la banca? Quale banca?». La risposta è proprio quella che non avrebbe voluto udire. In preda alla più orribile delle angosce, i due genitori si fanno largo a braccia tra la folla. Patrizia è lì, su una barella in procinto di salire a bordo dell’ambulanza. È in stato di shock, ustionata, sporca di sangue, ma viva. Enrico invece non c’è, è scomparso, non si vede. La donna sale sul veicolo assieme alla figlia mentre il signor Dino si mette alla ricerca del ragazzo. Strascicando con disperazione la sua protesi, l’uomo grida il nome del figlio che riecheggia nel quadro straziante di quei corpi senza vita. Non c’è. Enrico, non giace neppure tra i cadaveri. Alcuni feriti sono stati portati d’urgenza al Fatebenefratelli, è lì che si precipita il Pizzamiglio.

L’ITALIA SOTTO ATTACCO

(Foto De Bellis/Fotogramma, MILANO – 1969-12-12)

I più gravi sono in sala operatoria. «Mi dispiace, signore. Non può entrare!». Un infermiere sbarra la strada al signor Dino. «C’è mio figlio lì dentro? Che cos’ha?». La risposta è agghiacciante. Al piccolo Enrico sta per toccare la stessa sorte del padre: gli verrà amputata una gamba. Un evento terribile, assurdo, inaccettabile. Ma per fortuna il ragazzo è ancora lì, tra i vivi. Ad altri è toccato un destino peggiore. Come al signor Angelo Scaglia, agricoltore sessantunenne e padre di undici figli, o al signor Giovanni Arnoldi, quarantaduenne gestore di un cinema e papà di due bambini. Sono tanti, troppi i lutti. Quei nove morti diventano subito dodici, poi quattordici e man mano la triste conta salirà fino a diciassette. Diciassette morti e ottantotto feriti. Ma chi è stato? E soprattutto, perché? Negli uffici della Questura di Milano è a Pinelli che viene posta la domanda, ma non solo in merito all’eccidio. Il 12 dicembre del 1969 non c’è stato un unico attentato.

Poco prima dell’esplosione, presso la Banca Commerciale di piazza della Scala un impiegato rinviene una Mosbach & Gruber in similpelle tipo «Peraso» di colore nero, lasciata incustodita vicino a un ascensore. È una borsa nuova, anzi, nuovissima, tanto da avere ancora il cartellino del prezzo attaccato alla maniglia. Un particolare insolito, ma non è l’unico. A insospettire ulteriormente l’impiegato è anche il peso eccessivo di quella valigetta dal cui interno sporge una placca di metallo. C’è qualcosa di strano. Poco più tardi giunge la notizia dell’attentato alla Banca dell’Agricoltura. A quel punto vengono immediatamente allertati gli artificieri. All’interno della borsa ci sotto sette chilogrammi di esplosivo che verranno fatti brillare in serata da tecnici specializzati con l’ausilio di sacchi di sabbia disposti nel cortile della banca. Ma a essere colpito non è soltanto il capoluogo lombardo. Alle 16:45 di quel tragico venerdì 12 dicembre, quasi in contemporanea con i fatti di Milano, un ordigno esplode in pieno centro a Roma, nel corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, provocando quattordici feriti. Alle 17:16 si verifica una seconda esplosione, su un pennone portabandiera dell’Altare della Patria. Non è finita qui. Otto minuti più tardi, una terza deflagrazione ha luogo all’ingresso del Museo del Risorgimento. Tre i feriti. L’Italia sembra essere di nuovo sotto attacco. Ma le bombe non sono quelle delle truppe alleate. La guerra, questa volta, non proviene dall’esterno.