logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

«L’è lü! L’è lü!». Il riconoscimento di Valpreda e lo strano circolo «11 marzo»

Redazione Spazio70

La seconda parte di una serie di articoli di approfondimento sulla strage di piazza Fontana

10 gennaio 1970: un’inchiesta de «L’Unità» sulla strage di piazza Fontana

Il 15 dicembre 1969, dopo tre giorni di fermo, molti dei sospettati ammucchiati nelle stanze hanno già lasciato la Questura. Pinelli invece no. È sfinito, snervato, distrutto e ha un gran sonno. Anche lui vorrebbe sapere chi è stato a mettere quelle bombe, anche lui vorrebbe trovare un senso a questo assurdo scenario di guerra, ma non riesce a spiegarsi il motivo di un simile accanimento nei suoi confronti. Contro il ferroviere continua a non sussistere alcun elemento in grado di giustificare un’accusa. Tuttavia, gli agenti non mollano la presa. Alle 23:57 del 15 dicembre 1969, l’anarchico è ancora chiuso nell’ufficio del commissario Calabresi, al quarto piano della Questura. Nella stanza c’è una grossa finestra, larga almeno un metro e mezzo. Al di là di una balaustra in ferro che delimita lo spazioso varco, un vuoto di una quindicina di metri sovrasta il largo cortile della struttura. Aldo Palumbo è un giornalista de L’Unità, l’organo ufficiale del Partito comunista italiano. In quel momento anche lui si trova in Questura, ma per lavoro. Il cronista ha appena varcato il portone centrale dell’edificio per fumare una sigaretta all’aria aperta, ma la sua attenzione viene subito rapita da un urlo. La voce sembra provenire dall’alto ed è seguita da un tonfo, poi da un altro e infine un altro ancora. Tre colpi, tre diversi rumori di impatto che preannunziano l’orrore di una macabra scoperta. Il corpo di Giuseppe Pinelli è riverso in cortile dopo un lungo volo dalla finestra illuminata del quarto piano. L’uomo ha battuto contro un cornicione, poi su quello sottostante e poi si è spiaccicato al suolo. I soccorsi si riveleranno inutili.

DA PINELLI A VALPREDA, PASSANDO PER ROLANDI

Pinelli è morto e la notizia che viene immediatamente divulgata è quella di un suicidio. Un’ipotesi considerata assurda dalle persone che conosco il ferroviere. Pino, come erano soliti chiamarlo gli amici, non avrebbe mai compiuto un simile gesto. Non era nella sua indole e non rispecchiava i suoi principi. E allora cosa è successo? È caduto? Oppure qualcuno lo ha volontariamente spinto oltre la ringhiera? Molti giornali lasciano intendere fin da subito che il suicidio dell’anarchico rappresenti un’implicita ammissione di colpevolezza. Messo alle strette davanti all’inconsistenza del suo alibi, Pinelli non avrebbe trovato altra via di scampo se non una morte immediata. Il caso è chiuso? Sicuramente no. Ad alcuni sembrerebbe andare a genio questa ipotesi, ma non regge. Difatti, come si scoprirà in seguito, contro il ferroviere non vi è mai stato alcun indizio, nessun elemento in grado di giustificare una simile versione: in sede giudiziaria, infine, verrà definitivamente scartata l’ipotesi del suicidio. Si parlerà invece di una caduta dovuta a «un malore attivo».

Il tassista Cornelio Rolandi

I dubbi sulla morte di Pinelli, tuttavia, persisteranno a lungo. Adesso invece sta per accadere qualcosa che distoglierà subito l’opinione pubblica dalla tragica fine dell’anarchico. Un tassista di Milano, il quarantasettenne Cornelio Rolandi, afferma di aver accompagnato un uomo presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura proprio in quel pomeriggio del 12 dicembre, pochi minuti prima dell’esplosione. Ma non è tutto. Secondo le dichiarazioni di Rolandi, prima di entrare in banca il passeggero aveva con sé una valigetta, ma quando è uscito per far rientro nella vettura era a mani vuote.

Per gli inquirenti, l’uomo in questione potrebbe essere Pietro Valpreda, un ballerino anarchico di trentasei anni, considerato un pericoloso sovversivo. Inizialmente sospettato per gli attentati di Roma, Valpreda è subito divenuto l’indiziato numero uno per la strage di Piazza Fontana. Ma il tassista è davvero certo che l’uomo che ha trasportato a bordo del proprio veicolo sia proprio l’anarchico? Dopo averlo visto in fotografia afferma che potrebbe essere lui, ma il riconoscimento ufficiale avviene a Roma il 16 dicembre 1969 presso il Palazzo di Giustizia di piazza Cavour. Ad attendere Rolandi nello studio del giudice Occorsio c’è il sospettato in compagnia di alcuni poliziotti in borghese. Sono in fila, tutti in cravatta, compreso Valpreda, anche se il quotidiano La Repubblica nel 2000 diffonderà una notizia fuorviante, spacciando per il riconoscimento di Roma una fotografia del processo di Catanzaro con un Valpreda malconcio, spettinato e sporco in mezzo a tre uomini puliti, ben vestiti in giacca e cravatta e rasati di fresco1.

Rolandi osserva gli individui dinnanzi a lui e dopo un piccolo tentennamento iniziale indica l’anarchico. «L’è lü! L’è lü!». È lui. «Perché se l’è minga lü alura chinscí ‘l gh’è no!». Perché se non è lui, allora qui non c’è.

L’ITALIA HA FINALMENTE IL SUO «MOSTRO»

Bruno Vespa con il questore di Milano Giuseppe Parlato

Un giovanissimo Bruno Vespa si collega in diretta dagli uffici della Questura per dare al telegiornale la notizia che tutto il paese stava aspettando: «Pietro Valpreda è un colpevole! Uno dei responsabili (…) della strage di Milano e degli attentati di Roma. La conferma è arrivata un momento fa, qui nella questura di Roma».

È fatta. L’Italia ha finalmente il suo mostro. D’ora in avanti, agli occhi dell’interno Paese, quell’uomo non sarà più una persona ma diventerà a tutti gli effetti una bestia, anzi «la bestia umana», come lo appelleranno alcuni quotidiani. Ma l’elenco degli epiteti offensivi provenienti dalle pagine dei giornali è davvero sconfinato: «ballerino fallito», «squilibrato», «violento», «assassino», «sadico», «terrorista», «maniaco». Una spietata macchina del fango si accanisce senza precedenti contro un semplice indiziato, un uomo marchiato a fuoco come colpevole ancor prima del processo. Sulle riviste iniziano a comparire delle rubriche dedicate «al folle ideale anarchico». Tra le colonne dei quotidiani spuntano analisi e approfondimenti su famigerati bombaroli sanguinari, dai tempi di Bakunin e Kropotkin fino al terribile Valpreda, passando per il sanguinoso eccidio al teatro Diana del 1921.

Ma c’è qualcosa di strano. Tutta questa furia colpevolista sembra quasi ricercata. A un’attenta analisi, l’immediata esplosione di rancoroso giustizialismo mediatico che d’improvviso ha investito gli anarchici risulta quasi artificiale, voluta, premeditata. Del resto, piste alternative sono state scartate fin da subito con eccessiva leggerezza. Ma si tratta davvero di semplice superficialità? Quel che è certo è che per giungere ai colpevoli della strage è stata imboccata una via completamente sbagliata. Valpreda, come Pinelli, è del tutto estraneo ai fatti ma dovranno passare diversi anni, tre dei quali in galera, prima che possa uscire indenne da questa accusa infamante. A differenza di Pinelli, l’anarchico Valpreda non sostiene una politica pacifista e il motto del suo giornale «bombe, sangue ed anarchia» non depone certo a suo favore. Inoltre, attorno all’associazione da lui frequentata circolano da tempo strane voci su possibili attività violente.

IL CIRCOLO ANARCHICO «22 MARZO» E MARIO MERLINO

Ma in quale gruppo milita questo potenziale sovversivo? A Milano, nella seconda metà degli anni Sessanta, Valpreda è tra i membri del circolo Ponte della Ghisolfa, ma è lo stesso Pinelli che lo invita ad allontanarsi per via di alcune frequentazioni poco chiare. E certamente poco chiare saranno anche le compagnie che il ballerino comincerà ad avere con il trasferimento a Roma, quando nella primavera del 1969 darà vita al Circolo anarchico 22 marzo. Un circolo molto strano, con sede al civico 22 di via del Governo vecchio. All’interno di questo gruppuscolo militano alcuni personaggi che con l’anarchia hanno davvero poco a che fare.

Mario Merlino nella prima metà degli anni Settanta

È il caso di Mario Michele Merlino. Romano, classe 1944, laureando in filosofia. Capelli lunghi, barba, occhiali. Il ragazzo ha il classico aspetto del contestatore intellettuale vicino ai movimenti universitari di estrema sinistra, ma la sua storia ci conduce in un’area politica collocata in tutt’altra direzione. Meno di un anno prima, nella primavera del 1968, Merlino è stato in Grecia ospite dei colonnelli assieme ad una delegazione di neofascisti italiani. È difatti da quell’ambiente che proviene il «neo-anarchico» che in passato è stato attivo in diversi movimenti di estrema destra, dal MSI a Ordine nuovo, passando per la Giovane Italia fino ad Avanguardia nazionale. Grande amico di Stefano Delle Chiaie (con il quale manterrà sempre vivi i rapporti) dopo il viaggio nella terra del golpe Merlino definisce deludente l’esperienza con la realtà greca e inizia a frequentare gli ambienti della sinistra extraparlamentare, assumendo un aspetto esteriore da «compagno».

Volontà di creare un comune fronte anti-borghese, semplice confusione mentale o vile tentativo di infiltrarsi tra le file del nemico come spia e provocatore? Secondo Merlino l’opzione da considerare valida sarebbe la prima. Ma c’è dell’altro. La presenza di un fascista non è l’unico elemento a generare perplessità su un simile contesto. Tra gli anarchici romani di quella strana combriccola compaiono altri personaggi più o meno ambigui. Uno di essi è «il compagno Andrea», o almeno così si fa chiamare. Il suo nome in realtà è Salvatore Ippolito ed è un agente di Polizia in incognito, dapprima infiltrato nel circolo Bakunin (nel quale ha militato anche Valpreda) e poi tra i membri del 22 marzo. Non è tutto. Tra loro ci sarebbe anche un presunto informatore dei servizi segreti, tale Stefano Serpieri, frequentatore saltuario del circolo, pure lui con una militanza alle spalle nell’area della destra radicale. Un collettivo molto piccolo, composto da un numero estremamente ristretto di persone, pieno di personaggi misteriosi e controversi. Fascisti e funzionari di Stato, una relazione pericolosa, un connubio oscuro che qualche anno dopo diventerà l’elemento centrale delle indagini. Al momento però, nel mirino degli inquirenti continuano a restare gli anarchici e per la precisione proprio quelli del 22 marzo.