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La ritrattazione di Giannettini. Anarchici e fascisti dietro la stessa sbarra

Redazione Spazio70

La settima parte di una serie di articoli di approfondimento sulla strage di piazza Fontana

A seguito delle dichiarazioni del Ministro, in una seconda intervista concessa a Parigi e pubblicata su «L’Espresso» del 23 giugno 1974, Giannettini ammette la collaborazione intercorsa con il Servizio Informazione Difesa dal 1967 al 1973, negando però di essere la fonte delle notizie sugli attentati del 12 dicembre 1969. Meno di due mesi dopo, nell’agosto del 1974, il giornalista si consegna spontaneamente all’Ambasciata Italiana di Buenos Aires, in Argentina, mettendosi a disposizione della magistratura del proprio Paese. Stando alle dichiarazioni fatte dello stesso Giannettini durante un colloquio con il generale Salvatore Curcuruto (addetto militare e rappresentante del SID), egli sarebbe scappato dall’Italia dopo aver appurato l’esistenza delle indagini della magistratura sul gruppo veneto di Freda e Ventura. La preoccupazione principale del giornalista sarebbe stata quella di non far trapelare i suoi rapporti con i servizi. Dopo essersi rifugiato in Francia, si è poi spostato in Spagna dove in data 27 giugno 1974 è stato arrestato e successivamente rilasciato dalle autorità iberiche. Da qui la fuga in Argentina. In Italia, nel frattempo, sta avendo luogo un intenso dibattito sulle attività dell’intelligence. Nell’opinione pubblica, il caso Giannettini inaugura un clima di astiosa diffidenza nei riguardi degli apparati segreti dello Stato.

IL GRUPPO «FREDA» E IL GRUPPO «VALPREDA»

Interrogato dal giudice istruttore di Milano, il giornalista afferma di aver mantenuto rapporti con il SID tramite il capitano dei carabinieri Antonio Labruna fino all’aprile 1974, aggiungendo che né Freda né tantomeno Ventura erano a conoscenza della sua attività di informatore dei servizi segreti. Inoltre, Giannettini non solo ribadisce l’estraneità della cellula veneta di Ordine Nuovo con i fatti di Piazza Fontana ma afferma che la destra eversiva non avrebbe avuto nulla da guadagnare da un simile evento. In un memoriale compilato durante il viaggio di ritorno in patria dall’Argentina, l’ex informatore del SID individua come responsabile della strage il gruppo di estrema sinistra legato a Giangiacomo Feltrinelli.

Il processo nel frattempo riapre, o almeno così sembra. Gli imputati sono stati suddivisi in due gruppi denominati «Freda» e «Valpreda». Al gruppo Freda appartengono Giovanni Ventura, Angelo Ventura, Luigi Ventura, Giancarlo Marchesin, Marco Pozzan, Franco Comacchio, Ida Zanon, Ruggero Pan, Claudio Orsi, Antonino Massari, Udo Werner Lemke, Giovanni Biondo e infine, ovviamente, Franco Freda che assieme a Giovanni Ventura è l’unico di questo schieramento a essere in stato di arresto. Pozzan e Biondo sono perseguito da mandato di cattura mentre tutti gli altri risultano a piede libero. Del gruppo Valpreda, oltre al ballerino anarchico, fanno parte Mario Michele Merlino, Emilio Borghese, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Olivo Della Savia, Rachele Torri, Olimpia Torri, Elo Lovati, Maddalena Valpreda e Stefano Delle Chiaie. Della Savia è detenuto per questioni inerenti a un’altra causa, mentre Di Cola è latitante. Valpreda, Borghese, Merlino, Bagnoli e Gargamelli sono tutti in libertà provvisoria.

Le parenti del ballerino (Rachele Torri, Olimpia Torri, Elo Lovati, Maddalena Valpreda) sono accusate di falsa testimonianza e la stessa imputazione riguarda anche un altro personaggio. Si tratta di Stefano Delle Chiaie, noto neofascista fondatore di Avanguardia Nazionale, che al momento risulta latitante. Ma perché si trova nel gruppo Valpreda? L’anello di congiunzione tra il leader avanguardista e gli anarchici di Roma è ovviamente Mario Michele Merlino, le cui dichiarazioni hanno inevitabilmente coinvolto il suo ex camerata.

LE DICHIARAZIONI DI DELLE CHIAIE E IL MANDATO DI CATTURA

Interrogato dal Procuratore della Repubblica di Roma in data 15 dicembre 1969, Merlino dichiara di essere uscito di casa il giorno 12 dicembre verso le ore 16:30 per recarsi presso l’abitazione di un amico con il quale aveva un appuntamento. Tale intima conoscenza è identificabile nella persona di Stefano Delle Chiaie. Tuttavia, Merlino afferma di non averlo trovato in casa e di essersi intrattenuto con il figlio della convivente di Delle Chiaie per poi fare ritorno alla propria abitazione verso le ore 19:30. Di questo appuntamento il «fascista anarchico» non fa alcuna menzione nel corso del suo primo interrogatorio, ammettendo successivamente di aver omesso questo particolare soltanto per non rendere note ai suoi compagni le frequentazioni ancora attive con personaggi di estrema destra.

Interrogato il 19 dicembre dal Nucleo di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri di Roma, Delle Chiaie nega l’appuntamento con Merlino, affermando di non vedere il suo vecchio amico dall’ottobre del 1968. Tuttavia, nell’interrogatorio del 22 dicembre Delle Chiaie ammette di essere venuto a conoscenza del tentativo di visita del Merlino, ignorandone però il motivo. Ma il 24 febbraio 1970 il capo di Avanguardia Nazionale fa una dichiarazione in contrasto con le precedenti. Dinnanzi al giudice istruttore, Delle Chiaie afferma di aver visto Merlino durante la notte tra l’11 e il 12 dicembre 1969 nei pressi di via Arezzo a Roma, e di aver scambiato con lui alcune parole di saluto, invitandolo a fargli visita il giorno successivo presso la propria abitazione. Da tali incongruenze, in data 25 luglio 1970 spicca un mandato di cattura per falsa testimonianza. Il Delle Chiaie, tuttavia, risulta ormai irreperibile.