logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

Il confronto Maletti-Giannettini. La politica scarica i servizi segreti

Redazione Spazio70

La nona parte di una serie di articoli di approfondimento sulla strage di piazza Fontana

L’attesissima deposizione del generale Maletti giunge in aula il 4 luglio del 1977. Dopo essersi accomodato dinnanzi ai giudici, l’ex capo del controspionaggio legge alla corte una propria dichiarazione scritta: «Signor presidente, signori giudici. So che c’è molta attesa per la mia deposizione, come se da me soprattutto potesse venire la verità sulla trama che ha portato alla strage di Piazza Fontana. Io non so, ed è compito della corte chiarirlo dal momento che l’istruttoria ha formulato solo ipotesi accusatorie, non so se nei servizi di sicurezza del 1969 ci fosse qualcuno che sapeva e abbia taciuto o peggio ancora che abbia contribuito a preparare ciò che poi sciaguratamente avvenne. Personalmente lo escluderei ma decisamente sottolineo e ribadisco: primo, che il SID non costituiva neanche all’epoca la totalità dei servizi di sicurezza nazionale. Secondo, che io appartengo a un altro periodo delle cronache o della storia del SID, un periodo che comincia il 15 giugno 1971, esattamente diciotto mesi dopo l’attentato di Piazza Fontana. E terzo, che è sotto la mia personale direzione e con il mio quotidiano stimolo, il reparto D del SID tra il 1972 ed il 1975 si prodigò in attività informativo-operative contro elementi eversivi di vario colore, attività che per quanto riguarda gruppi anti-istituzionali di destra culminarono nella consegna al Ministro della Difesa che prontamente lo trasmise alla magistratura, di un importante dossier su tali gruppi. È incompatibile con la figura morale mia e dei miei dipendenti e con la concretezza stessa delle realizzazioni da noi conseguite e rese note alla magistratura, è incompatibile ripeto, anche la sola ipotesi che si siano potuti agevolare con loschi favoreggiamenti uomini imputati di strage. Io ho servito il Paese per quasi quarant’anni nei quadri dell’esercito, in guerra e in pace, ricoprendo incarichi via via più delicati e importanti in Italia e all’estero e assolvendoli sempre con fedeltà e onore. Poiché nessuna deviazione c’è stata, nessuna volontà dolosa, nessun intento meno che chiaro e ovviamente non può esservi stato movente plausibile, respingo ancora una volta le accuse rivoltemi. Rimango a disposizione di codesta corte per i quesiti che vorrà pormi».

«GIANNETTINI? UN INFILTRATO NELL’ESTREMA DESTRA»

Gianadelio Maletti

La linea difensiva di Maletti appare chiara fin da subito: egli respinge categoricamente ogni accusa e lo fa con assoluta fermezza. In quanto al suo rapporto con il Giannettini, il generale afferma davanti ai giudici che si trattava di un contatto utile al fine di ottenere valide informazioni sugli scenari eversivi della destra a livello internazionale:

«Sapevo che Giannettini era bene introdotto in certi ambienti e io volevo raccogliere notizie su determinati movimenti eversivi sui quali da tempo stavamo indagando. Noi sapevamo che Giannettini era un uomo di destra: ma si sperava che potesse fornire informazioni su ambienti non ancora esplorati della destra internazionale. Fu lui a telefonare da Parigi per dirci che si trovava in condizioni economiche disperate e fu allora che capimmo che era maturo per collaborare».

Ma il giornalista smentisce le parole del suo ex superiore, affermando che dal SID egli non ebbe mai l’ordine di indagare sui movimenti di destra e di aver compilato, per conto dei servizi segreti, soltanto rapporti su gruppi appartenenti alla sinistra internazionale. Le dichiarazioni dei due agenti si scontrano più volte nel corso delle udienze. Giannettini afferma di essere stato avvertito dal generale Maletti di essere sotto stretta sorveglianza da parte del Ministero degli Interni mentre il militare fornisce una versione opposta, affermando che tale circostanza fu a lui rivelata dal Giannettini stesso. Vi è poi da affrontare un’altra questione spinosa ma di grande importanza, quella relativa alla segretezza in merito ai rapporti intrattenuti dai servizi con il giornalista attualmente imputato. Sul tema della mancata collaborazione del SID con la magistratura intervengono in Corte d’Assise alcuni nomi eccellenti delle istituzioni, come il Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti, il Ministro della Difesa Mario Tanassi, l’ex Presidente del Consiglio, l’onorevole Mariano Rumor e l’ex capo del SID, il generale Vito Miceli.

«LA RIUNIONE A PALAZZO CHIGI PER COPRIRE GIANNETTINI? NON C’È MAI STATA»

L’intervento di Andreotti ha luogo il 15 settembre 1977 in un’aula gremita come mai era accaduto fino a quel momento. Del resto, un Presidente del Consiglio che viene interrogato da una Corte d’Assise è già di per sé un evento unico, considerando che si tratta di un processo per strage che vede imputati anarchici, neofascisti e agenti dei servizi segreti, la portata storica dell’evento assume proporzioni notevoli. Il leader democristiano non usa mezze misure e si scaglia contro il generale Miceli, colpevole, a suo dire, di aver mentito al governo. Inoltre, secondo Andreotti, il segreto su Guido Giannettini sarebbe stato posto, a seguito di una riunione tra i vertici militari, dall’ex capo del SID che con ogni probabilità parlò della questione a qualche membro del governo ma di certo non al primo ministro:

«Io sono stato Presidente del Consiglio sino al 7 luglio 1973 e non ho mai partecipato a una riunione del genere. Né mi risulta che ne sia avvenuta una dopo quella data con il mio successore, onorevole Rumor. Posso dire soltanto di aver saputo dal generale Miceli che “il problema era stato discusso in una sede politica superiore”».

A contraddire Andreotti, tuttavia, è la famosa intervista rilasciata dal presidente al settimanale Il Mondo. Stando alle parole riportate nell’articolo di Caprara del 1974, l’allora ministro della Difesa fu molto chiaro: «Vi fu un’apposita riunione a Palazzo Chigi». Perché adesso sostiene una versione differente? Per Andreotti si tratta di un errore del giornalista: «Io riferii quello che era stato a me detto dal generale Miceli, cioè che vi era stata questa approvazione in una sede politica superiore. Penso che Caprara abbia interpretato questa dizione come il Palazzo Chigi». Il Caprara, tuttavia, non è dello stesso avviso: «Io devo confermare di avere sentito il termine “Palazzo Chigi”. Io non posso smentire, anzi, confermo quello che ho scritto».

La questione relativa alla riunione viene affrontata anche dell’onorevole Rumor, Primo Ministro nel 1974. Le parole di Rumor non vogliono lasciar spazio a dubbi di sorta: «Posso dire con tranquillità che questa riunione non c’è stata!».