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Intervista con Giorgio Rinaldi, ex spia dell’Unione Sovietica

Redazione Spazio70

Intervista di Mario Bariona per il quotidiano La Stampa (1978)

«Tutto è cominciato durante l’ultima guerra quando una importante frazione della Resistenza italiana passa sotto il controllo dell’Armata Rossa. Dopo la guerra questo gruppo conserva le sue armi e diventa il supporto logistico della strategia dei servizi d’informazione russi nel Paese. Il nucleo è stato rivitalizzato alla fine degli Anni ’60, quando vi si sono aggiunti elementi pro cubani legati alla tricontinentale. In questo modo il fenomeno ha attraversato tutta la sinistra e l’estrema sinistra: dal PCI, dove sussiste una forte minoranza pro-sovietica, fino all’autonomia, anch’essa largamente infiltrata. Ho schematizzato ma questa è l’origine delle Brigate rosse. E oggi esse hanno alle spalle l’appoggio militare dei Paesi dell’Est di cui sono emanazione». («Rivelazioni» di Renzo Rossellini jr., animatore di «Radio Città futura» una emittente libera romana). Rossellini ha una «lunga milizia nell’estrema sinistra». Ora è accusato, per queste dichiarazioni, di aver svolto un ruolo di «provocatore» e di essersi affiancato a quanti spingono per far apparire le BR come un fenomeno manovrato per «tenere il partito comunista italiano all’opposizione».

«È RIDICOLO FAR RISALIRE LE BR AI SERVIZI RUSSI»

Giorgio Rinaldi, istruttore paracadutista che Gian Paolo Ormezzano nel 1965 (due anni prima che venisse arrestato con la moglie Zarina per spionaggio a favore dell’Urss) definiva «il più matto dei matti» (una gamba rotta in Germania, una caduta sulle rotaie appena passato il treno, un tuffo in un pozzo nero e un altro ben più pauroso perché il paracadute non si aprì, nel lago di Avigliana), vive a Torino. Arrestato nel ’67 e condannato a 15 anni, ha scontato con la moglie (ora defunta) sei anni di carcere prima di tornare in libertà vigilata nel ’73. Adesso dipinge (farà una mostra a Rivoli, in dicembre), continuando il filone che la sua compagna, Zarina, aveva cominciato nella bottega medioevale del Valentino dove furono arrestati: il «covo». Legge le «rivelazioni» di Rossellini e capisce subito perché siamo andati a cercarlo. Ride: una risata che deve far parte della «valigetta diplomatica» che ogni spia si porta dietro per i frangenti difficili.

Dice: «È ridicolo far risalire le BR ai servizi segreti russi. Un altro stile. E poi allora era tutto diverso. I carabinieri facevano i carabinieri, le spie le spie. C’erano delle regole. A quei tempi era più sportivo. Adesso, poi, è molto più pericoloso: si applica persino la distruzione del terrorista alla fine dell’operazione. Ad azione ultimata, salta in aria anche lui…»

— Come Feltrinelli?

«È stato il primo».

— E Ferrari, la bomba di Brescia?

«Sì, Ferrari e altri. Azzi, per esempio. Si è salvato soltanto perché ha invertito le operazioni e invece d’innescare il detonatore e caricare l’orologio ha fatto il contrario. Per cui è esploso soltanto il detonatore e si è salvato. Un caso».

— Rinaldi, sua moglie era una fanatica fascista. Come si concilia con la sua attività che lei definisce di “rosso antico”, ufficiale dell’Armata rossa ecc. Lei ha scritto di essere “tenente colonnello dell’ Armata rossa”? (Tainik, nascondiglio, n.d.r., storie vissute nello spionaggio sovietico, di Giorgio Rinaldi, edizioni bandoni).

«L’ambiente del paracadutismo. C’erano, ci sono, molti fascisti. E poi io ho amici tra i fascisti. Nel settembre del ’45 avevo già capito che non aveva senso il solco che divideva noi da loro. Ognuno fa i suoi errori».

— Lei era nelle formazioni partigiane garibaldine?

«No. Matteotti».

— Dopo le disavventure e il carcere, non ha più avuto noie?

«Tre anni fa mi sono trovato la casa piena di carabinieri. Il giudice Violante voleva interrogarmi sulle “trame nere”. Gli dissi subito che erano trame di Stato. Lui era convinto che ne sapessi qualcosa perché sono amico di Garcia Rodriguez in Spagna….»

— Rodriguez il nazista spagnolo amico di Salvatore Francia? Come lo ha conosciuto?

«Avevo aperto una scuola di paracadutismo in Spagna. Conosco molti là. Poi tre anni fa cercavo di tirare fuori dal carcere un amico, anche lui ex agente sovietico e mi sono rivolto a Rodriguez. Ma mi è subito arrivato addosso Violante. Ho dovuto testimoniare anche al processo Sogno. Ma Sogno lo conosco poco».

— E Cavallo, il provocatore?

«Di più».

— E Pavia, l’ex federale di Torino?

«Lo conoscevo bene».

È tutta gente coinvolta in storie più recenti della sua. Una spia rimane sempre una spia’, dunque? Ride. Adesso pubblichiamo questa intervista e resta «inguaiato» un’altra volta, scherziamo. Ride.

«Adesso dipingo e navigo, ho un cabinato di sei metri…».

— Rende allora fare la spia.

«Rende di più quando si è noti di quando si è in servizio attivo».

— Che genere di spia era lei: a sentirla si direbbe che ha solo giocato. In fondo ha passato un bel po’ di anni in carcere.

«Non era un gioco, erano altri tempi».

— Ha conosciuto i generali dei servizi segreti Maletti e Miceli?

«Sì. Più Miceli».

— Conosce il generale Dalla Chiesa?

«No. Ma penso che lui sia piuttosto un “vigilante” ».

— Torniamo alle Br.

«Secondo me come organizzazione è copiata da quella sovietica, una organizzazione con segretezza, cellulare. Ma non ne è una emanazione. Voglio dire: noi organizzammo, ad un certo momento, sezioni dell’Oas con segreto cellulare, che erano un organismo di destra; in realtà operavano invece per conto dei sovietici e molti ufficiali che vi aderirono si accorsero soltanto molto più tardi a favore di chi realmente lavoravano… »