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Quando Jack Kerouac incontrò i «capelloni» di Napoli (1966)

Redazione Spazio70

Dall'articolo di Domenico Rea, «I capelloni nel Sud», Corriere della sera (1970)

Kerouac fotografato da Tom Palumbo, 1956 circa

A proposito di capellonismo. I grandi rivoluzionari non avvertirono mai la necessità di travestirsi o di perdere tempo davanti a uno specchio per addobbare la propria persona di camicie con svolazzi, sbuffi, merletti, collane, pendagli, medaglioni. Diderot era un uomo elegante. Robespierre si recava a firmare ogni mattina un bel numero di pene capitali profumato e incipriato. Hegel, Darwin, Marx, Engels, Freud, Rutherford, G.H. Hardy, Le Corbusier, Stravinskij e altri andavano in giro in panciotto, catena, orologio e lobbia e non negavano l’inchino e il baciamano alle signore. Da buoni professori molti di essi scrissero i testi che avrebbero lanciato il vecchio mondo tra le fiamme in pantofole. Lenin si spinse fino a Capri per andare a salutare l’amico Gorki e la sua diletta e trepida compagna, Maria Fiodorvna Gelabuskaja, la celebre attrice, che si divertiva a farlo spaventare con dei tiri grotteschi, poco capresi e molto zaristi. Per non dire di Stalin che, in quanto a vestiti, come Tolstoj, predilesse nei dì festivi e feriali una casacca. Si potrebbe continuare l’esemplificazione con un elenco di nomi di martiri ed eroi compostissimi, ma nello stesso non si riuscirebbe a convincere i nostri giovani che le rivoluzioni non hanno bisogno di uomini con barbe e collane e che per accenderle basta scrivere un Manifesto anche con una bella famigliola intorno.

IL CAPELLONISMO NON HA MAI IMPRESSIONATO I MERIDIONALI

Per questi motivi di fondo, congeniti alla gente del Sud, il capellonismo non ha mai impressionato i meridionali se non come divertente curiosità turistica; e quando si scriverà la storia dei capelloni si vedrà che il Mezzogiorno non ne potrà offrire alcuna materia e rimarrà indenne almeno da questa pecca. Da noi il capellonismo ha goduto di una fortuna sporadica. Più precisamente, il giovane che si decideva a buttare alle ortiche gli abiti consueti, emigrava; andava a recitare la sua parte altrove, a Roma o a Milano.

A Napoli, Bari, Cosenza, Matera, Palermo, Salerno — città tutt’altro che tranquille o prive di tradizioni rivoluzionarie antiche e recenti (bisogna ricordare Battipaglia?) — il capellone si sentiva un isolato, non un reietto, si badi, ma una persona poco seria. Questo è stato il giudizio espresso dagli ambienti proletari. A Taranto, a Bagnoli, a Pozzuoli, a Siracusa, negli epicentri delle avanguardie operaie del Mezzogiorno, non c’è mai stato posto per i travestiti di qualsiasi genere. Il capellonismo fu subito considerato una degenerazione da tener d’occhio e da circoscrivere, per avere la sua forte dose di incoscienza, alle extravaganze dei figli e delle figlie di papà a cavalcioni di motociclette a un milione di lire l’una. Capricci, mode e giochi di appartenenti al sottobosco economico, di giovani leoni e leonesse incolti e con in bocca l’ultimo nome di turno, Marcuse come Che Guevara, come chi voglia ricostruire in poche giornate il dinosauro della cultura, disponendo soltanto di una scaglia della sua coda. Il risultato a livelli popolari fu di una diffidenza stroncatrice. E del resto come si può pensare alle “vanità” quando ci sono in ballo questioni primarie che cercano uno sfogo e un inserimento nuovo e dignitoso nel quotidiano?

Sappiamo tutti che cosa vuole (o voleva) il capellonismo: introdurre un cavallo infuriato nel cuore della nostra società programmata fino all’asfissia. Ma il capellonismo, trasportato a Napoli, in un ambiente al grado zero delle deformazioni neocapitalistiche, non trovò depositi da fare esplodere e diede luogo soltanto a manifestazioni esilaranti. Pochi sanno inoltre che Napoli nel corso dei secoli ha prodotto — dolce lascito dei soldati spagnoli — una percentuale esigua ma proterva di effeminati (Conrad v’impiantò un racconto) e i capelloni sulle prime furono scambiati per i discendenti di questi innocui personaggi.

Quando poi si addentrarono nei vichi ebbero l’accoglienza consueta riservata ai cosiddetti femminielli con molto divertimento di un prossimo per natura curiosissimo e salace. Ma di lì a poco, superato anche il periodo canoro di derivazione beatlistica e dopo i fatti e fattacci compiuti in Italia e all’estero e culminati negli eccidi di Bel Air e di Milano i cui autori veri o presunti sono o hanno aspetto capellonico, i capelloni cominciarono a essere guardati con sospetto e, a torto o a ragione, ritenuti capaci di qualsiasi azione.

KEROUAC NON AVEVA NULLA DEL CAPELLONE

Jack Kerouac: dissolutezza e genio del padre della Beat Generation

Ma già da tempo si era diffusa la voce che rubavano, che incantavano e si trascinavano dietro le ragazze, ch’erano sporchi e pidocchiosi, persone col destino segnato e senz’alcuna voglia di lavorare. E dai quartieri popolari scomparirono. A far piazza pulita del capellonismo agiato e intellettualistico fu la conturbante apparizione dell’hippismo mondiale, Jack Kerouac. Fui proprio io a invitarlo a Napoli per fargli tenere un dibattito per conto della libreria Guida, ma commisi l’errore di credere che il povero Jack fosse in grado di sostenere un urto del genere. Nella speranza di poterlo ascoltare accorsero un migliaio di giovani e mai un’altra volta noi della Guida ottenemmo un successo tanto strepitoso.

Per Kerouac val la pena ripetere il motto di Menandro: “Muor giovane colui che al cielo è caro”. Anima candidissima, Kerouac aveva uno sguardo azzurro e leale. Portava capelli corti e barba rasata. Forse non sapeva neanche di trovarsi a Napoli e, seduto dietro il tavolo di conferenziere, sbracato e ruttante, con un’eterna bottiglietta di birra a portata di mano e di bocca — contravveleno all’immenso volume di whisky ingurgitato durante il giorno — chiedeva chi fossero tutti quei ragazzi — all’impiedi, seduti, accosciati — e cosa volessero da lui. E quando qualcuno gli chiese quali fossero le due idee sugli USA e il Vietnam, disse di non averne alcuna; e quando gli chiesero quali fossero i suoi progetti rispose di voler fare il soldato e di volere subito una bella ragazza tra le braccia, trasportando il dibattito in un ilare clima da Pian della Tortilla. In una confusione straordinaria, fra gli strepiti e le impressioni deprimenti provocate dallo sciagurato stato fisico del loro ignaro re, dovemmo trasportare lo scrittore, ubriaco fradicio, nella sua stanza d’albergo, donde più tardi eludendo la sorveglianza, riuscì a evadere; desideroso di passeggiare in riva al mare. Avvicinato da una stella della notte, costei lo persuase a darle, senza concedergli nulla, il poco denaro che aveva in tasca: abbandonandolo poi nel dedalo della viuzza a ridosso di Santa Lucia e costringendolo a rivivere, quasi non fossero passati seicento anni, la stessa avventura occorsa ad Andreuccio da Perugia.

Fu lui stesso a raccontarci l’accaduto il giorno seguente davanti a un piatto di spaghetti col pomodoro che non osò mangiare fino a sera, trovandoli “tanto boni, tanto boni”. L’aspetto di Kerouac era straziante. Afflitto da etilismo cronico era ossessionato da ricordi fluttuanti e fuggevoli. Nel vedere mia figlia si ricordò della sua, quattordicenne, finita chissà dove e come. Tutto questo disse, si intende, a pezzi e a bocconi fra interminabili liti con noialtri, che tentavamo di farlo bere di meno. Kerouac non aveva nulla, assolutamente, del capellone e tutto dell’americano in blue-jeans e maglietta scozzese sbottonata. Portava un enorme crocifisso nascosto sotto la camicia ed era lieto di essere stato in Vaticano. Come Ginsberg, per la sua mente trasvolavano immagini mistiche di nuove religioni. Per sbaglio, nel viaggio da San Francisco in Italia, dov’era stato inviato dal suo editore, si era portato dietro una di quelle borsette di plastica che le massaie usano per la spesa, con dentro: uno slip, una gilette e una seconda camiciola. Rientrato in America mi inviò una poesia dallo stravagante titolo: “A Pun Al Gelpi” i cui primi versi dicevano: “Jesus got mad one day – at an apricot tree” e una lettera di accompagnamento in cui scriveva di aver rivisto sua madre, di trovarsi nella sua vecchia casa fra gli alberi e il suono del vento, dandomene un’immagine da brughiera scozzese; di bere di meno e di sentirsi felice, ora che si trovava solo, lontano dalle vecchie bande in cui non credeva più, da autentico vagabondo di tradizione hamsuniana.