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L’intervista di Playboy a Oriana Fallaci

Redazione Spazio70

«La parola puttana è orrenda e dovrebbe essere cancellata dal vocabolario. Ma, finché ci resta, è consolante osservare che ormai si dice anche puttano. O sgualdrino. E ora basta col sesso»

Riportiamo di seguito alcuni stralci estrapolati dalla lunga intervista di Guido Gerosa a Oriana Fallaci pubblicata tra le pagine della rivista «Playboy» nel mese di gennaio del 1976. I temi trattati spaziano dal sesso alla rivoluzione sessuale, fino al rapporto con i colleghi e col proprio Paese, l’Italia.

PLAYBOY: «Questa tua posizione di rifiuto dell’amore mi sembra straordinariamente nuova e moderna. Però, nello stesso tempo, tu ami la politica, ami la vita, ami un uomo. E allora?»

FALLACI: «E allora nulla. Come dice il proverbio, dal pensare al fare c’è di mezzo il mare. A questa conclusione ci è arrivato anche l’uomo cui alludi, insomma il mio compagno. E del resto perché incontri una creatura anziché un’altra? Incontrarla non basta: dopo che l’hai incontrata la devi accettare. Puoi incontrare un uomo e andarci a letto, amarlo per una settimana, per un mese: ma poi, se continua vuol dire che lo accetti, che ti si addice. Evidentemente l’incontro che ho avuto con quest’uomo, a un certo punto della mia vita, era quello di cui avevo bisogno perché corrispondeva a un mio stadio di pensiero, di maturità. Anzi, corrispondenza di idee. Lui dice: “E’ in nome dell’amore che i dittatori impongono le torture più tremende, ad esempio la tortura psicologica di arrestare una moglie, denudarla, bastonarla, e poi chiamare il marito per dirgli: ‘O parli o andiamo avanti'”. Ecco, io credo che dinnanzi a un tale ricatto lui tacerebbe. Lascerebbe che la tortura su di me continuasse. E farebbe bene. Perché vorrebbe dire che ha scelto davvero l’umanità anziché una persona».

PLAYBOY: «Io ho l’impressione che tu faccia i conti senza il sesso, Oriana».

FALLACI: «Vedi, il sesso costituisce un argomento di cui si parla volentieri quando si è molto giovani e ne abbiamo curiosità. Perché non lo si fa. Dopo, quando lo si è conosciuto e si è capito di che si tratta, perché lo si fa, se ne parla con una specie di noia. Io ne parlo con una specie di noia. Anzitutto perché (la tua osservazione è giusta) sono ormai incapace di considerarlo come un fatto a sé, indipendente dai sentimenti. E poi perché, capisci, mi sembra di voler fare del perbenismo. E io disprezzo il perbenismo. Non sono una perbenista. Sono perbene. E poiché sono una persona perbene, devo ammettere questo: io tutte le volte che ho sentito un richiamo del sesso senza sentire un richiamo dei sentimenti mi sono sentita colpevole. Odiosa. E molto spesso ho rifiutato quel richiamo per mettere in pace la mia coscienza. Oppure ho costruito intorno a quel richiamo sentimenti che non esistevano. Non capita soltanto a me, credo: capita a molti. Si cerca sempre una giustificazione morale al richiamo del sesso perché per secoli ci hanno insegnato che il sesso è una cosa sporca».

«LA PORNOGRAFIA SUSCITA IN ME UNA SPECIE DI IRRITAZIONE»

PLAYBOY: «Lo è?»

FALLACI: «Ma no! Incomincio a credere che, lungi dall’essere una cosa sporca, sia una cosa estremamente banale. Soprattutto se viene senza sentimenti. Quelli non inventati. Perché il sesso senza sentimenti è noioso, diventa una ginnastica faticosissima e basta. Specialmente per un uomo. O mi sbaglio? Capisci, tu puoi durare quella fatica fisica perché vuoi bene a una persona, ma durare fatica per qualcuno a cui non vuoi bene è veramente diabolico. Sì o no?»

PLAYBOY: «Beh, potrebbe essere un qualche cosa come scalare una montagna. Il piacere sportivo in se stesso…»

FALLACI: «No, perché quando ti arrampichi a una montagna, ti arrampichi anche per un motivo ideale. E’ una ricerca, è una scommessa. Invece l’atto sessuale ridotto di per sé è fine a se stesso. Si esaurisce in se stesso.Per questo è noioso: perché è un atto concluso, è un circolo chiuso. Fine a se stesso. Io ricordo un collega, mi sembra Mino Monicelli, che diceva: “Fare l’amore è una cosa da facchini. Perché sposta il sangue dal cervello e lo trasferisce al basso ventre. Non pensi più”. Devo dire che questo non è il mio caso perché io penso anche in quel momento. Il sangue, a me, non mi abbandona mai il cervello. Dicono che sia un fatto negativo, ma a me sembra positivo. Che sia una puritana? Oddio, sarebbe terribile se scoprissi che sono una puritana. Ma devo confessare che la pornografia, le fotografie di gente nuda, suscitano in me una specie di irritazione».

PLAYBOY: «Non ti credo».

«C’è qualcosa di dissacrante, di offensivo, nel fotografare un corpo nudo, cioè nel cristallizzarlo dentro un’immagine. Questo sia nel caso che il corpo nudo sia quello di una donna come nel caso che sia quello di un uomo. Io tutte le volte che vedo una donna nuda o un uomo nudo fotografati avverto una specie di umiliazione. Sento loro umiliati e me stessa umiliata. Umiliata perché sono una creatura come loro e umiliata perché costretta a guardare, a partecipare di questo insulto. Fisicamente, non sono una donna pudica. Se mi sorprendi nuda, ciò mi lascia del tutto indifferente. Il gesto di coprirmi non mi appartiene. Quindi non deve trattarsi di pruderie: deve trattarsi della rabbia che provo a vedere il sesso sfruttato e avvilito dalla pornografia. Specialmente quando il corpo denudato è il corpo di una donna, e i suoi seni o le sue gambe o i suoi fianchi vengono esposti come quarti di bue in una macelleria».

«IN ITALIA CE L’HANNO TANTO CON ME PERCHÉ NON SONO MORTA»

Oriana Fallaci sulla copertina di «Playboy», gennaio 1976

PLAYBOY: «E le statue dei corpi nudi allora?»

FALLACI: «Ma la Venere di Milo, la Maja desnuda non sono uno sfruttamento del sesso, un avvilimento del sesso, una macelleria. Sono una transumazione o almeno una nobile esaltazione del sesso. C’è una bella differenza. A guardarle, dimentichi perfino il sospetto che il corpo umano non sia poi tanto bello».

PLAYBOY: «Ti volevo chiedere se approvi la rivoluzione sessuale».

FALLACI: «La rivoluzione sessuale… guarda, l’unica cosa davvero positiva di questa rivoluzione sessuale è che, liberandoci dalla paura di fare l’amore, ci ha liberato anche dalla paura di non farlo o di non farlo abbastanza. Insomma, a forza di gettarci in faccia organi genitali, essa ci ha dato il coraggio di rifiutarli quando ci va di rifiutarli, o di metterli da parte quando ci va di metterli da parte. E poi ci ha spiegato, o per lo meno ha spiegato a chi non lo sapeva, che nel sesso gli uomini non sono cittadini di prima classe e le donne cittadine di seconda classe. La parola puttana è orrenda e dovrebbe essere cancellata dal vocabolario. Ma, finché ci resta, è consolante osservare che ormai si dice anche puttano. O sgualdrino. E ora basta col sesso».

PLAYBOY: «Ma perché ce l’hanno tanto con te in Italia?»

FALLACI: «Perché non sono morta. In Italia chi ha successo, per essere accettato, deve morire. O almeno essere molto malato, con un piede nella tomba. Ricordi come furono gentili quando venni ferita al Messico? La televisione parlava tutte le sere di me, i giornali mi dedicavano articoli, il Presidente della Repubblica Saragat mi mandava i fiori, i deputati mi mandavano i telegrammi, i colleghi erano tutti eccitati. Sai perché? perché speravano di vedermi morire. Infatti, appena fu chiaro che non gli avrei dato quella soddisfazione, cominciarono subito a scrivere cattiverie. Enrico Mattei, allora direttore della Nazione, scrisse addirittura che avevo fatto tutto quel bordello perché la polizia mi aveva chiesto l’età. Lui che poteva essermi bisnonno e casca già da tutte le parti, dal cervello all’inguine. Insomma, chi è vivo e ha successo, in Italia, disturba. E io disturbo perché ho successo e sono viva. Peggio: non ho nemmeno intenzione di suicidarmi».

PLAYBOY: «Ma tu chi salvi tra i giornalisti italiani?»

FALLACI: «Molta più gente di quanto tu creda. Certo non brucio incensi a chi scrive un libro sulla Cina dopo essere stato sei giorni in Cina, però sostengo che tra i giornalisti italiani se ne trovano alcuni che sono tra i migliori d’Europa. Tommaso Giglio per esempio è un gran giornalista, un gran direttore, sebbene sia il mio direttore e mi rompa le scatole. Un po’ troppo intellettuale, certo, un po’ troppo ossessionato dall’erudizione e dalla cultura. Ma così geniale, coraggioso».

«CAMILLA CEDERNA? È BRAVA E NON È INVIDIOSA. È MILANESE, NON ITALIANA»

PLAYBOY: «E tra le giornaliste chi salvi?»

FALLACI: «Tante. Miriam Mafai per esempio è brava. Maria Antonietta Macciocchi è brava. La mia sorella Neera anche. Hai letto il suo libro su Don Milani, Dalla parte dell’ultimo? e tra le brave ci mettiamo pure mia sorella Paola. Sissignori. Ma più di tutte a me va bene la Cederna».

PLAYBOY: «Chi lo avrebbe detto?»

FALLACI: «Perché? oddio, tutte le volte che un collega mi intervista si meraviglia che parli bene di lei. E tenta di rifare tra noi due la rivalità, anzi, l’ostilità che attribuirono alla Tebaldi e alla Callas. Ma pensaci bene: perché dovrei avercela con una donna che fa un giornalismo civile e politico come lo faccio io, una donna che prende i suoi rischi come li piglio io? Ma per me la Camilla è un compagnon de route! Non sono mica così pazza da non amare un compagnon de route! Da una intervista recente risulta quasi il contrario, e me ne dispiace. Avevo fatto di noi due un ritrattino che sembrava il ritrattino dei fratelli Bandiera, anzi delle sorelle Bandiera e…forse commisi un errore a raccontare che c’eravamo litigate una volta per Mao Tse Tung. Mi sembrava divertente e non potevo immaginare che la versione non lo sarebbe stata altrettanto. E per concludere affermo che a me la Camilla sta bene per le scelte che ha fatto. Perché, capisci, era inevitabile che io facessi le scelte che ho fatto: vengo da un ambiente proletario e il mio sbocco naturale era il socialismo. Ma la Camilla è una signora borghese, viene da un ambiente borghese, e non era affatto inevitabile che giungesse alle verità che i proletari e gli ex proletari vivono quotidianamente sulla loro pelle. Quindi va ringraziata due volte».

PLAYBOY: «E’ la cosa più bella che potresti dire sulla Cederna».

FALLACI: «Se è bella non lo so, però so che è giusta. Tanto più che la Camilla ha un altro merito: non è invidiosa. Forse perché non è brutta, forse perché non è italiana: è milanese. Gli italiani, invece… non sono mica buoni gli italiani, sai? ci hanno insegnato a credere che gli italiani sono buoni, generosi, che hanno il cuore in mano: ma non è affatto vero. Sono invidiosi, spesso meschini, e non hanno affatto il cuore in mano. Tutt’al più hanno il cazzo in mano, visto che ne parlano ossessivamente anche quando ne sono sprovvisti. In paragone agli italiani, gli americani diventano tutti San Martino. Così i francesi. Perché gli americani rispettano il successo di chiunque: lo associano al lavoro, alla fatica, e lo considerano un premio. Un merito. I francesi accettano il successo dei francesi e basta, ma anche quando sono vivi. Guarda come amano Malraux, la Sagan, la Bardot. Gli italiani invece, quando non possono fare altro per dimostrare che il tuo successo è un furto, dicono che sei cornuto. O frocio. O che non hai l’utero. Ma pensa a quel che fecero a Malaparte: i fischi, le calunnie, gli insulti. Solo perché era più bravo degli altri. Malaparte lo accettano oggi perché è morto. Anzi, incominciarono ad accettarlo un pochino quando tornò dalla Cina, moribondo col cancro».