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Il business americano dell’energia atomica secondo «Lotta continua»

Redazione Spazio70

«Lo sfruttamento dell'energia nucleare è esemplare dell'uso parziale, distorto, condizionato e condizionante dell'energia imposto dal capitale. Vediamo come l'ipotesi nucleare ha iniziato la sua contrastata, faticosa ed imposta ascesa»

«Lo sfruttamento dell’energia nucleare è esemplare dell’uso parziale, distorto, condizionato e condizionante dell’energia imposto dal capitale. Vediamo come l’ipotesi nucleare ha iniziato la sua contrastata, faticosa ed imposta ascesa. Alla fine della seconda guerra mondiale gli USA si trovarono con quella poderosa struttura che si erano creati per la progettazione della bomba atomica; per promuovere e controllare le attività legate a questo settore fu creato l’Atomic Energy Commission, dotata di enormi poteri, la quale prevedeva un immenso impiego di risorse (vi lavoravano il 10 per cento di tutti i fisici americani, si utilizzava il 50 per cento di tutta la produzione di acciaio in tubi, il 7 per cento del nichel disponibile negli USA). Ora questo impiego di risorse e di capitali doveva trovare uno sbocco che andasse oltre le finalità militari per cui era stato previsto. Nel 1955, con la Conferenza di Ginevra “Atomi per la pace”, si ebbe così l’ingresso ufficiale dell’energia nucleare per usi pacifici: gli USA si sbarazzarono dei loro sorpassati reattori di ricerca, vendendoli sottocosto e preparando il terreno per una penetrazione commerciale anche in questo settore. E’ interessante a questo punto notare come le multinazionali USA siano riuscite ad imporre, tra le diverse tecnologie che si sperimentavano nei vari paesi, proprio la loro che erano le più complesse, più sofisticate, ma non per questo le migliori.

«NEL 1964 IL COLPO DI SCENA»

Gli elementi fondamentali di un reattore (combustibile, moderatore, refrigerante) portavano infatti a centinaia di combinazioni e le scelte fra le diverse “filiere” furono determinate non da criteri di convenienza, ma da motivi politico strategici. Innanzitutto vi era la scelta del combustibile. Tutti i reattori statunitensi utilizzavano uranio arricchito, cioè uranio naturale che, attraverso procedimenti oltremodo costosi e complessi, viene ad aumentare la percentuale dell’isotopo U235 che prende parte al processo di fissione. La ragione di questa scelta è semplice: si sfruttavano così le grosse industrie di arricchimento costruite durante la seconda guerra mondiale, che solo gli USA possedevano in occidente e che quindi garantivano il monopolio americano su questo particolare combustibile. Nell’ambito delle varie filiere prevalsero così i sistemi dei reattori ad uranio arricchito ad acqua bollente e ad acqua sotto pressione adottati rispettivamente dalla General Electric e dalla Westinghouse, i due più grossi complessi USA per la produzione di centrali elettriche. Strade diverse venivano frattanto seguite, oltre che nei paesi socialisti, in Canada, in Inghilterra, in Francia. Dal punto di vista commerciale la situazione però era tutt’altro che allegra. Le centrali ordinate erano poche per l’incertezza dei costi e a causa dell’ostilità degli interessi petroliferi e carboniferi e della pressione di forti settori delle popolazioni contrarie all’installazione delle centrali per motivi di sicurezza. Nel 1964 si ebbe il colpo di scena. La General Electric seguita a ruota dalla Westinghouse, pubblicò un listino prezzi delle centrali (che venivano vendute sotto costo) che per la prima volta permettevano, sulla carta, la produzione di energia elettrica a prezzi inferiori a quelli dei sistemi convenzionali. Il grosso rilancio del settore che ne derivò (tra il ’65 e il ’68 vennero ordinate 97 centrali) permise alle due multinazionali di conquistarsi il mercato internazionale, che oggi coprono per l’80 percento. Dopo questa operazione di dumping i prezzi vennero notevolmente aumentati, tanto che le previsioni finanziarie delle centrali ordinate ora sono di dieci volte superiori ai prezzi di listino del 1964. Si è visto quindi come quasi tutti i paesi che oggi installano centrali nucleari dipendano per la sofisticata tecnologia dei reattori da queste multinazionali USA.

Ma c’è un altro condizionamento estremamente importante e cioè l’approvvigionamento del combustibile. Ora le riserve di uranio nei paesi capitalistici sono concentrate negli USA, in Canada, in Svezia, in Sud Africa e in Australia. Ma poiché, come si è visto, la stragrande maggioranza dei reattori funziona ad uranio arricchito c’è un’ulteriore strettoia costituita dai paesi che con i loro impianti sono in grado di fornire questo prodotto e questi sono attualmente solo Stati Uniti ed Unione Sovietica. Infatti, anche se sono in piedi iniziative per impiantare sistemi di arricchimento anche in altri paesi (Europa, Giappone, Sud Africa), per almeno una decina di anni saranno le due superpotenze a dettare legge sulla quantità e i prezzi delle forniture di uranio arricchito. In particolare chi controlla il ciclo dell’uranio sono le stesse multinazionali petrolifere, che ora potremmo chiamare più propriamente energetiche, le quali ormai possiedono la metà delle miniere di uranio, sono presenti nella fase della fabbricazione e del ritrattamento del combustibile e stanno entrando anche nella più delicata fase dell’arricchimento. Così non meraviglia il fatto che il prezzo dell’ uranio, che per lungo tempo era stato tenuto artificialmente basso (quando si trattava di sfondare il mercato), dopo la crisi petrolifera con un balzo repentino sia passato da 10 mila lire al chilo di ossido di uranio a più di 50 mila lire nel 1976. Dopo aver fatto convertire all’ipotesi nucleare vari paesi con l’acqua alla gola per gli aumenti petroliferi (pensiamo solo al faraonico ed assurdo progetto del nostro programma energetico che prevede l’installazione di 20 centrali da 1000 MW entro il 1985), le compagnie statunitensi hanno la continua possibilità di ricattarli con aumenti dei prezzi delle centrali dell’uranio o bloccando le forniture».