logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

Dicembre 1970. L’intervista di Giampaolo Pansa a Junio Valerio Borghese

Redazione Spazio70

«Lo Stato di oggi è talmente marcio che forse non servirà nemmeno dargli un colpetto»

Un bambino piange mentre su di lui si protende una mano artigliata; per ciascuna grinfia, una scritta: «Droga, omosessualità, prostituzione…». Il titolo dice: «Italia drogata e democratica». È uno dei manifesti presenti all’interno dell’ufficio personale di Junio Valerio Borghese, ex comandante della «X Mas», a cavallo tra anni Sessanta e Settanta leader del «Fronte nazionale».

«I MEDIA ITALIANI? SUCCUBI DI DC E COMUNISTI»

Le idee di Borghese sono sintetizzate in quel manifesto. Nel dicembre 1970, alla vigilia del tentato golpe che porta il suo nome, «il comandante» viene intervistato da Giampaolo Pansa per il quotidiano «La Stampa». Si tratta di un evento raro: Borghese non si fida dei media italiani, giudicati troppo faziosi, «succubi dei dicì e dei comunisti».

Il dialogo che precede l’incontro è paradigmatico dei due uomini: «Lei scriverà un articolo obiettivo su di me?» — chiede Borghese: «No, non ne sarei capace», è la risposta di Pansa. «Lei è un uomo schietto», sorride il principe nero: «sta bene, le darò l’intervista».

Il colloquio avviene il 5 dicembre 1970, alla presenza di Carlo Benito Guadagni – 46 anni, figlio di un fascista ucciso dai partigiani, ex giovane marò della «decima» – e del fotoreporter Mimmo Frassineti. Borghese si lascia fotografare senza opporre resistenza: a Pansa le parole del «comandante» sembrano vaneggiamenti di un povero vecchio. Il titolo che uscirà qualche giorno più tardi – «Deliri del principe nero» – sintetizza questa idea. Quanto al «povero vecchio», Borghese ha 64 anni, ma pare più anziano: ingobbito, con le guance cascanti, fatalmente appesantito, fa professione di povertà. «Di cosa campo? Faccio l’agricoltore. Le terre che ho ad Artena costituiscono un debito colossale: io sono senz’altro un uomo povero che ha la pensione di capitano di fregata, cioè 148 mila lire al mese, e una medaglia d’oro, cioè altre 83 mila lire al mese».

A mancare, dice Borghese, è l’idea di Patria: «è stata abolita», sottolinea con voce stentorea accompagnata da un pugno che troppe volte si serra di scatto. Insomma, per «il comandante» ci vorrebbe qualcuno in grado di guidare il Paese fuori dalle sabbie mobili nelle quali è finito per colpa di un regime politico corrotto e «ostaggio dei comunisti».

STATO FORTE. ORDINE E DISCIPLINA

Junio Valerio Borghese

Chi potrebbe essere quest’uomo? «Io un’idea ce l’ho», interviene Guadagni, con Borghese ad annuire compiaciuto. La scena ha un che di grottesco, qualcosa di simile a un film di Monicelli: «Sì, forse io sono adeguato», dice il principe nero: «sono capace di suscitare un corteo di un milione di uomini, ho un seguito, ma sono anche troppo anziano. E poi sono contrario all’idea che un uomo solo basti. Ci vorrebbe un gruppo di persone che sollevi questa bandiera». E il «Fronte» che fa?, chiede Pansa: «prepara la struttura nazionale per sfruttare questo corteo di un milione di uomini», chiosa Borghese.

Il programma politico è chiaro: abolizione di tutti i partiti – Msi compreso, riesumazione delle corporazioni, Stato forte come idea risolutiva verso i «mali della nazione». Più ordine, più disciplina, più potere al governo. Ma quanti sono quelli che aderiscono al «Fronte»? «Centinaia di migliaia», dice Guadagni in un moto di entusiasmo: «diciamo varie migliaia», lo corregge Borghese con un tono di fastidio. «Almirante fa male però a sottovalutarci», aggiunge, «perché stiamo creando un centro di potere su scala nazionale. Per questo lavoriamo: ci sono nostri tecnici che si stanno preparando e aggiornando».

Quando gli fanno notare la vaghezza di quel che dice, Borghese risponde adducendo la necessaria riservatezza: «l’esperienza militare mi ha insegnato che è una grossa forza circondarsi di un certo mistero: in ogni caso, ci stiamo organizzando per prendere un giorno il posto delle strutture attuali».

In che modo lo Stato-ombra organizzato dal Fronte sostituirà quello attuale? «Lo Stato di oggi è talmente marcio che forse non servirà nemmeno dargli un colpetto», dice Borghese, «perché l’attuale classe governante sta anelando qualcuno che si presenti e dica: signori, andate a casa».

Quale posto avrebbe il «comandante» nel nuovo assetto istituzionale? «Non vorrei rivestire nessun incarico», dice, «ma una cosa, sì, la vorrei: un buchetto sull’Altare della Patria…».