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«Non ho mai avuto rapporti con i Servizi». L’intervista di Sergio Zavoli a Stefano Delle Chiaie

Redazione Spazio70

«La fuga all'estero? Fu, forse, il mio più grave errore, almeno sotto il profilo della mia credibilità personale»

Lei è stato chiamato “la primula nera”, un soprannome dovuto alla sua lunga latitanza, quasi diciassette anni, se non sbaglio, e alla sua apparente imprendibilità. Come si definisce: un cospiratore, un fascista di nuovo tipo, un rivoluzionario, un agente segreto, un mercenario, la vittima di poteri occulti, o che altro?

«Io vorrei definirmi, dal punto di vista storico, fascista. Accetto cioè tutto ciò che il fascismo ha rappresentato in Italia. Sotto questo aspetto, forse, la definizione esatta è quella che già ci viene data, quella cioè di “neofascisti”. Più esattamente noi, o almeno alcuni di noi, si definiscono “nazionalrivoluzionari”. Se per rivoluzione si intende il cambiamento dell’attuale ordine, io sono rivoluzionario. Non ho mai avuto rapporti con i Servizi e ritengo che l’accusa infame di essere stato collegato ai Servizi provenga proprio dai Servizi. Credo che essi abbiano avuto interesse a sgretolare la mia immagine, come quella di altri, per isolarci nel nostro stesso ambiente politico e forse per dare spazio ad altre imprese che la nostra presenza poteva rendere più difficili. Respingo anche il sospetto che io possa aver avuto a che fare con stragi, stragismo, stragisti, o con chiunque altro abbia potuto immaginare questi barbari delitti, che io ho sempre condannato. Bisognerebbe leggere con attenzione gli atti dei processi in cui sono stato trascinato per capire che non poteva esserci, non può esserci, e non potrà mai esserci, un collegamento fra me e gli organismi dello Stato.»

«GIANNETTINI? MAI CONOSCIUTO»

— Lei ha avuto rapporti con Mario Merlino, con Franco Freda e con Guido Giannettini. Questi nomi conducono alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 e alle bombe esplose a Roma lo stesso giorno. In una nota di servizio del Sid, del 17 dicembre 1969, lei è indicato come mandante e Merlino come esecutore degli attentati di Roma.

Giannettini e Freda, durante una pausa nel processo di Catanzaro per la strage di piazza Fontana

«Giannettini non l’ho mai conosciuto. Freda, nella mia vita, l’ho visto due volte, una nel 1964-65 e l’ultima volta nel 1965, a Roma, al teatro Brancaccio, quando ci fu una riunione di comitati di Riscossa nazionale. Non ho mai più visto Freda, né prima né dopo. Mario Merlino era uno degli elementi che frequentava l’università, che si schierò nel 1968 sulle nostre stesse posizioni e che, dopo l’incidente, credo, del 16 marzo, quando ci fu l’assalto del Movimento sociale, ruppe con il nostro ambiente, per reazione. In quell’occasione io ed altri che provenivamo da Avanguardia nazionale, al momento dello scontro, ci schierammo, sbagliando, lo dico oggi, con i missini che erano arrivati all’università. Questo non piacque a Mario Merlino né ad altri. Lei ha fatto cenno ad una velina. È una velina che io contesto come vera, perché quella velina viene dal Sid deviato. Quella nota appare nel 1973, ma quando la magistratura ordinerà di periziare le macchine per scrivere dei Servizi non si troverà la macchina per scrivere sulla quale quella velina era stata battuta. Però si dimentica di fare la perizia sulle macchine degli uffici di via Sicilia, quei famosi uffici di via Sicilia dove stavano il capitano Labruna e il generale Maletti.»

«AMMIRAZIONE PER FRANCO? NO. PER SALAZAR, PIUTTOSTO»

— Perché, se lei era fuori da tutte queste cose, preferì fuggire all’estero, nel luglio del 1970 se non sbaglio, piuttosto che essere interrogato come testimone dal giudice Cudillo sulla strage di piazza Fontana? Voleva proteggere qualcuno? Aveva ricevuto un avvertimento?

Antonio de Oliveira Salazar in una foto degli anni Quaranta

«No, le spiego subito. Avvertimenti no, piuttosto avvisi, molti. Tutto è meno misterioso di quanto possa sembrare. Fu, forse, il mio più grave errore, almeno sotto il profilo della mia credibilità personale. Fu una scelta, però, anche fortunata perché mi permise di vivere diciassette anni intensi, che non avrei mai vissuto. Devo ringraziare, sia pure in parte, i miei persecutori perché mi hanno permesso di fare esperienze che, diversamente, non avrei fatto. Andai via perché ero già stato interrogato moltissime volte. Durante questi interrogatori, sia giornalisti sia altra gente che girava in tribunale mi dicevano: “Guarda che da un momento all’altro ti arrestano. Vogliono coinvolgerti…”. Avevo subito un confronto il giorno prima. Un confronto che mi era sembrato scorretto, perché ogni volta che mettevo in difficoltà chi mi era stato messo a confronto il giudice interveniva per salvarlo, per toglierlo dall’imbarazzo. Ebbi anche uno scontro… Dissi: “Se volete arrestarmi, arrestatemi, non giochiamo più, è inutile che stiamo a scherzare”. Mi convocarono per il giorno dopo. Quando arrivai al palazzo di giustizia mi indicarono il cellulare della traduzione carceraria. Era l’unico, era vuoto, era solo per me. Allora i miei avvocati mi consigliarono di allontanarmi, e io mi allontanai. In questo modo inizia la mia storia. Mi dissero: in due o tre mesi ritornerai. Così sono fuggito. Non volevo proteggere nessuno, assolutamente. Al contrario: fui assillato a lungo dalla preoccupazione che, andandomene, non avrei potuto testimoniare a favore di Mario Merlino. Rientrai nel gennaio del 1971 con la ferma intenzione di presentarmi al processo di Roma, e mi sarei presentato se il processo non fosse stato trasferito a Milano.»

— Lei manifestava una grande ammirazione per il regime franchista, in Spagna.

«No, sbaglia.»

— Sbaglio?

«Sì.»

— E per quello di Salazar, in Portogallo?

«Forse più verso quello di Salazar.»

— E per la dittatura dei colonnelli, in Grecia?

«Non ho avuto possibilità di valutarla.»

— Ricevette da qualcuno di questi Paesi qualche concreta dimostrazione di solidarietà prima della sua fuga dall’Italia?

«No, dopo.»

«ESCLUDO QUALSIASI RAPPORTO CON SERVIZI STRANIERI O ITALIANI»

— Lei ebbe un incontro con Franco?

«Sì.»

— Che cosa vi diceste?

«Spiegai i motivi per cui ero stato costretto ad andare via dall’Italia e chiesi di poter rimanere in Spagna finché non fossero stati risolti i miei problemi.»

— Un incontro, si direbbe, a livello di capi di Stato…

«Beh, senta, dottor Zavoli, io credo di avere il senso della misura! Quindi non mi faccia passare per matto, per favore…»

— Con quali servizi segreti stranieri ha avuto rapporti? Che cosa le chiedevano, e che cosa offriva?

«Non vedo perché avrei dovuto collegarmi ai servizi spagnoli. Per avere copertura? I miei reati non erano perseguibili all’estero, e inoltre credo che la copertura del Generalissimo valesse più di quella dei servizi. Ho avuto contatti con elementi militari della Spagna che erano miei camerati, avevano combattuto nella Divisione Azzurra e li avevo conosciuti. Nessun altro rapporto con i servizi spagnoli, sfido chiunque a dirlo. Ci sono le mie interviste sui giornali spagnoli, su questo argomento. Si è parlato anche di connessione con la Pide portoghese. Sa in che anno? 1976. Ora, nel 1975, aprile, non c’era più la Pide perché erano arrivati i colonnelli democratici… già, perché ci sono i militari democratici e quelli non democratici! Non esisteva più la Pide. Li avevano arrestati tutti. Ma il pentito Calore e il pentito Ansaldi hanno detto «nel 1976». Dato che il pentitismo fa legge, non si va nemmeno a leggere il testo di storia, l’articolo, perlomeno, per vedere che nel 1975 c’è stato il golpe dei garofani, de los claveles, e così si parla ancora di Pide. Bolivia? Ma io ero consigliere di un dipartimento dello stato maggiore, avevo rapporti con i presidenti dell’epoca e quindi non avevo bisogno di altre coperture. Escludo assolutamente qualsiasi mio rapporto con Servizi stranieri o italiani, mentre, sì, ho avuto contatti con civili e militari che la pensavano come me. Era mio diritto.»

«HO CONDIVISO L’OMICIDIO OCCORSIO, MA NON POLITICAMENTE»

— Le è mai accaduto di venire in contatto con qualche affiliato della P2 o con lo stesso Gelli?

«Con Gelli assolutamente no. Con altri della P2, che io sappia, no. Oddio, Labruna sì era della P2, ma l’ho saputo dopo… Del resto, non era necessario che Labruna entrasse nella P2. Era già nei Servizi e questo doveva bastare. Comunque, le assicuro di non avere avuto contatti con la P2!»

Vittorio Occorsio

— È vero che quando a Roma fu ucciso il giudice Vittorio Occorsio lei commentò: “Non sono il mandante di quell’azione, ma la condivido”?

«Sì, è vero. Non avvenne quando fu ammazzato, ma nel 1982, dopo i fatti della Bolivia. Occorsio muore nel 1976, questa dichiarazione l’ho fatta nell’82. Potrei addurre a scusante che era proprio un momento particolare di astio, posso dire una delle rarissime volte nella mia vita in cui ho sentito astio e odio perché difficilmente riesco a sentire odio… non mi rendo schiavo di un sentimento che può essere nobile, ma anche abbastanza limitativo della propria libertà. Al processo Occorsio mandai una memoria dove dicevo appunto che non avevo né brindato né pianto, anche perché nessuno aveva pianto i nostri morti: questo l’ho detto.»

— Ma condividere sia pure ideologicamente un delitto non è come compierlo?

«No, non lo è. Forse l’espressione letterale è infelice: potrei dire che ho condiviso il gesto, ma non l’ho condiviso dal punto di vista politico, cioè scindevo i due problemi. Poiché politicamente ritengo che sia stato un atto negativo…»

— Perché Occorsio, perché Amato, perché i magistrati?

«Se me lo avesse chiesto nel 1982, dopo gli eventi che ho ricordato… in quel momento sentivo un astio profondo nei confronti del giudice Gentile, per esempio. Ringrazio chi in quel momento mi fece riflettere su una assurda situazione, perché è stato forse l’unico momento della mia vita in cui stavo perdendo l’autocontrollo.»

— Torniamo al capitano del Sid Antonio Labruna, con il quale lei ha ammesso poco fa di avere avuto rapporti. Le spiegò perché i Servizi…

«Non “rapporti”, un solo rapporto.»

Foto dal sito: 4agosto1974.wordpress.com

— … le spiegò perché i Servizi segreti erano interessati ad allontanare dall’Italia Freda e Ventura? Perché Labruna si rivolse proprio a lei?

«Perché proprio a me? Penso che ci sia una logica: intanto, io mi trovavo in Spagna. Poi, badi bene, bisogna vedere qual era l’obiettivo reale di Labruna e di Maletti. Se c’era una volontà deviante, nei miei confronti… beh, solo a me potevano rivolgersi… non bisogna dimenticare che ero espatriato proprio per l’accusa di falsa testimonianza su Merlino, anzi per reticenza.»

— Lei a quel punto sapeva che Guido Giannettini, anch’egli implicato nella strage di piazza Fontana, lavorava per i Servizi segreti e aveva contatti proprio con il capitano Labruna?

«No, non credo… Potrei dire una sciocchezza, ma ritengo di no perché credo che all’epoca non si fosse ancora parlato di Giannettini.»

— E quali rapporti ebbe con il generale Maletti, superiore di Labruna?

«Nessun rapporto. Non ho mai incontrato Maletti.»

— Ma quali reati ammette di avere commesso? Nessuno, mai?

«Vede, io mi trovo sempre in difficoltà, sa perché? Io, quasi quasi, sarei portato ad ammettere qualche reato che non ho commesso…»

— Lei è qui per gioco, oggi?

«Glielo assicuro, non auguro a nessuno di poter giocare questo gioco che non è stato voluto da me.»

— Questo Stato, il cui ordine lei vorrebbe sovvertire o quantomeno cambiare…

«Cambiare. Il termine “sovvertire” non mi piace molto. Sono stato abituato a pensare che sovversivi erano gli altri.»

— Ancora oggi il Parlamento, la magistratura, le forze dell’ordine, ma soprattutto l’opinione pubblica, chiedono che sia fatta luce sulle stragi. Lei crede che sarà possibile?

«Spero di sì, anche perché noi siamo, parlo a nome mio e dei miei camerati di Avanguardia, i primi interessati a ottenere che luce sia fatta. Non ci bastano le assoluzioni nelle aule giudiziarie. Vogliamo che venga cancellato il sospetto su di noi e perciò faremo di tutto per sapere la verità.»

— C’è qualche segreto che lei non rivelerà?

«Sì. Qualche segreto che per ora non rivelo. Se in futuro lo rivelerò, solamente il Signore può saperlo. Io sono stato sempre sincero, anche nelle aule giudiziarie, anche se sono stato accusato di reticenza… Ritengo che alcune ricostruzioni vadano fatte fuori dalle aule giudiziarie; e, questo è certo, non rinuncerò a una ricostruzione puntuale di tutti i fatti compiuti nell’area che mi appartiene. Vogliamo vedere se siamo noi a non volere la verità o se c’è qualcun altro che non vuole la verità. Ci devono spiegare chi ispirava i Servizi, se i Servizi erano al nostro servizio o erano al servizio del padrone logico, costituzionale, che si trova all’interno del sistema politico. Quando parlo di sistema non parlo mai di qualcosa di omogeneo… non bisogna mai creare le astrazioni. Ma esistono componenti del sistema, contraddizioni interne al sistema…»

Delle Chiaie in una intervista concessa a Enzo Biagi nei primi anni Ottanta

— Rovesciamo per un attimo lo scenario: non crede che la stragrande maggioranza degli italiani che si riconoscono in questo Stato democratico avrebbe il diritto di chiederle se non sia disposto anche a fare un esame di coscienza, riconoscere degli errori, a dirsi pentito di…

«I miei errori sono di carattere politico. Per esempio, sento pesantemente quello di aver fallito la battaglia politica, di non aver saputo guidare un movimento politico, e quindi di aver permesso che si aprisse uno spazio poi riempito dalla lotta armata che portò alla morte di moltissimi giovani. E, badi bene, la lotta armata nasce anche dai nostri slogan, da quello che noi dicevamo: la rivoluzione, l’antisistema, l’alternativa…»

— Le assicuro, non voglio declamare, ma non sente che la sua lotta è piena di solitudine?

«Che significa solitudine? Tutti, poi, siamo soli.»


Intervista di Sergio Zavoli (da: La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992)