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Mostro di Firenze. Primi delitti e psicosi

Redazione Spazio70

Tra le numerose missive inviate alla procura anche quella nella quale si accusa il proprio vicino di nascondere nel congelatore una collezione di capezzoli

Agosto 1968, Lastra a Signa. Barbara Locci ha 31 anni ed è originaria di Villasalto, in provincia di Cagliari. Nel 1959 sposa il manovale Stefano Mele e qualche anno più tardi, nel 1962, i due hanno un figlio: lo chiamano Natale Emanuele Pietro, ma per tutti è semplicemente «Natalino». Il nucleo familiare vive a Lastra a Signa, in provincia di Firenze. Nel pomeriggio di quel mercoledì 21 agosto, il ventinovenne Antonio Lo Bianco, originario di Palermo, sposato, invita Barbara Locci a uscire. I due hanno una relazione e la Locci esce di casa con il figlio intorno alle 22 proprio per incontrare Lo Bianco. Si recano tutti e tre al cinema per assistere all’ultimo spettacolo della sera. Il film in programmazione è «Nuda per un pugno di eroi», diretto dal regista giapponese Yasuzō Masumura, conosciuto anche con il titolo di «Red Angel».

Dopo la visione della pellicola Lo Bianco e Locci si appartano dentro l’Alfa Romeo dell’uomo, in in una strada che collega il cimitero di Signa con S. Angelo a Lecore. Alle ore 2 del 22 agosto, il piccolo Natale suona il campanello dell’abitazione di Francesco De Felice, a Sant’Angelo a Lecore. Il bambino chiede che gli venga aperta la porta e soprattutto domanda di essere accompagnato a casa perché la mamma e lo «zio» sono morti in auto. De Felice pensa subito a un incidente stradale: sveglia il suo padrone di casa, che dispone di un’auto, e si reca alla stazione dei carabinieri più vicina. Da lì a poche ore, assieme al bambino, e sulla base delle sue informazioni, i militari giungono al bivio dov’è ancora parcheggiata la «Giulietta» nella quale giacciono i corpi senza vita di Antonio Lo Bianco e Barbara Locci.

I BOSSOLI CALIBRO 22 «LONG RIFLE»

Le portiere dell’auto risultano chiuse, tranne la posteriore destra semiaperta. Barbara Locci è adagiata sul sedile di guida, il capo reclinato a sinistra, con le gambe scoperte fino all’inguine. Le sue scarpe si trovano sotto il sedile del passeggero. Al collo ha una catena d’oro spezzata. La donna è stata attinta da quattro colpi di arma da fuoco, tutti sulla parte sinistra del corpo.

Antonio Lo Bianco è invece supino, perché lo schienale del passeggero è abbassato fino al sedile posteriore. Le mani reggono ancora i calzoni sbottonati, la cintura è slacciata. L’uomo è stato colpito da quattro proiettili: all’avambraccio sinistro, al braccio sinistro, e due volte alla cavità sinistra dell’emitorace. Vengono recuperati cinque bossoli, percossi e vuoti, calibro 22 «Long rifle». L’arma è una Beretta definita «vecchia, arrugginita, usurata» nella prima perizia balistica effettuata dopo il duplice omicidio. Le cartucce recano sul fondello la lettera «H».

14 settembre 1974, Borgo San Lorenzo. Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18 anni, decidono di passare la serata insieme dopo una settimana di lavoro. Pasquale è un barista, Stefania è impiegata come segretaria in un’azienda della zona.

Gentilcore ha appena accompagnato la sorella in un locale dicendole che sarebbe tornato a prenderla entro la mezzanotte. Alle 21 va, con la sua Fiat 127, dalla fidanzata: i due si appartano lungo la strada che conduce verso Sagginale. A mezzanotte la sorella di Gentilcore, Maria Cristina, esce dalla discoteca e attende invano il fratello fino alle due: alla fine decide di farsi riaccompagnare a casa da un amico.

L’ASPORTAZIONE DELLA REGIONE PUBICA

Alle tre del mattino la madre di Stefania Pettini è preoccupata per il mancato ritorno della figlia: mette in allarme un parente e con lui si dà alla ricerca della ragazza. Sono circa le 7,40 quando un contadino scorge la «127»: dentro ci sono i cadaveri dei due ragazzi. Quando alle 8 viene denunciata la scomparsa della coppia, i carabinieri hanno già capito che i corpi ritrovati sono quelli dei due ragazzi.
Gentilcore siede al posto di guida: indossa solo slip e calzini ed è stato raggiunto al braccio sinistro, all’emitorace sinistro, al cuore, ai polmoni, alla regione lombare, alla regione inguinale sinistra, alla zona ombelicale, da molteplici colpi di arma da fuoco. Il ragazzo è stato anche colpito alla testa da uno dei proiettili. L’aggressore ha poi infierito con colpi di arma bianca nella zona dell’emitorace sinistro.
Stefania Pettini è invece stesa a terra, supina, dietro l’auto, completamente nuda. Ha gli arti superiori e inferiori divaricati e un tralcio di vite inserito nella vagina. È stata colpita da tre proiettili – al fianco destro, al ginocchio, alla gamba destra – e da 96 pugnalate.

6 giugno 1981, Scandicci. Carmela De Nuccio ha 21 anni ed è originaria di Nardò, in provincia di Lecce. Lavora presso un laboratorio di pelletteria. Da qualche mese frequenta Giovanni Foggi, trent’anni, dipendente dell’Enel. Dopo una cena coi genitori di lei, i due ragazzi si appartano dentro una Fiat Ritmo, in una zona tranquilla. L’indomani mattina, il poliziotto Antonio Sifone, che passeggia con il figlio per la campagna, nota l’auto parcheggiata in una strada sterrata: il finestrino anteriore sinistro è infranto e al posto di guida c’è il cadavere di Foggi. In fondo alla scarpata, il corpo in posizione supina di Carmela De Nuccio: l’aggressore ha asportato la regione pubica della donna con una manualità che le perizie medico-legali definiranno «sicura e sperimentata».

LA PAURA DEL «MOSTRO»

Foggi è stato raggiunto da tre colpi di arma da fuoco, due al cranio e uno a bruciapelo all’emitorace sinistro. Il suo corpo presenta inoltre ferite da arma bianca. Carmela De Nuccio è stata invece colpita da quattro proiettili provenienti dallo sportello anteriore sinistro. Anche in questo caso vengono recuperati alcuni bossoli marca Winchester calibro 22 con la lettera «H» impressa sul fondello.

Calenzano, 22 ottobre 1981. Susanna Cambi ha 21 anni: vive a Firenze e lavora presso una emittente televisiva locale. Il suo fidanzato, Stefano Baldi, 26 anni, lavora invece presso un lanificio nei pressi di Prato. Dopo avere mangiato qualcosa insieme, i due, intorno alle 22,30, escono a bordo di una Volkswagen Golf. A dare l’allarme alcune ore dopo è un certo Arnolfo Corsani. Sul posto giungono immediatamente i Carabinieri della Compagnia di Prato. Il corpo di Stefano Baldi si trova in posizione supina a circa tre metri dalla parte anteriore sinistra dell’auto, in un piccolo avvallamento: è stato colpito da quattro proiettili, tre al torace e uno al volto. L’aggressore ha poi infierito sul ragazzo con un’arma bianca, tagliando collo e spalle. Il corpo di Susanna Cambi, invece, si trova supino dalla parte opposta all’auto, nei pressi di un canale. Appaiono subito evidenti le ferite al seno sinistro, inferte con un’arma bianca, e i quattro proiettili che hanno attinto la ragazza, di cui due trapassanti. Il killer ha poi rimosso la zona pubica della donna, ma con meno precisione e maggiore estensione rispetto al precedente delitto. Entrambi i corpi presentano segni di trascinamento. Anche in questo caso vengono rivenuti sette bossoli Winchester «Long rifle» marcati con la lettera «H».

19 giugno 1982, Baccaiano. Antonella Migliorini lavora come cucitrice in una ditta di confezioni. Ha sentito parlare del «mostro» e chi le sta vicino conosce bene il suo turbamento per una vicenda in riferimento alla quale gli inquirenti non sembrano avere piste certe. La Migliorini confida alle amiche di avere evitato in più di una occasione di appartarsi in zone troppo isolate con il fidanzato Paolo Mainardi, un meccanico di Montespertoli.

IL SUICIDIO DI GIUSEPPE FILIPPI

Intorno alle 23,45 due uomini si accorgono che la «Seat 147» di Mainardi si trova sul margine della carreggiata, in posizione trasversale rispetto alla strada, con le gomme posteriori in un fossato. Pensano a un incidente e si fermano per prestare soccorso, ma notano subito i corpi senza vita dei due ragazzi. Secondo le testimonianze – non del tutto concordanti – Antonella Migliorini siede sul sedile posteriore destro dell’auto. Indossa tutti i suoi vestiti, ma ha la cintura della gonna slacciata ed è stata raggiunta da due proiettili al capo.

Il cuore di Paolo Mainardi, invece, batte ancora nonostante i tre proiettili al cranio. Verrà ricoverato all’ospedale di Empoli alle 00,30 in stato di coma profondo, ma morirà intorno alle 8 del mattino successivo senza mai riprendere conoscenza. L’auto presenta la portiera destra aperta: la sinistra è chiusa, ma senza sicura. Entrambi i fari anteriori sono stati spenti con due colpi di arma da fuoco, mentre il parabrezza è stato colpito da un proiettile in alto a sinistra. La retromarcia è inserita, il freno a mano tirato.

Il 30 giugno 1982 i magistrati decidono di divulgare un identikit del «mostro» realizzato grazie alle indicazioni di due ragazzi che, transitando di sera nei pressi della zona in cui era avvenuto l’ultimo delitto, avevano incrociato un’Alfa rossa con a bordo un uomo molto nervoso, scosso, dai lineamenti tesi.

Nello stesso giorno il presunto volto del «mostro» appare su tutti i giornali. Decine e decine di segnalazioni arrivano ai Carabinieri, alla Polizia, ai magistrati e alle redazioni dei quotidiani.

31 luglio 1982. Il paesino di Valenzatico è deserto sotto la calura. Le saracinesche del bar «Il cavallino rosso» sono invece ben alzate. È il primo pomeriggio e Giuseppe Filippi, 57 anni, tre figli, proprietario del locale, dice alla moglie e alla figlia di dare un’occhiata al banco perché vuole stendersi un attimo sul letto, al piano di sopra, e riposare.

UNA PSICOSI CHE DILAGA IN TUTTA LA PROVINCIA

Due ore più tardi la moglie sale in casa per svegliarlo, ma trova il marito disteso, seminudo, con la carotide e la giugulare recise. Sembrerebbe la scena di un omicidio, ma ben presto si scopre un biglietto d’addio nel quale l’uomo fa accenno a certe «malelingue di paese», a «calunnie», che da tempo circolavano a Valenzatico sul suo conto a causa di una leggera somiglianza con l’individuo raffigurato nell’identikit del presunto «mostro» diffuso dalle autorità e dai media. Filippi ha insomma preferito farla finita piuttosto che ammattire.

Dopo la sua morte a Valenzatico lo difendono tutti, non ammettendo più alcun tipo di chiacchiera o malevolenza. Atteggiamenti che forse tradiscono un po’ di rimorso per qualche parola di troppo, per qualche stupido scherzo.
La psicosi del mostro dilaga nel frattempo in tutta la provincia di Firenze. È una psicosi strana, difficile da definire. Da quando i giornali hanno pubblicato l’identikit dell’imprendibile killer delle coppiette, sono accaduti fatti sconcertanti.

Un ginecologo di Quarrata, che esercita a Prato, viene additato come il «mostro» a cui gli inquirenti danno inutilmente la caccia da anni. In questo caso, a differenza di quello di Filippi, arriva puntuale la solidarietà di moltissime persone e i colleghi del medico scrivono una lettera per difenderlo. Poco tempo dopo toccherà a un macellaio fiorentino del tutto estraneo alla vicenda.

Le voci formano una specie di catena di Sant’Antonio e, in una maligna gara alla delazione del proprio nemico, centinaia di lettere anonime si riversano sulla scrivania delle redazioni e soprattutto sui tavoli degli inquirenti.

«Sì, è vero», conferma il sostituto procuratore Silvia Della Monica, «sono tantissime le segnalazioni che abbiamo ricevuto», ma nella grande maggioranza dei casi si tratta soltanto di evidenti tentativi di diffamazione o farneticazioni di persone morbosamente affascinate da questa terribile storia. Tra le numerose missive inviate alla procura anche quella nella quale si accusa il proprio vicino di nascondere nel congelatore una collezione di capezzoli.