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16 marzo 1978, via Fani. Gli amletici «Otello» e «Camillo»

Redazione Spazio70

Casimirri e Lojacono sono soltanto due tessere incomplete dell’altrettanto indefinito mosaico di via Fani

di Tommaso Nelli

Essere o non essere? Da Shakespeare a via Fani l’amletico dilemma permane e dai tormenti di Amleto si reincarna nelle tormente dell’Hiroshima dell’Italia repubblicana: il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione dei suoi cinque agenti di scorta. A finire sotto la luce di un palcoscenico ancora preda di troppe ombre, il ruolo avuto quella mattina del 16 marzo 1978 dagli inafferrabili del commando brigatista: Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. «Otello» e «Camillo». Assonanti nel nome, nella latitanza e nel mistero delle loro storie al punto che, leggendo una parte dell’immane documentazione del «caso Moro» (cinque inchieste giudiziarie e varie commissioni parlamentari d’inchiesta), s’incrina la comprensione della loro parte nella strage. E non soltanto.

CHI FECE I NOMI DI CASIMIRRI E LOJACONO PRIMA DEL «MEMORIALE MORUCCI-CAVEDON»?

Valerio Morucci - Processo Moro

Valerio Morucci 

Eppure così non dovrebbe essere se ci basiamo sul «memoriale Morucci», il documento scritto dall’ex brigatista durante il suo soggiorno nel carcere di Paliano e ritenuto «la verità» sulla vicenda Moro. Gli inquirenti lo ricevono nel maggio 1990. Vi è scritto che Lojacono e Casimirri erano a bordo della 128 bianca che chiuse il campo di fuoco brigatista, il cosiddetto «cancelletto superiore», intraversandosi su via Fani per evitare che qualcuno intervenisse mentre era in corso l’agguato. I due avrebbero svolto una mansione di copertura, caricando poi a bordo Prospero Gallinari – uno dei quattro brigatisti travestiti da avieri che sbucarono da dietro le siepi dell’allora bar «Olivetti», situato sul lato sinistro della strada, per sparare sull’Alfetta dei tre agenti di scorta (Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino) – per poi accodarsi alla Fiat 132 blu sulla quale era stato caricato il presidente della Democrazia Cristiana.

Tutto molto chiaro. Fin troppo. Al punto che tanta luminosità acceca e fa perdere di vista tutta una serie d’interessanti passaggi intermedi. Tipo che quel memoriale arriva ai magistrati un mese e mezzo dopo essere giunto nelle mani del presidente della Repubblica Francesco Cossiga, già ministro dell’Interno nel 1978. Glielo aveva consegnato suor Teresilla, una reverenda che presta conforto ai detenuti di varie carceri, fra le quali anche Paliano. Muore nel 2005, a soli sessantuno anni, investita di notte da un’auto sull’Ardeatina mentre è in pellegrinaggio verso il santuario del Divino Amore. Sulla copertina del dattiloscritto, un biglietto: «Solo per lei, Signor Presidente, è tutto agli atti processuali, solo che qui ci sono i nomi. Riservato (1986)». Ed è una novità.

Perché fino a quel momento Morucci, unico dei presenti a via Fani a collaborare con i magistrati a partire dal Moro-ter, si è limitato a fornire una ricostruzione dei fatti senza però chiamare in causa nessuno degli ex «compagni». Una versione confluita anche in un’originaria stesura del memoriale che, prima di arrivare a Cossiga nella sua completezza, beneficia anche dell’insolita regia di Remigio Cavedon, vicedirettore del quotidiano «Il Popolo», organo di stampa della Democrazia Cristiana. Tanto che è più corretto parlare di «memoriale Morucci-Cavedon».

Casimirri e Lojacono però sono nomi già noti alla procura di Roma. E proprio dall’inchiesta del Moro-quater, tanto che agli inizi del giugno 1988 partono due mandati di cattura nei loro confronti proprio per via Fani. Il primo è latitante in Nicaragua sotto falso nome dal 1983. Il secondo ha fatto perdere le tracce dopo la condanna in appello (1980) per l’omicidio Mantakas. Sennonché pochi giorni dopo (8 giugno) è arrestato in Svizzera, a Lugano, dove risiede da anni. Se – almeno per le informazioni in possesso di chi scrive – Morucci non parlò, chi fece i loro nomi prima che apparissero nel «memoriale»?

«GLI ATTI PROCESSUALI DICONO FOSSI IN VIA FANI? IO NON CONFERMO»

Ma soprattutto c’erano in via Fani? Nel 1988, in un’intervista concessa a «Famiglia Cristiana» grazie al buon rapporto tra i giornalisti e sua madre (cittadina vaticana), «Camillo» dice che ebbe «un ruolo di partecipazione diretta» e ci tiene a escludere «la presunta influenza o l’intervento diretto di un qualsivoglia servizio segreto nell’azione» come risposta immediata alla domanda: «C’è qualcosa, nella ricostruzione di quegli anni, che vorrebbe chiarire?». Ma perché subito quelle parole se il quesito si riferiva alla sua esperienza da terrorista?

Cinque anni più tardi, quando gli agenti del SISDE lo raggiungono in Nicaragua per iniziare una collaborazione finalizzata a saperne di più, scende un po’ più nel dettaglio con una versione analoga a quella del «memoriale». Lo si apprende dalla deposizione dello 007 Carlo Parolisi ai magistrati Franco Ionta e Antonio Marini del 30 marzo 1994, nell’ambito del «Moro quinquies», l’ultima istruttoria sull’ora più buia della notte della Repubblica: «Casimirri ha ammesso senza nessuna difficoltà di aver partecipato all’azione di via Fani indicandoci anche i componenti del nucleo operativo; in particolare egli ha precisato che lui e Lojacono si trovavano con la 128 nella parte alta di via Fani a chiusura della strada. Sul posto erano arrivati con la Fiat 128».

Cinque anni dopo però il compagno «Camillo» non è più convinto. «Gli atti processuali dicono di sì. Ma io non confermo, perché ritengo che i cinque processi fatti sul caso Moro siano stati profondamente viziati da un uso spregiudicato dei pentiti, teso soltanto a confermare delle verità precostituite» dice a un giornalista de «L’Espresso» che lo aveva raggiunto per un’intervista a Managua, forte di un’amicizia antica che li aveva visti giocare assieme nei Giardini Vaticani e sulle spiagge di S. Marinella. E nel 2004, al periodico nicaraguense «El Nuevo Mundo», arriverà addirittura ad affermare che lui la mattina del 16 marzo 1978 si trovava «in un centro di educazione fisica e riabilitazione per portatori di handicap dove tenevo regolari lezioni».

Alessio Casimirri - Processo Moro

Alessio Casimirri 

Versione smentita da un altro brigatista, lui sì davvero assente a via Fani perché non ritenuto all’altezza della situazione: Raimondo Etro. Molto legato all’epoca sia a Casimirri che alla moglie Rita Algranati, era stato estromesso perché il mese precedente si era bloccato al momento di sparare al giudice Palma. «Ricordo benissimo che Casimirri mi riferì […] che si erano inceppati diversi mitra e, quindi, lui e Alvaro Lojacono erano stati costretti a intervenire. Ricordo perfettamente che Casimirri mi disse che Iozzino (uno degli agenti della scorta, ndg) era uscito dalla macchina strillando come un’aquila e che loro avevano dovuto sparare. Adesso non ricordo bene se era stato Casimirri o era stato Lojacono» ha affermato in più di un’occasione nel corso dell’ultima commissione Moro.

Iozzino fu l’unico agente della scorta che riuscì a rispondere ai killer. Uscì dalla macchina, sparò due colpi, ma poi fu freddato e lasciato esanime sull’asfalto con le braccia aperte e la testa vicino al marciapiede del lato destro della via. Secondo il «memoriale Morucci», a sparargli, uno dei quattro avieri, che da sinistra sarebbe balzato alle sue spalle per poi colpirlo. Ma non si è mai saputo «chi». E ai brigatisti, quella mattina, in un’azione durata meno di tre minuti, s’incepparono pure le armi.

«IO IN VIA FANI? MA LASCIA PERDERE, DAI…»

Se il corto circuito d’informazioni fa scendere più di una tenebra su «Camillo», queste non risparmiano nemmeno Lojacono. Perché se, come stabilito nella condanna all’ergastolo inflittagli dal «Moro quater» (Corte di Cassazione, giugno 1997) rubò le auto per l’attentato e ne assicurò armato la copertura ai compagni, c’è da notare che nel gennaio 2019, a «Le Iene» che lo hanno raggiunto in Svizzera dove vive, alla domanda se avesse partecipato, il diretto interessato è stato evasivo: «Ma lascia perdere, dai…». Secondo la madre non avrebbe nemmeno partecipato: «Ricordo che quel giorno, nelle prime ore del pomeriggio, io e Alvaro vedemmo insieme alla televisione le immagini del rapimento» dice nel giugno 1988 al «Corriere della Sera», pochi giorni dopo l’arresto del figlio. Al di là della bontà di quelle parole, occorre sottolineare come l’eccidio avvenne la mattina e come la famiglia Lojacono abitasse a Roma. Quindi «Otello» non avrebbe avuto problemi a raggiungere casa propria in tempo per vedere le immagini alla tv. Ma più che altro è il suo atteggiamento odierno che suscita più di una domanda: da dove nasce tanta ritrosia a parlare di fatti risalenti a oltre quarant’anni? Perché non dare il proprio contributo, anche in forma scritta, su una vicenda per la quale si è già stati condannati all’ergastolo e per la quale, però, si è al riparo da ogni conseguenza? Lojacono è cittadino svizzero e come tale ha il beneficio del divieto di estradizione.

Alvaro Lojacono - Processo Moro

Alvaro Lojacono

A fumeggiare la sua figura, anche le singolari decisioni della giustizia italiana che, se acconsentì al suo processo in Svizzera per altri reati commessi durante la sua militanza terroristica (per esempio, l’omicidio del giudice Tartaglione), non ha fatto altrettanto per la vicenda Moro, giudicandolo su dichiarazioni de relato e impedendogli così di fornire una sua versione ufficiale. Come manca quella di Casimirri. Almeno finché il Nicaragua non lo estraderà.

«Otello» e «Camillo» sono soltanto due tessere incomplete dell’altrettanto indefinito mosaico di via Fani. A oggi, infatti, ci si chiede: chi sparò quarantanove, se non addirittura sessantotto (dati delle due perizie balistiche eseguite, rispettivamente, nel 1978 e nel 1994), dei novantatré colpi esplosi nei pochi minuti dell’agguato? E quanti erano i brigatisti presenti? Il totemico «memoriale» dice nove e vuole che nella 128 con targa contraffatta «Corpo Diplomatico», che all’incrocio tra via Fani e via Stresa inchiodò davanti alla 130, vi fosse Mario Moretti, il capo delle Brigate Rosse. Che sarebbe rimasto nell’abitacolo fino al termine della sparatoria. Secondo invece la relazione finale della prima commissione parlamentare su Moro (29 giugno 1983), presieduta tra l’altro da un democristiano (il senatore Mario Valiante), da quella macchina scesero invece due uomini. Si diressero verso l’auto del presidente. Uno, da sinistra, sparò all’autista, l’appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci. L’altro, da destra, a chi gli era seduto accanto: il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi.

Ma allora come andarono le cose in via Fani? Una domanda da ripetere con insistenza fino a che nell’aria non riecheggerà l’armonioso suono della verità. Perché per il momento, purtroppo, ancora «c’è del marcio in Danimarca».