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La strage di via Fracchia

Redazione Spazio70

L’operazione dei carabinieri prese il via grazie alle dichiarazioni di Patrizio Peci, primo vero «pentito» Br

Via Fracchia, Genova, 28 marzo 1980. Muoiono quattro componenti delle Brigate rosse: Annamaria Ludmann, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, Riccardo Dura. Annamaria Ludmann è una segretaria. Militante delle Br, non entra in clandestinità. Ospita nel suo appartamento, sito in zona Oregina, tre importanti esponenti dell’organizzazione. Via Fracchia è tra l’altro la stessa strada nella quale viene ucciso – sempre da un commando brigatista – il sindacalista Guido Rossa. L’operazione dei carabinieri prende il via grazie alle dichiarazioni di Patrizio Peci, primo vero «pentito» Br. Secondo la versione dei carabinieri, i militari avrebbero intimato più volte di aprire e solo dopo una serie di dinieghi si sarebbe scelto di abbattere il portone dell’abitazione per compiere l’irruzione. I brigatisti avrebbero a questo punto sparato un colpo di arma da fuoco colpendo l’occhio del maresciallo Rinaldo Benà; la conseguente reazione dei carabinieri avrebbe portato all’uccisione dei brigatisti presenti all’interno dell’appartamento: in particolare il primo a morire sarebbe stato Lorenzo Betassa (ritenuto l’autore del ferimento del maresciallo Benà), poi Riccardo Dura, Annamaria Ludmann e Piero Panciarelli. Questi ultimi, illuminati da un faro in dotazione ai carabinieri, sarebbero stati armati di pistole e bomba a mano determinando la riapertura del fuoco da parte dei militari.

«LI SENTIVO BATTERE A MACCHINA DI NOTTE»

Nelle foto diffuse (solo ventiquattro anni dopo la strage) la Ludmann viene ritratta stesa a terra con una bomba a mano (tipo ananas), non innescata, collocata tra testa e braccio. Nell’appartamento sarebbe stato trovato un vero arsenale. L’episodio in questione, secondo alcuni osservatori, avrebbe incrinato l’immagine vincente delle Br, mostrando la determinazione dei carabinieri a usare la violenza nella lotta contro il terrorismo.

Il sopralluogo dei magistrati avviene solo undici giorni dopo l’azione. Nel frattempo l’appartamento è presidiato in forze dai carabinieri e dai reparti speciali. I giornalisti sono ammessi dentro i locali solo per tre minuti a testa. Tre dei quattro cadaveri sono in posizione prona (Ludmann, Panciarelli, Dura), il quarto (Betassa) è supino. Secondo le ricostruzioni, come già accennato, sarebbe stato quest’ultimo a sparare contro i carabinieri con una calibro 9 dalla quale sarebbero partiti numerosi colpi. Un’altra pistola sarebbe stata trovata sotto il cadavere del Panciarelli. Betassa indossa un maglione e un paio di pantaloni, gli altri tre slip e magliette. Panciarelli e Dura sono scalzi mentre la Ludmann indossa un paio di ciabatte.

Una anziana vicina: «Li sentivo battere a macchina, di notte. Scrivevano, scrivevano, sempre. Il mio appartamento era proprio sopra il loro, sopra un salotto adibito a camera da letto, ma pure a pensatoio, perché lì dentro passavano notti e giorni e il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere non mi faceva dormire. “Chissà che avranno da mettere nero su bianco” mi dicevo».

Un anziano che vive al 12 di via Fracchia da trent’anni: «Una mattina andai alla mia auto, ma trovai le portiere aperte, anzi forzate. Dentro, nell’abitacolo, un puzzo di sigarette insopportabile. Ma io non fumavo… dopo il blitz nel covo compresi che i carabinieri avevano usato la mia utilitaria per sorvegliare il palazzo tutta una notte».

In memoria dei brigatisti uccisi durante l’azione di via Fracchia si forma a Milano un nuovo gruppo la «Brigata 28 marzo» (responsabile dell’omicidio del giornalista Walter Tobagi), mentre la colonna veneta prenderà il nome di Annamaria Ludmann.