Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
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Poche settimane fa, appena atterrato a Ezeiza, ho potuto constatare quanto sia vero che gli anni Settanta, in un modo o nell’altro, non abbiamo mai abbandonato davvero l’Argentina (o viceversa). La sera precedente la mia partenza, un tentativo di omicidio nei confronti della vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner, vicenda dai contorni ancora confusi, aveva scatenato una serie di reazioni fortissime e prese di posizione politiche di ogni genere. Tra di esse colpiscono due dichiarazioni pubbliche, che non possono lasciare indifferenti e che riportano alla mente in primo luogo quella “crepa” sociale e politica creatasi negli ultimi 30 anni di governo costituzionale e quindi i toni minacciosi tipici degli anni Settanta.
La prima è stata l’affermazione con cui Alberto Fernández ha esordito durante il discorso a reti unificate alla nazione: secondo il presidente argentino, l’attentato di poche ore prima contro Cristina Fernández sarebbe stato “il fatto più grave” dal ritorno della democrazia. Una valutazione, fatta sicuramente a caldo, capace di provocare accese reazioni tra i tantissimi che, senza voler nulla togliere all’enorme gravità del tentato omicidio, ricordano ancora le minacce e i tentativi di colpo di Stato sofferti dalla presidenza Alfonsin (1983-1989) — culminati nel gravissimo episodio della Settimana Santa del 1987, con il sollevamento militare dei “carapintadas” condotti dal colonnello Aldo Rico — e il tentativo di insurrezione della guerriglia di estrema sinistra con l’attacco alla caserma de La Tablada del 1989. Insomma, niente di nuovo per una retorica filo-kirchnerista che tende ad appropriarsi del concetto di democrazia escludendo ogni altro contributo o passaggio storico garantito dalle forze politiche che non si identificano con il peronismo o il post-peronismo — come la Union Civica Radical di Alfonsìn, che aveva traghettato il Paese in difficilissime acque all’uscita dalla dittatura.
La seconda dichiarazione, decisamente più inquietante, è quella affidata a Twitter dal sindacalista peronista Luis D’Elia nella quale vengono indicati vari giornalisti — e alcune testate nazionali — come proprietari dell’arma, dei proiettili e in generale come mandanti dell’attentato poi materialmente compiuto da Sabag Montiel. La mente torna immediatamente alle famigerate liste di proscrizione del biennio 1974-75 all’interno delle quali la Triple A — la milizia paramilitare voluta da Juan Domingo e Isabel Peron, condotta dal “superministro” López Rega — pubblicava nomi e cognomi dei “nemici della patria” che avrebbero dovuto lasciare il Paese entro le successive 48 ore, pena l’uccisione.
Per fortuna tutto questo, almeno oggi, in Argentina, non fuoriesce dall’ambito del dibattito animato o peggio della “chicana”, come nel Rio de La Plata si usa definire la gazzarra polemica, che tuttavia indebolisce i contenuti della democrazia stessa, colpendone spesso in modo vigliacco i suoi più meritevoli rappresentanti.
Pochi giorni più tardi, mentre tra amici condividevamo un aperitivo, la televisione accesa nel caffè dava una notizia che per alcune ore e nei giorni seguenti è parsa spezzare il monopolio che, in questo clima appunto di “chicana”, il fallito attentato stava esercitando sui media: la scomparsa, in punta di piedi, della giornalista Magdalena Ruiz Guiñazú, protagonista eccezionale della ritrovata democrazia argentina.
Guiñazú non è un nome noto all’estero quanto quello di altri giornalisti argentini, come ad esempio Horacio Verbitsky, ma resta profondamente inciso sia nella memoria privata che in quella storica grazie al contribuito eroico, essenziale al recupero della verità durante e dopo la dittatura militare.
Nata nel 1931 (secondo altre fonti nel 1935) in seno a una numerosa famiglia di classe medio-alta di Buenos Aires, Magdalena Ruiz Guiñazú era figlia di un diplomatico argentino designato ministro degli Esteri durante la presidenza di Roberto Marcelino Ortiz, poi rovesciata dal colpo di Stato del 1943. Nonostante la prestigiosa carica ricoperta dal padre, la famiglia, anche a causa del dichiarato antiperonismo dei suoi membri, non godeva di una posizione economica privilegiata; Ruiz Guiñazú aveva perciò iniziato giovanissima a svolgere vari lavori prima di approdare al giornalismo radiofonico e poi televisivo in qualità di reporter, ruolo all’epoca ricoperto da pochissime donne nel Paese. Di notevole fascino ed eleganza, colta, poliglotta, con la sua impeccabile dizione, rappresentava assieme a figure come Lidia Satragno o Nelly Raymond l’élite del giornalismo femminile nei media radiotelevisivi argentini dell’epoca, affiancando personalità come Antonio Carrizo a Canal 7 per cui copriva in qualità di inviata i servizi di politica, cronaca nera e cultura nei primi anni Settanta.

Magdalena Ruiz Guiñazú a Canal 7 con Antono Carrizo, prima della sua epurazione durante il governo peronista
Durante il suo impiego a Canal 7, da poco nazionalizzato dall’ultimo governo peronista, per la prima volta Magdalena Ruiz Guiñazú aveva sperimentato sulla propria pelle gli effetti della persecuzione politica: proprio durante una diretta televisiva come inviata il tecnico che la accompagnava le fece ripetuti gesti di interrompersi, che lei in un primo momento non riuscì a capire: “Fermati, fermati! Non sei più in diretta… non esisti più” le aveva detto il tecnico. La diretta fu sospesa a metà e subito dopo le venne recapitato un telegramma firmato da José Maria Villone — responsabile della Segreteria di Stampa e Diffusione della Presidenza e uomo di López Rega e della Loggia P2 — che la licenziava in tronco espellendola da Canal 7 in virtù della “legge di Prescindibilità”. Correva il 1975 e questa legge, varata dal governo di Isabel Peròn, permetteva di epurare tutti i dipendenti pubblici considerati non allineati al governo peronista con successivo divieto permanente di accedere a qualsiasi altro impiego statale.
La persecuzione non si limitò al licenziamento. Fu la Triple A, questa volta, a bussare letteralmente alla porta della giornalista; venivano lasciati sullo zerbino dell’appartamento dove viveva con i suoi cinque figli alcuni proiettili di grosso calibro ai quali presto seguirono pedinamenti, avvertimenti e telefonate minatorie.
Fu quindi Cacho Fontana, il più celebre dei presentatori argentini, a offrirle un lavoro presso Canal 11 nel suo programma VideoShow, di nuovo come inviata speciale. Erano i primi mesi della dittatura: Ruiz Guiñazú diventò una voce e poi un volto sempre più conosciuto e amato dagli argentini, arrivando a intervistare personalità come Jorge Luis Borges e coprendo eventi internazionali quali la visita di Giovanni Paolo II ad Auschwitz nel 1979. Questo impiego televisivo venne poi affiancato da quello radiofonico presso Radio Continental.
Fu qui che Ruiz Guiñazú prese coscienza che qualcosa di sinistro e ancor più violento stava accadendo nel Paese. Ciò accadde quando il suo amico e collega Eduardo Frias, capo della redazione fotografica del rotocalco Gente, venne sequestrato in pieno giorno mentre faceva la fila alla fermata dell’autobus. In quella occasione Ruiz Guiñazú iniziò insieme ai suoi colleghi a lanciare una serie di appelli radiofonici in diretta per denunciare il caso e reclamare informazioni sull’amico scomparso. Frìas, successivamente liberato, avrebbe ricordato come durante le torture e la prigionia nella famigerata ESMA da una radio accesa potesse ascoltare la voce della Ruiz Guiñazú che diffondeva l’appello con il suo nome. Un altro duro colpo fu il sequestro dell’amica Elena Holmberg, da poco rientrata in Argentina dopo anni come dipendente dell’ambasciata di Parigi, ritrovata morta poche settimane più tardi.
Ruiz Guiñazú divenne quindi la prima giornalista argentina a denunciare pubblicamente i casi dei desaparecidos in piena dittatura — con il supporto di colleghi come José Ignacio López, in seguito portavoce del presidente Alfonsin — leggendo in diretta le denunce e gli articoli pubblicati sul Buenos Aires Herald, storico quotidiano in lingua inglese diretto dal leggendario giornalista inglese Robert Cox prima che questi dovesse fuggire dal Paese per mettere in salvo la propria vita.
Come è naturale immaginare tutto ciò ebbe un prezzo: Ruiz Guiñazú venne continuamente bersagliata da minacce e avvertimenti che giungevano molto vicini a lei e ai suoi familiari. A salvarla dal peggio fu sì la sua grande popolarità, ma soprattutto la protezione garantita dalla direttrice della radio, Elizabeth Viegener de Udaquiola. Vedova di un militare di alto grado, pur dissentendo fortemente con i contenuti delle dirette della Ruiz Guiñazú aveva deciso di non applicare alcuna censura, muovendo le proprie conoscenze per proteggere la propria redazione dall’attuazione delle minacce.

Una immagine della Ruiz Guiñazú ai tempi di Radio Continental (circa 1980) da cui iniziò a denunciare la scomparsa di persone
Magdalena Ruiz Guiñazú fu anche la prima giornalista a dar voce pubblicamente in piena dittatura alle Madres de Plaza de Mayo, che aveva incontrato per la prima volta sotto la conduzione di Azucena Villaflor — poi sequestrata e uccisa dal “grupo de tarea” di Alfredo Astiz — e più tardi sotto quella di Hebe de Bonafini, garantendo visibilità in un momento in cui la censura dei media e le persecuzioni nei confronti dei giornalisti erano ancora una realtà opprimente. Dopo le elezioni democratiche del 30 ottobre 1983, José Ignacio López, a seguito di un impegno giornalistico che non è esagerato definire eroico, la chiamò a far parte della nascente CONADEP, la commissione nazionale di inchiesta sui desaparecidos fortemente voluta dal presidente Alfonsìn, guidata dallo scrittore Ernesto Sabato, destinata a pubblicare quel documento conosciuto nel resto del mondo con il triste titolo di “Nunca Más”, essenziale alla successiva istruttoria del celebre “Processo alle Giunte” inauguratosi nel 1985.
In questa nuova veste Ruiz Guiñazú fu la prima giornalista a visitare, con alcuni ex-detenuti, la ESMA quando questa era ancora gestita dai militari che là vi aveva detenuto, torturato ed eliminato migliaia di dissidenti. Lo fece assieme alla collega della CONADEP Graciela Fernández de Meijide, a sua volta madre di un desaparecido. In quella occasione, ricorda la Meijide, Ruiz Guiñazú affrontò di petto un militare che stava scattando di nascosto delle fotografie: “È dei loro? Bene”, disse al soldato, “allora noi siamo qua in posa: si sbrighi adesso scattare tutte le foto che deve fare e se ne vada”.
La visita alla ESMA fu una esperienza che la giornalista aveva ricordato più volte comparandola alla sua visita ad Auschwitz e sottolineando come fosse incredibile il senso di impunità e onnipotenza dei militari nel pensare di installare un campo di detenzione e tortura in piena Avenida del Libertardor, nel centro pulsante di una grande capitale come Buenos Aires.
I nove mesi duranti i quali la CONADEP raccolse documenti e testimonianze relativi a 8.964 casi di sequestri, torture, omicidi e reati collaterali, furono contraddistinti da un lavoro intensissimo e dal peso di enormi aspettative da parte della nazione, la cui democrazia appena riconquistata era ancora molto fragile. I responsabili delle violazioni dei diritti umani che si andavano scoprendo, inoltre, erano ancora a piede libero e tutt’altro che intenzionati a farsi giudicare.
Dopo la fine del processo e la condanna dei vertici militari golpisti che avevano governato nel terrore il Paese, Magdalena Ruiz Guiñazú era ritornata per i successivi vent’anni alla quotidianità del suo lavoro radiofonico, fatto di levatacce alle quattro del mattino, colloqui con i radioascoltatori e interviste con le più diverse personalità argentine per il suo programma “Magdalena Tempranìsimo”, accompagnando il risveglio mattutino di milioni di connazionali che si apprestavano ad andare a scuola o al lavoro.
Pur non essendosi mai proposta come attivista o portavoce dei diritti umani a tempo pieno, Ruiz Guiñazú non aveva mai digerito le dichiarazioni del presidente Néstor Kirchner che, durante una visita alla ESMA nel 2004, aveva pubblicamente chiesto “perdono in qualità di Presidente della Nazione a nome dello Stato per la vergogna di aver taciuto durante oltre vent’anni di democrazia tante atrocità”. Di certo Kirchner avrebbe fatto meglio a parlare a titolo personale e quando in seguito contattò gli ex membri della CONADEP, forse in cerca di appoggio politico o forse per scusarsi, poté ricevere solo il silenzio di Ernesto Sabato, che gli sbatté la cornetta in faccia, e il duro rimprovero della Ruiz Guiñazú che sottolineò al presidente quanto la sua chiamata “fosse poco opportuna”, perché, disse, “quello che posso aver fatto è stato solo il mio dovere di cittadina, non inventiamoci comportamenti eroici”.
La “nuova stagione dei diritti umani” promossa dai governi di Néstor Kirchner e in seguito da Cristina — che fino ad allora, anni della dittatura compresi, non si erano mai interessati di diritti umani — richiedeva un endorsement politico a un kirchnerismo rispetto al quale, a differenza di altri, Ruiz Guiñazú e non pochi altri suoi colleghi della CONADEP e del giornalismo non si sono mai dimostrati proni. Questo negli anni si è tradotto in una serie di attacchi personali, diffamazioni, accuse di collaborazione con la repressione, killeraggio mediatico attraverso i canali di Stato. L’accusa rivolta alla Ruiz Guiñazú di aver favorito l’operato repressivo di Videla poiché nel 1977 in qualità di inviata lo aveva intervistato durante una visita ufficiale negli USA, si rivelò particolarmente odiosa.
Il punto più basso si toccò però nel 2009. Alcuni sedicenti esponenti e difensori dei diritti umani, tra i quali Hebe de Bonafini, avevano promosso un “giudizio politico” nella pubblica piazza esponendo cartelli con i volti dei giornalisti che venivano indicati come fiancheggiatori della repressione, invitando anche i bambini a sputare sulle loro fotografie. Ruiz Guiñazú non ebbe problemi a citare in tribunale Hebe, anche se davanti alla memoria storica fu sufficiente rimandare in onda il ringraziamento pubblico che costei, il 3 febbraio 1984, aveva rivolto proprio alla giornalista riconoscendole di essere stata la sola a dar voce alle Madres quando il cosiddetto Piano di riorganizzazione nazionale era ancora vigente.
L’appropriazione del discorso relativo ai diritti civili e umani operato dai governi Kirchner negli ultimi anni non ha esitato a colpire o a “invisibilizar” il contributo dato da individui, partiti politici o associazioni che durante e subito dopo la dittatura hanno letteralmente messo in gioco la propria sopravvivenza per ottenere verità e giustizia. In questo senso, anche il discorso del presidente Fernández che ho menzionato all’inizio si iscrive in questo solco che “dimentica” opportunamente le lotte per i diritti umani di chi nei decenni scorsi non ha appoggiato il peronismo né tantomeno il kirchnerismo, la sua versione più recente. Dimentica però anche le responsabilità di chi invece dentro al peronismo ha contribuito, con parole, opere e omissioni, all’enormità delle violazioni dei diritti umani e civili che l’Argentina ha conosciuto tra gli anni Settanta e Ottanta.