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Maria Elena Angeloni, la «zia» di Carlo Giuliani morta nella Grecia dei Colonnelli

Redazione Spazio70

Per l'ex br Alberto Franceschini, Maria Angeloni sarebbe stata una militante del cosiddetto «Superclan»

«Sono qui come cittadina greca e come esponente delle tre organizzazioni di resistenza PAM, PAK e Resistenza Democratica, per porgere l’estremo saluto a Maria Elena Angeloni Gaggio e allo studente Giorgio Tsecuris. I due giovani hanno dato la vita per la democrazia in Grecia. Il loro sacrificio non è un fatto isolato, ma si iscrive nel quadro delle azioni per combattere e distruggere il fascismo, e per il rigetto dell’imperialismo internazionale nel nostro Paese e nel mondo».

A pronunciare queste parole, presso i bastioni di Porta Volta, è la nota attrice e attivista greca Melina Merkourī, giunta a Milano in occasione dei funerali di Maria Elena Angeloni, militante di estrema sinistra deceduta ad Atene il 2 settembre 1970 mentre preparava un attentato dinamitardo contro l’ambasciata statunitense. All’orazione presenziano oltre millecinquecento persone. Accanto alle corone di fiori, alle bandiere rosse e ai vessilli della resistenza greca si possono scorgere anche bandiere dell’ANPI, del PSIUP, del PCI e del Movimento studentesco. «Il loro sacrificio non sarà vano — prosegue l’attrice — esso ci indica ancora la strada che dobbiamo seguire: quella della resistenza attiva, e quella della collaborazione con tutte le forze democratiche e anti-imperialiste d’Europa». Dopo un lungo e silenzioso saluto a pugno chiuso, la folla si congeda dal feretro che prosegue verso il Cimitero Monumentale, accompagnato dai parenti e dagli amici più intimi della donna.

Il giorno dopo le esequie, tra le pagine del quotidiano «L’Avanti» (19 settembre 1970) si può leggere quanto segue:

«In occasione dei funerali della Angeloni, il Comitato paritetico del Comitato cittadino del PSI di Milano (Cenerini, Concina, Malena, Rocchi) ha inviato al vicepresidente del Consiglio compagno Francesco De Martino il seguente telegramma: “Il sacrificio supremo dei compagni Maria Angeloni e Tsicuris ripropone nella sua urgente drammaticità il ruolo che le forze democratiche e socialiste devono sapere assumere per aiutare concretamente la Resistenza antifascista del popolo greco. Non è più tempo di consentire che la diplomazia abbia il sopravvento sulla necessaria solidarietà con i compagni ed i lavoratori oppressi dalla dittatura fascista dei colonnelli. Contro questa confusione fra ragioni diplomatiche e ragioni ideologiche vitali per la stessa esistenza del movimento socialista, in occasione dei funerali della compagna Angeloni, ci inchiniamo commossi davanti al suo eroismo e chiediamo con vigore che l’Italia nata dalla Resistenza rifiuti la pur minima collisione con gli aguzzini di Atene».

UNA POTENTE AUTOBOMBA

I resti delle auto dopo l’esplosione

Cosa è accaduto quel giorno in Grecia? Facciamo qualche passo indietro.

Atene, 2 settembre 1970, ore 15.55. Una Volkswagen «Maggiolino» di colore azzurro con targa svedese procede lungo Viale Vasilissis Sofias, verso l’ambasciata americana. Dopo aver compiuto un paio di giri attorno all’edificio, la vettura parcheggia nell’area riservata al personale. A bordo siedono due giovani: Giorgio Tsecuris, studente venticinquenne di origine cipriota, e Maria Elena Angeloni, trentunenne italiana, dipendente della Mondadori. I due stanno preparando un attentato dinamitardo. Secondo i piani l’automobile dovrebbe accendersi in nottata grazie ad un congegno applicato a un timer, tramutando il veicolo in una potente autobomba. Tuttavia, qualcosa nel dispositivo non funziona, l’ordigno esplode in quel momento, mentre i giovani sono ancora in macchina.

Un enorme boato scuote tutta l’area circostante mandando in frantumi i vetri delle finestre. Dapprima seduto al volante, il cipriota viene scaraventato a una decina di metri dall’abitacolo, tra frammenti di automobile, brandelli umani e squarci di lamiera. Completamente avvolto dalle fiamme, ciò che resta del corpo dell’italiana è invece riverso sul sedile anteriore.

La coppia, in Grecia da meno di un mese, viene presto identificata: si tratta di due militanti di estrema sinistra residenti a Milano e legati ai movimenti di opposizione al regime dei colonnelli. Il Ministero dell’ordine pubblico greco comunica ufficialmente alla stampa che le uniche vittime dell’attentato sono gli attentatori stessi. In Italia le forze dell’antiterrorismo perquisiscono le abitazioni milanesi di entrambi: in corso Italia e in via Bassini. Secondo la polizia italiana Tsecuris avrebbe avuto contatti con vari movimenti greci di opposizione. Maria Elena Angeloni, separata dal marito e madre di un bambino, secondo gli inquirenti, sarebbe stata simpatizzante dei gruppi di estrema sinistra dell’area milanese: tuttavia, a suo carico non risultano precedenti, a parte una banale contravvenzione, nel 1969, dopo essere stata sorpresa a scrivere slogan politici sui muri della Motta, in viale Corsica.

LA VERSIONE DELLA COMMISSIONE STRAGI

Maria Elena Angeloni lascia un figlio di 9 anni, Federico, avuto con Veniero Gaggio, fratello di Adelaide che con Giuliano Giuliani darà alla luce due figli: una femmina di nome Elena, un maschio di nome Carlo. Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso il 20 luglio del 2001 durante gli scontri di piazza verificatisi in occasione del G8 di Genova. Ai funerali del ragazzo partecipa anche Vassilis Kotulas, cinquantaseienne, oppositore del regime di Papadopoulos. La morte di Giuliani riporta in superficie la vicenda dell’attentato ad Atene. Nel corso di un’intervista per il Corriere della sera, in merito alla vicenda della Angeloni, Kotulas rilascia la seguente dichiarazione:

«L’attentato fu organizzato dal PAM, il Fronte patriottico di liberazione. Le Brigate Rosse non c’entrano proprio nulla».

Diversa la versione contenuta nel documento XXIII n. 64 Volume primo, Tomo VI della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi:

«Nel 1998, confermando il racconto di alcuni terroristi pentiti e dissociati e i risultati delle indagini del giudice Mastelloni, l’ex br Alberto Franceschini ha rivelato che Maria Angeloni era una militante del Superclan».

«Il Superclan nacque con la volontà dichiarata di egemonizzare e coordinare le varie organizzazioni terroristiche. Recentemente anche Galati ha riferito di una grave frattura che, nel 1970, intervenne nei rapporti tra Curcio e Simioni e, a differenza di Pisetta, che dichiarò di non conoscerne la causa, ha raccontato un episodio che, a suo avviso, sarebbe stato la causa del grave contrasto. Secondo Galati, la cui versione è poi confermata da Buonavita, Simioni aveva progettato un attentato dinamitardo contro la sede dell’ambasciata statunitense di Atene. Poiché il piano prevedeva l’utilizzazione di una donna, Simioni si era rivolto a Mara Cagol, compagna di Curcio, alla quale aveva però richiesto di non parlarne con Curcio. La Cagol pensò invece bene di confidarsi col suo compagno il quale manifestò un totale disaccordo ed indusse la donna a ritirarsi. Simioni fu quindi costretto ad utilizzare Maria Elena Angeloni, la quale perì nell’attentato per un difetto dell’ordigno esplosivo il 2 settembre del 1970».