Il rapimento e l’omicidio di Carlo Saronio

La sera del 14 aprile 1975 il giovane ingegnere chimico fu sequestrato da un commando di estrema sinistra e ucciso con una dose eccessiva di Iupac-metilbenzene.

Venerdì, 24 novembre 1978. Siamo a una decina di chilometri da Milano, lungo la strada di campagna che da Vimodrone porta a Rovagnasco di Segrate, tra vecchi canali e coltivazioni di frumento. Alcuni conoscono la zona come «Agro Tombaia», poiché il terriccio nero di quei campi ha custodito per anni gli scheletri di soldati deceduti in guerra. «Di tanto in tanto ne spunta fuori qualcuno» afferma un’anziana donna del luogo, mentre osserva la grossa ruspa avanzare al diradarsi delle nebbie. Ma i resti che stanno per venire alla luce, questa volta, non risalgono al periodo bellico. Mischiato alla folla di curiosi, tra vigili del fuoco, carabinieri e agenti di polizia, vi è un uomo con le manette ai polsi. È lui che dirige i lavori: «Ecco, quello è il mio punto di riferimento trigonometrico», esclama indicando un traliccio. Successivamente, dopo aver segnalato il punto preciso in cui scavare, il detenuto chiede agli agenti di andar via, non vuole assistere al ritrovamento.

Quell’uomo in manette che si sta facendo riaccompagnare al cellulare è il trentaseienne Carlo Casirati, delinquente comune di Treviglio. Nella primavera del 1975 Casirati ha collaborato con l’organizzazione terroristica di estrema sinistra «Fronte Armato Rivoluzionario Operaio» al rapimento di Carlo Saronio, giovanissimo ingegnere milanese ucciso il giorno stesso del sequestro. La famiglia del rapito, ignara del tragico epilogo, pagò inutilmente 470 milioni di riscatto. Ora, a più di tre anni di distanza, la signora Angela, 67 anni, sta per riavere le ossa del figlio da depositare in un luogo nel quale piangere e pregare.

IL SEQUESTRO E LA DOSE DI IUPAC-METILBENZENE

In quella campagna sono accorse tante persone. Ci sono i giudici della corte d’Assise di Milano, il pubblico ministero Libero Riccardelli, gli avvocati, i periti, i parenti, i giornalisti. «Ci siamo, eccoli qui!». Una voce segnala il ritrovamento. La cartella clinica di Saronio non lascia spazio a dubbi: quelle ossa sono sue, combacia tutto, anche le otturazioni dentarie. Quando è stato rapito il ragazzo era un ventiseienne pieno di ambizioni e di energie, neolaureato in ingegneria chimica e politicamente attivo a sinistra.

«Uno dei migliori giovani che abbiamo avuto qui», racconta il professor Garattini, dell’Istituto Mario Negri, «Saronio si fermava fino a tarda ora in laboratorio e aveva una passione non comune per il suo lavoro. Presto gli avremmo affidato la guida di un’equipe di ricercatori». Discendente da una famiglia di industriali farmaceutici, per circa un anno Saronio si era formato all’università di Pennsylvania, negli Stati Uniti, realizzando ben tredici pubblicazioni scientifiche di rilievo e ricevendo i ringraziamenti del rettore dell’Università di Philadelphia «per aver aperto nuovi campi di indagine».

La sera del 14 aprile 1975 il giovane ingegnere chimico fu sequestrato da un commando di estrema sinistra che lo uccise con una dose eccessiva di Iupac-metilbenzene. Il gruppo, che era formato da militanti vicini a Potere Operaio con la complicità di esponenti della malavita comune, aveva intenzione di stordire il rapito per trasportarlo nel luogo adibito alla prigionia ma un errore di dosaggio del liquido volatile decretò il decesso del giovane.

Simpatizzante della sinistra extraparlamentare, Saronio aveva frequentato gli stessi ambienti dei suoi rapitori.

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