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Milano odia: la polizia non può sparare

Redazione Spazio70

Film del 1974 con Tomas Milian. Regia di Umberto Lenzi.

Giulio Sacchi (Tomas Milian) è un disoccupato di Milano che gravita nella malavita locale. L’ultimo colpo è quello contro una banca: alla guida di una Citroen Ds, Sacchi porta i complici sull’obiettivo e aspetta col motore acceso. E’ un primo, grossolano, errore che attira inevitabilmente l’attenzione di un vigile. Il pubblico ufficiale non sospetta che l’uomo al quale sta chiedendo i documenti stia facendo da «palo» a una rapina in corso: intende soltanto fargli una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta. Ma a Sacchi fanno notoriamente difetto i nervi: perde la testa, spara e fa secco il vigile. I complici, attirati dal colpo di pistola, sono costretti a risalire in auto senza aver potuto completare la rapina: decidono pertanto di prendere in ostaggio un bambino per la fuga. La conseguenza è un furioso inseguimento con la polizia, ma i banditi, riuscendo a forzare un passaggio a livello, riescono a seminare gli sbirri e si sbarazzano (fortunatamente in modo incruento) del piccolo ostaggio. Quando la banda di rapinatori decide di «processare» Sacchi per il mancato colpo, e soprattutto per l’inutile uccisione del vigile, lo fa con una grandinata di botte: le accuse, piuttosto prevedibili, sono di codardia e stupidità. Quando si fa un colpo bisogna cercare di limitare i danni al contrario di quanto fatto da Sacchi che col suo sconsiderato comportamento ha messo i complici nelle condizioni di poter fare una strage.

«COMMISSARIO, MI DICE UN POSTO DOVE PRENDERE LE SIGARETTE?»

Il pensiero fisso del protagonista è in ogni caso quello di realizzare il colpo che possa sistemarlo per tutta la vita. L’idea gli viene quando va a prendere dal lavoro la fidanzata. In quella occasione, ha modo di osservare la giovane figlia del «padrone»: si chiama Marilù (Laura Belli), ha vent’anni anni ed è piena di grana. La vista della ragazza ha per Sacchi l’effetto di una folgorazione: da quel momento in poi il suo chiodo fisso sarà quello di sequestrare la ricca rampolla. Il passo successivo sarà quello di studiare minuziosamente un piano per sequestrare la ragazza. Nel frattempo Sacchi ha l’occasione di seminare un altro morto: si tratta di un agente che lo coglie sul fatto mentre ruba le monetine da un distributore automatico di sigarette. E’ subito dopo una simile occasione che avviene l’incontro col commissario Grandi (Henry Silva), che arrivato sul posto viene sfottuto dall’omicida cammuffatosi tra la folla («Commissario, mi dice un posto dove prendere le sigarette a quest’ora?»).

Il piano per sequestrare Marilù va avanti e coinvolge due amici di Giulio (Ray Lovelock e Gino Santercole). Si tratta di due tipi qualsiasi: uno fa il tabaccaio, l’altro una professione non precisata. Tutti e due, come Sacchi, vorrebbero fare i soldi, ma continuano ad andare avanti con piccoli contrabbandi che non portano a niente. I tre hanno bisogno di armi per effettuare il rapimento e lo fanno rivolgendosi a un vecchio pappone che abita presso i Navigli. Costui si è riciclato nel commercio dei «ferri» e accoglie i ragazzi col proposito di piazzare un paio di mitra. Naturalmente i tre non hanno soldi per pagare e risolvono la questione massacrando l’uomo assieme alla sua anziana consorte (provando sul campo, in un certo senso, la funzionalità delle armi).

Il rapimento di Marilù è uno dei pezzi forti del film: il primo tentativo avviene in un bosco nel quale la ragazza si era rifugiata con l’auto in cerca di un po’ di intimità col proprio ragazzo. I tre – opportunamente impasticcati – assaltano la macchina e uccidono il povero fidanzato, ma qualcosa va però storto perché Marilù riesce a scappare trovando ospitalità in una villa vicino al bosco. I tre banditi, guidati da Sacchi, non si danno per vinti e una volta individuata l’abitazione daranno vita ad una macabra sarabanda di sesso e morte.

SORPRESA HENRY SILVIA

«Milano Odia» è opportunamente considerato il miglior film di Umberto Lenzi. Sicuramente il più totale, il più importante sotto il profilo della sceneggiatura, con un Tomas Milian straordinario ed estremamente cattivo. Giulio Sacchi – nella ricca Milano dove conti solo se hai i soldi – è un disoccupato con ingiustificati sogni di gloria. Non ha una gran voglia di lavorare e in ogni caso ritiene che sudando onestamente dalla mattina alla sera non si possano raggiungere certi livelli. A lui interessa «la grana», sistemarsi per tutta la vita, condurre una esistenza da gran signore e non ritiene di avere alcuna possibilità di realizzare nella legalità questo progetto. Di conseguenza è pronto a tutto. Sacchi disprezza il mondo che lo circonda: il suo boss (Ugo Maione, interpretato da Luciano Catenacci), la fidanzata che considera nient’altro che una matura puttana,  i suoi amici che «vorrebbero ma non possono», disprezza soprattutto Marilù al quale rinfaccia sempre la bella vita. Perché agli altri sì e a lui no?, si chiede: d’altronde se avesse domandato al ricchissimo padre di Marilù un po’ di soldi, lui non glieli avrebbe di certo dati. Sacchi si ritene quindi in diritto di sequestrargli la figlia, perché anche lui, proletario nullafacente con manie di grandezza, deve poter condurre una vita da gran signore. Una logica, questa, motivata dall’esibizione di ricchezze esagerate, mortificanti, soprattutto non corrispondenti a particolari meriti personali. E se si hanno pochi freni inibitori, queste ragioni possono essere sufficienti per organizzare un sequestro di persona ed essere disposti anche ad ammazzare.

Se Milano odia rappresenta l’ennesima conferma delle qualità attoriali di Milian, la vera sorpresa del film è Henry Silva: una vita passata a fare il killer, si ritrova qui catapultato in un ruolo da commissario che, nel ricordo appunto di cliché consolidati, lascia inizialmente perplessi salvo poi diventare, col passare dei minuti, sempre più convincente e credibile. Silva recita il ruolo di un commissario caratterizzato da grande misura e discreto senso dell’umorismo, con una fortissima determinazione a catturare il criminale che sta insanguinando la città. Il poliziotto sembra uscire sconfitto dal confronto, forse giuridicamente lo è, ma nell’ultima scena saprà riprendersi una amarissima – disperata – rivincita.

Musica di Ennio Morricone.