Da Tex Willer agli zombie. Lucio Fulci, «le poète du macabre»

Con i film sui «morti viventi», il regista romano diventerà rappresentante di un genere estremo particolarmente bistrattato in Italia ma molto apprezzato all’estero

Uno zombi obeso emerge dalle acque di New York in uno scatto fuori scena sul set di «Zombi 2» di Lucio Fulci uscito nelle sale cinematografiche esattamente quarant’anni or sono. Nonostante lo stratagemma commerciale del titolo faccia pensare ad un sequel non autorizzato del noto film di Romero, si tratta invece di un’opera molto diversa che riconduce la figura dello zombi al suo contesto originario: il «voodoo» caraibico. Realizzato in meno di trenta giorni di riprese tra New York, Roma e Santo Domingo, questo truculento «zombi movie» a basso budget sancisce definitivamente l’ingresso di Fulci nel genere splatter e assieme a «Buio Omega» di Joe D’Amato apre le porte del cinema italiano all’estremo «gore» degli anni ’80.

La sceneggiatura originale è intitolata «The island of the living dead» ed ha origine dalla macchina da scrivere di Dardano Sacchetti, già autore di autentici «cult» del terrore, come «Il gatto a nove code» di Dario Argento (1971), «Reazione a catena» di Mario Bava (1972) e «Sette note in nero» (1977) dello stesso Fulci. L’idea nasce in un mattino di giugno del 1978, quando il produttore Gianfranco Couyoumdjian, della Flora film, è intento a leggere un noto fumetto western: Tex Willer. In questo numero il noto eroe di Bonelli si ritrova a dover fronteggiare degli orribili morti viventi.

ENTRA IN SCENA «THE GODFATHER OF GORE»

Couyoumdjian ha una bizzarra intuizione e telefona a Sacchetti: «Che ne pensi di un western con Tex Willer e gli zombi?». Lo sceneggiatore sembra perplesso, secondo lui l’idea di un western non funziona, però afferma che un film con gli zombi potrebbe avere lo stesso taglio avventuroso di un fumetto di Tex Willer e si mette a lavoro.

A copione ultimato il film diventa un’idea concreta quando prende parte al progetto Ugo Tucci, manager della Variety. Tucci propone la direzione del film a Enzo G. Castellari, il regista di «Keoma» però non sembra particolarmente interessato al genere horror e suggerisce alla produzione il nome di Lucio Fulci, cineasta che in passato aveva già lavorato a pellicole thriller con risvolti orrorifici come «Una lucertola con la pelle di donna» (1971), «Non si sevizia un paperino» (1972) e il già citato «Sette note in nero». Fulci accetta l’incarico e da quel momento diviene rappresentante di un genere cinematografico estremo particolarmente bistrattato in Italia ma molto apprezzato all’estero. «The godfather of gore» e «Le poète du macabre» sono alcuni degli appellativi con i quali il cineasta romano sarà noto ai cultori internazionali dell’horror.

L’espediente pubblicitario del titolo, che in Italia cavalca il successo di «Zombi» di Romero, uscito nelle sale l’anno prima, innesca una nota polemica con Argento (produttore del film di Romero). «Quando Argento sostenne che Zombi apparteneva a lui», affermerà Fulci, «gli scrissi una lettera in cui dimostravo con dodici film che gli zombi nacquero prima ancora di Tourneur, prima ancora di “Ho camminato con uno zombi” (1943). Lo zombi appartiene ad Haiti e a Cuba, non ad Argento».

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