
Mino Pecorelli e Federico Umberto D’Amato. Un rapporto nei documenti
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I rapporti tra Mino Pecorelli e Federico Umberto D’Amato, tra contatti personali e un documento poco noto: la deposizione del 1982 alla Commissione P2. Un tassello utile per chiarire una relazione controversa
Federico Umberto D’Amato e Carmine «Mino» Pecorelli avevano un rapporto stretto e duraturo nel tempo, ma dai contorni decisamente poco chiari. Come ha fatto emergere lo storico e ricercatore Aldo Giannuli, nella redazione del Nuovo Mondo d’Oggi, prima esperienza giornalistica di Pecorelli, c’erano due informatori dell’allora capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno: Nino Pulejo e Franco Simeoni. Il primo era il capo della redazione milanese del Nuovo Mondo d’Oggi, con un passato fascista, mentre il secondo accompagnò Pecorelli fino all’Osservatore Politico. I due ebbero un forte dissidio dovuto alla contiguità di Simeoni con certi ambienti dei servizi segreti, probabilmente D’Amato stesso, e le strade si separarono.
Tuttavia, i legami di Pecorelli con D’Amato sono anche e soprattutto a livello personale. Negli ultimi mesi di vita del giornalista molisano, i due si videro 106 volte. Pecorelli incontrò più spesso solo un suo amico, l’avvocato Gregori. I contatti, dunque, erano serrati. Ma c’è un altro elemento da considerare. Pecorelli ebbe a che fare con D’Amato già all’epoca della chiusura del Nuovo Mondo d’Oggi. In quel caso, il capo dell’UAR aveva bloccato l’inchiesta su padre Felix Morlion e l’università Pro Deo. Le conseguenze erano state devastanti con Pecorelli che chiuse il suo giornale, probabilmente in cambio dell’estinzione dei debiti. L’indagine, inoltre, si inabissò completamente.
Quindi sono tre gli elementi preliminari su cui si deve basare la ricostruzione del rapporto Pecorelli-D’Amato: la presenza di giornalisti informatori dell’UAR all’interno della redazione del Nuovo Mondo d’Oggi, la grande vicinanza tra i due nel periodo antecedente l’assassinio del direttore di OP e il contatto diretto avuto a fine anni Sessanta.
Ma per definire ancora con più chiarezza questa connessione di enorme interesse storico c’è un documento rimasto finora sostanzialmente inedito: la deposizione di Federico Umberto D’Amato alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2. La testimonianza è avvenuta in due occasioni diverse, il 29 ottobre e il 4 novembre 1982.
I CONTATTI GELLI-D’AMATO

D’Amato, che all’epoca comandava la polizia di frontiera, iniziò la sua testimonianza ripercorrendo la propria carriera e soffermandosi su alcuni momenti di particolare lustro. Egli evidenziò gli svariati incarichi che gli furono affidati per combattere le operazioni dell’OAS, l’Organisation de l’armèe secrète, l’associazione fondata da militari francesi per lottare clandestinamente contro gli indipendentisti algerini, in Italia. Nel 1968, inoltre, D’Amato fu il principale promotore del cosiddetto Club di Berna, una sorta di associazione informale tra vari apparati di sicurezza europei. Da direttore dell’Ufficio Affari Riservati, poi diventato SIGSI, Servizio Informazioni Generali e Sicurezza Interna, passò alla divisione frontiere e trasporti. A succedergli, all’interno del Ministero dell’Interno, fu quell’Emilio Santillo con cui Pecorelli si incontrò 33 volte tra il 16 marzo 1978 e il 23 marzo 1979. Nonostante lo spostamento di D’Amato in un altro settore, la sua influenza sull’ex UAR si mantenne ben presente. Fu lo stesso ministro Taviani a chiedergli di continuare a esercitare un certo grado di controllo su quell’ufficio strategico. Santillo stesso era una sorta di «protetto» di D’Amato, nel frattempo, diventato uomo di fiducia dei vari ministri dell’Interno, tra cui, oltre al già citato Taviani, Gui, Cossiga e Rognoni e di una serie di capi della Polizia, Zanda-Loy, Parlato, Menichini e Coronas.
D’Amato, da questa posizione di vasto potere, incontrò per la prima volta Gelli, secondo la sua testimonianza, tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976 all’Hotel Excelsior. Già da un anno Santillo aveva ricevuto la richiesta di approfondire alcuni attentati su cui sembrava aleggiare lo spettro dei massoni piduisti. Egli diede inizio a indagini più attente e D’Amato, per aiutare il suo delfino, prese contatto con Gelli tramite un suo ex collaboratore all’UAR. Nel medesimo periodo, D’Amato, il suo ufficio e il Ministero dell’Interno, secondo la testimonianza del «grande vecchio» dei servizi segreti, erano stati al centro di una serie di attacchi, molto virulenti, provenienti dal mondo dell’intelligence militare. D’Amato, davanti alla commissione, aggiunge: «Vi era, infine, un altro individuo che puniva particolarmente con questa aggressione scritta ed era il giornalista Mino Pecorelli. Non mi fu difficile riuscire a rendermi conto che singolarmente, stranamente, questi personaggi gravitavano attorno a Licio Gelli…». D’Amato, nel corso del suo appuntamento con Gelli, chiese al Venerabile Maestro di far cessare gli attacchi concentrici che arrivavano da più parti: intelligence militare, stampa e magistratura. E così accadde. Il dominus dell’UAR, in commissione, afferma: «… per di più, in un’epoca successiva, abbastanza più avanzata si fece vivo Mino Pecorelli».
Chiudendo la parentesi sui contatti Gelli-D’Amato, occorre puntualizzare che l’allora capo delle frontiere disse di aver incontrato un’altra volta il Venerabile Maestro tra settembre e ottobre del 1979. I due avevano discusso di politica. D’Amato, davanti alla Commissione, aveva evidenziato il fatto che le proposte di Gelli fossero semplicistiche e rozze. Di primo acchito, nonostante l’enorme esperienza, l’ex direttore dell’UAR, e apprezzato critico gastronomico, aveva ritenuto Gelli un millantatore ma, come ebbe modo di vedere in un secondo momento, questa sensazione era errata. Anzi, il potere che aveva in mano il piduista era superiore a quello che Gelli stesso diceva di avere, soprattutto in ambito finanziario e editoriale. Occorre aggiungere un ulteriore elemento. La questione dell’iscrizione alla P2 da parte di D’Amato è oggetto di dibattito. Il Venerabile Maestro lo riteneva iniziato di «bocca e orecchio», cioè senza rito ufficiale ma per decisione del vertice della loggia.
«PECORELLI? L’HO VISTO VARIE VOLTE NEL MIO UFFICIO»
Ma ora si può entrare nel vivo della deposizione di D’Amato. La prima domanda su Pecorelli gliela pose il presidente della commissione Tina Anselmi, democristiana:
Presidente: Ha conosciuto e ha avuto rapporti con Pecorelli?
D’Amato: Con Mino Pecorelli sì. Ci possiamo riportare per un momento all’inizio di questo mio riferimento. Pecorelli svolgeva un’attività giornalistica scandalistica da molti anni e aveva, negli anni 1968-1969, insieme con un altro giornalista a lui associato (in questo momento me ne sfugge il nome) fondato un’agenzia, l’AIPE
Alberto Garocchio (deputato democristiano): D’Arcangeli?
D’Amato: No, non è D’Arcangeli. Aveva un giornaletto, che si chiamava Cronache d’Oggi. Era un giornale che campava un po’…Mi dispiace, sto parlando di un defunto, per altro di una persona della cui fine mi sono dispiaciuto… per la verità, debbo esporre questo ricordo. Aveva escogitato un sistema, il sistema del quadro: andava da una personalità politica contro la quale aveva preparato un articolo e gli diceva che avrebbe dovuto pubblicare quell’articolo, ma che, siccome il giornale si trovava in difficoltà e non era rimasto altro che un quadro da poter vendere, se l’uomo politico gli comprava quel quadro, la cosa si poteva accomodare. Apparentemente non si trattava di corruzione, ma dell’acquisto di un quadro. Così la cosa veniva più o meno sistemata. Questo avveniva agli inizi.
Antonio Calarco (senatore democristiano): Era un quadro dipinto da lui?
D’Amato: Erano quadri acquistati al Poligrafico, si trattava di riproduzioni. Mi rammarico di aver detto ciò. In fondo il Pecorelli era, a modo suo, un uomo onesto. Infatti, dopo mi è risultato che per certe campagne di stampa che egli aveva condotto, ferocissime, aveva avuto anche delle proposte finanziariamente interessanti, ma in realtà non le aveva volute accettare. Aveva atteggiamenti di questo genere.
D’Amato, che sbaglia il nome del Nuovo Mondo d’Oggi chiamandolo Cronache d’Oggi, intendeva, con ogni probabilità, parlare di Franco Simeoni e racconta anche un aneddoto riguardo i metodi di finanziamento per quella pubblicazione. Il capo dell’UAR, tuttavia, evidenzia anche l’assoluta indipendenza del direttore dell’Osservatore Politico che, nonostante «proposte finanziariamente interessanti», le rifiutava per mantenere la propria indipendenza giornalistica. Sempre D’Amato specificava anche gli attacchi che aveva ricevuto dall’agenzia:
Ad un certo momento il Pecorelli tirò fuori l’agenzia OP, che attaccava un po’ tutti. Ad un certo punto cominciò anche ad attaccare il Ministero dell’interno, il mio ufficio e il nuovo, quello di Santillo, e tutto il resto. In quella occasione ebbi a fare quel cenno a Gelli, perché mi risultava che i due erano in contatto. Non so onestamente se poi Pecorelli si fece vivo in seguito ad un intervento di Gelli o autonomamente. Comunque, mi telefonò e mi cercò. Io lo invitai in ufficio. A partire da quel momento – posso collocare questo tipo rapporto a circa due anni prima della morte – l’ho visto varie volte, sempre nel mio ufficio, dove veniva regolarmente, annunciandosi con il suo nome. Lì bisogna presentare i documenti.
Quindi, il rapporto tra D’Amato e Pecorelli era perfettamente trasparente secondo l’ex direttore dell’UAR. Il giornalista molisano andava in ufficio con costanza e presentava perfino i suoi documenti. La natura del rapporto sembra, in ogni caso, confidenziale e informativa nonostante ciò che diceva D’Amato, il quale, come altri testimoni, tendeva a sminuire il suo legame con il direttore di OP.
«ERA UN UOMO MOLTO TRISTE»

Informazioni ulteriori su Pecorelli vengono date da D’Amato grazie alle domande del senatore Liberato Riccardelli, esponente della Sinistra Indipendente che contestò anche la ricostruzione dell’ex direttore dell’UAR a riguardo del legame con Gelli:
Presidente: Questa è stata la conoscenza?
D’Amato: Posso continuare sempre su Pecorelli? Perché tenevo contatti con Pecorelli? Ritorniamo ancora al discorso già fatto: molte volte tra i nostri compiti vi è anche quello di tenere buoni rapporti con la stampa, non necessariamente – come talora si è detto, ci sono anche stati dei processi in proposito – attraverso il denaro, e via di seguito, ma di mantenere dei buoni rapporti sul piano personale. Se dunque potevo evitare – come riuscii ad evitare – che il Pecorelli ogni tanto se la prendesse con il Ministero dell’interno, oppure (si stavano istituendo i nuovi servizi) se potevo chiarirgli come stavano le cose, facevo un’opera utile. Il Pecorelli mi disse di essere in rapporto con Gelli, senza alcun riferimento però, signor Presidente, in modo specifico, alla P2; e aveva un rapporto col Gelli che mi sembrava un rapporto di odio-amore in quanto egli pareva molto influenzato da Gelli stesso: certi momenti, però, era inferocito nei confronti di quest’ultimo, ma in fondo la ragione era la seguente: sembra, cioè, che Gelli lo prendesse in giro promettendogli continuamente forti finanziamenti e che poi, alla fine, gli desse quattro soldi di tanto in tanto, mezzo milione, un milione, laddove gliene aveva promessi molti di più. Quindi, il Pecorelli si sentiva un po’ come permanentemente truffato da Gelli. Questi, in fondo, erano i suoi rapporti con il personaggio. Fece le campagne che tutti ricorderanno, tra cui quella ferocissima contro il Presidente Leone, della quale poi praticamente è stato tirato fuori un libro perché, per 40 giorni, la Cederna fu sempre nell’ufficio di Pecorelli per prendere tutto il materiale e l’altra pure ferocissima, contro la Guardia di Finanza, contro il generale Giudice. Io ho sempre visto il Pecorelli da solo; vi è poi un particolare che potrei non citare perché entrambe le persone interessate sono morte, ma tengo a citarlo: una volta sola ho visto il Pecorelli a colazione insieme al comandante generale dei carabinieri, generale Mino. Erano in buoni rapporti, Mino e Pecorelli, tant’è che una volta quest’ultimo mi disse: “Vuole venire a colazione anche con Mino?” (io per altro conoscevo il generale) e io aderii di buon grado. L’ho visto pochi giorni prima della sua morte, in occasione di una delle visite che mi faceva ogni dieci, quindici giorni, per passare una mezz’ora, un’ora nel mio ufficio: il suo stato di salute era particolarmente aggravato in quel periodo perché soffriva di emicranie spaventose (quando aveva gli attacchi, aveva bisogno di andare a rinchiudersi in una toilette per poter urlare, tanto questi dolori di testa erano feroci). Come ripeto, questi attacchi si erano accentuati in quel periodo; la sua tristezza era aumentata, perché era un uomo piuttosto triste; la sua agenzia era stata trasformata in un settimanale, con dei risultati non brillanti. Mi disse che si sentiva sempre più in pericolo di vita, ma questo per altro era una cosa che non mi diceva per la prima volta: del resto, con quel tipo di campagne, così come le conduceva lui, era un timore abbastanza ragionevole. Fui poi raggiunto da una telefonata, da parte della questura, che mi annunciò la morte di Pecorelli.
Libero Riccardelli: Nel corso della precedente audizione, lei ha parlato di attacchi vari ed anche di attacchi da parte di Pecorelli. Ricorda più o meno in che anno e su quale materia fu attaccato da Pecorelli?
D’Amato: Sì. Dunque: nell’anno 1969 il Pecorelli aveva un giornale che si chiamava Cronache nuove, o Nuove cronache, o una cosa di questo genere qui, e mi attaccò a quell’epoca, sia pure in modo defilato, basandosi su certe indicazioni che gli aveva fornito un monsignore – è una piccola storia un po’ squallida – un monsignore defunto oggi: monsignor De Angelis. Mi attaccò perché disse, grossomodo, che io ero collegato alla Pro Deo e che la Pro Deo era una struttura della Cia o qualcosa del genere. Il senatore Anderlini prese anche lo spunto da queste cose per fare un intervento al Senato…
È necessario fare ordine. In primis, secondo D’Amato, tra Gelli e Pecorelli c’erano problemi di natura economica riferiti a mancati finanziamenti che mettevano in pericolo la sopravvivenza dell’Osservatore Politico. Molto interessante anche il fatto che il numero uno della polizia di frontiera evidenziasse la grande vicinanza tra i due. D’Amato e il giornalista molisano parlavano spesso, anche più di quello che ammetteva il primo dei due alla Commissione. Erano talmente in confidenza che Pecorelli aveva ammesso di sentirsi in pericolo, cosa che non aveva assolutamente smosso nulla in D’Amato. Quest’ultimo fa anche riferimento allo scandalo Pro Deo: lo aveva coinvolto in prima persona dal momento che era citato come un elemento collegato a questa sorta di centrale della CIA mascherata da università e casa editrice. D’Amato, successivamente, tornerà sul tema.
IL DOSSIER SU PECORELLI
Poi la testimonianza prosegue, sempre incalzata da Riccardelli:
Successivamente, nel 1975-76, in un numero dell’agenzia OP il Pecorelli mise un trafiletto con: «Toh! Chi si rivede». In questo trafiletto, di cui non ricordo bene il testo, diceva che io ero andato, ero stato assegnato a questo nuovo ufficio – era l’ufficio di frontiera, perché io avevo lasciato due anni prima – e che tramavo contro di lui o qualche cosa del genere. La cosa, senatore, era abbastanza… il Pecorelli aveva un motivo per dire questo: qualche anno prima mi era stata richiesta, non ricordo se dal ministro o dal capo della polizia, una nota su Pecorelli ed io redassi – a quell’epoca ero in quell’ufficio – questa nota. Debbo ammettere che la nota era un po’ critica nei confronti del personaggio e metteva in luce soprattutto le attività che aveva avuto con quel precedente settimanale e lo descriveva, così, insomma con toni non troppo lusinghieri. Il Pecorelli riuscì ad avere copia di questa nota e ritengo che ciò sia avvenuto per il fatto che ad un certo momento fu nominato capo dell’ufficio stampa di un ministro, precisamente del ministro Sullo; e si dà il caso che lui avesse l’ufficio al Ministero dell’interno perché il ministro Sullo aveva… lui veniva con la macchina ministeriale e la cosa mi sorprese un poco – e non lo nascosi – di vedere questo signore, un po’ discusso, che era capo dell’ufficio stampa di un Ministro. Evidentemente, in quella circostanza lui aveva avuto questa copia di questa nota che non so come gli era arrivata. Non ne ho la prova, ma quando poi lo incontrai lui mi fece un’allusione al fatto che io avevo scritto qualcosa di sgradevole su di lui. Io gli dissi che probabilmente era vero, ma che era la mia attività personale di riferire quanto sapevo e che, di conseguenza, le cose potevano benissimo stare così.
Liberato Riccardelli: Quando sono iniziati i suoi buoni rapporti, allora, con Pecorelli?
D’Amato: Dunque, diciamo…
Liberato Riccardelli: Penso che lei sia l’unico che ha il privilegio di non essere più attaccato, oltre questo attacco (purtroppo l’agenzia non ce l’abbiamo) che lei prima ci ha ricordato.
D’Amato: Sì. Intanto diciamo che questo sarà avvenuto…se lei mi chiede una precisione di data assoluta, rischia di pigliarmi in contropiede; se lei mi chiede una indicazione generica, sarà stato nel ’76-’77.
Liberato Riccardelli: Che tipo di rapporto c’è stato? Sono stati molto intensi, poco intensi…
D’Amato: Glielo spiego subito: il Pecorelli aveva questa agenzia, no?
Liberato Riccardelli: Sì
D’Amato: Questa agenzia è un’agenzia… le premetto una cosa, senatore: quando ho preso talvolta contatti, e li ho mantenuti, con giornalisti o con agenzie, mi creda, non è stato soltanto per salvaguardare me personalmente da attacchi, e non ci sarei sempre riuscito, come poi si è visto, ma è stato anche nell’interesse, se vogliamo chiamarlo, una specie genericamente, di pubbliche relazioni del Ministero dell’interno. Quindi, mi riguardava anche per quanto concerneva il Ministero dell’interno, il ministro, il capo della polizia, tanto per essere espliciti. Il Pecorelli mi veniva a trovare in ufficio, quindi nel modo più, se vogliamo dire, aperto, facendo il regolare passo, mediamente una volta ogni quindici giorni, una volta al mese, previa una telefonata che mi faceva, cosa che poi… praticamente è un ritmo di incontri, di conversazione in ufficio, ma con Pecorelli sempre in ufficio, salvo una volta o due che mi ricordo che abbiamo fatto una passeggiata a Piazza Colonna, che ho con parecchi giornalisti. Il Pecorelli mi raccontava, mi mandava l’agenzia…
Dunque, viene a galla anche un altro elemento particolare. D’Amato aveva costruito un dossier su Pecorelli, documentazione che era stata intercettata, in qualche modo, dal giornalista molisano. Era un’informativa evidentemente, per stessa ammissione del direttore dell’UAR, negativa visto che risentiva di ciò che era accaduto a Nuovo Mondo d’Oggi quando D’Amato era intervenuto per evitare l’uscita dell’inchiesta sulla Pro Deo e sugli affari connessi.
«NON PENSAVO LO AVREBBERO ADDIRITTURA AMMAZZATO»

I parlamentari della Commissione d’inchiesta proseguono nell’incalzare D’Amato. Il suo nome, nelle agende di Pecorelli, è annotato a fianco di quello di Lelio Basso e Ciarrapico, spesso in relazione con il nome di Moro. D’Amato svicola i quesiti su questi collegamenti e non conferma nemmeno che si sia parlato, con certezza, del caso Moro: «Senta, senatore, che nel corso dei colloqui che abbiamo avuto con il Pecorelli si sia parlato di Moro, magari questo ci sarà capitato spesso, Moro era quello che era… lui era un giornalista politico me ne avrà parlato». La ricostruzione è poco credibile. Che Pecorelli, uomo alla ricerca costante di notizie e approfondimento, non avesse mai chiesto nulla a colui che poteva avere informazioni di primo piano su uno degli eventi politici più importanti dell’Italia repubblicana è quantomeno improbabile. Anche perché i rapporti tra D’Amato e il direttore dell’Osservatore Politico erano stretti tant’è che il primo leggeva spesso le notizie del secondo.
D’Amato: … Di conseguenza, lui mi mandava questa agenzia quotidianamente, che io ricevevo, e quando c’era qualche cosa interessante, ovviamente la passavo all’ufficio stampa del capo della polizia. Poi facevamo delle chiacchierate su quella che era la situazione in generale, su quelle che erano le difficoltà che lui incontrava continuamente nel suo mestiere, sulle minacce che riceveva, sulla sua purezza di intendimenti e abbiamo parlato anche di Gelli…
D’Amato, e questo è un elemento interessante, aveva anche conosciuto, tempo prima, Giorgio Gregori, grande amico di Pecorelli. Ma ancora più sconcertante è un’altra affermazione:
D’Amato: … e mi disse, ma la cosa non era destinata a meravigliarmi perché era un discorso che lui faceva spesso, che la sua vita era in pericolo; ed io gli dissi: «guardi, col tipo di giornalismo che fa lei non c’è dubbio che prima o poi qualcuno le può fare qualche scherzo…». Io non pensavo addirittura che lo ammazzassero, pensavo che lo «gambizzassero» qualche cosa di questo genere era un rischio che poteva correre con quello che combinava con il suo…
Pecorelli, per stessa ammissione di D’Amato, aveva ripetutamente confidato al capo della polizia di frontiera che si sentiva in pericolo e, secondo lo stesso dominus dei servizi segreti dell’Interno, questa sensazione di pericolo era ben giustificata. Tuttavia, D’Amato non pensava che si potesse arrivare addirittura all’omicidio del direttore di OP. Una «gambizzazione», sembra quasi affermare D’Amato, sarebbe stata abbastanza. Quest’ultimo ritorna anche sulla questione Pro Deo:
Ho avuto rapporti di conoscenza e di amicizia con il vecchio padre Morlion e con don Carlo Ferrero. Conoscevo anche monsignor De Angelis, che è quello che poi scatenò tutta quella campagna che, tra l’altro, è anche il sacerdote che ha celebrato il mio matrimonio, quindi avevo buoni rapporti con la Pro Deo. Però, non vedo più nessuno da almeno dieci anni.
Il meccanismo utilizzato da D’Amato, in questo caso, è decisamente comune. Molti dei testimoni chiamati dalla Commissione d’inchiesta, nel momento in cui le domande diventavano particolarmente scomode, spostano il discorso sul piano personale. D’Amato, infatti, riduce il suo rapporto con la Pro Deo a una dimensione intima che, tuttavia, non esclude che ci fosse anche un lato professionale.
«PECORELLI? NON MI HA MAI MESSO A PARTE DEI SUOI SEGRETI»
Il capo della polizia di frontiera viene successivamente interrogato anche da Antonio Calarco:
Antonio Calarco (senatore democristiano): Torniamo a Pecorelli. Un testimone è venuto a dirci che qualche giorno prima che fosse ucciso, Pecorelli le avesse telefonato dicendole: «Se io vado a prelevare dei documenti, rischio la vita». Secondo lei, di quali documenti poteva trattarsi? Si tratta di documenti che potevano portare alla morte di Pecorelli, come poi lo hanno portato. Si deve vedere se egli aveva prelevato questi documenti o no. Lei che conosce molto bene Pecorelli, sa di quali documenti poteva trattarsi?
D’Amato: A me è sembrato che il rischio maggiore, almeno per coloro i quali lo conoscevano, che Pecorelli corresse (stava facendo una campagna veramente feroce, che era basata su quei documenti che conoscete), potesse essere quell’aggressione che faceva nei confronti della guardia di finanza, di Giudice e via di seguito; ma era un rischio che non doveva tradursi in un’ipotesi mortale. Egli a me, come vi ho già detto, alcuni giorni prima della sua morte disse: «Prima o poi mi faranno la pelle, a fare questo lavoro!». Non era la prima volta che me lo diceva, né mi apparve assai più preoccupato di quanto non fosse normalmente. Era sempre in stato ansioso ed esprimeva con frequenza la convinzione che prima o poi, facendo le campagne di stampa come le faceva, qualcuno gli avrebbe tappato la bocca.
La risposta di D’Amato è decisamente indicativa. La principale inchiesta dell’Osservatore Politico, secondo lui, era quella relativa al M.FO.BIALI. Un dossier che era veramente scottante in quel periodo che coinvolgeva personaggi di primo piano della Guardia di Finanza. La risposta, per quanto interessante, potrebbe essere anche un depistaggio vista la natura delle azioni di Federico Umberto D’Amato. Anche se le sue parole, in alcuni frangenti, sembrano sincere: «Credo che una grande importanza non me la attribuisse, invece, per la semplice ragione che, in fondo, la sua fine mi è rimasta misteriosa; io ho parlato spesso con la magistratura che ha indagato per cercare di collaborare, ma in realtà non mi ha mai messo a parte dei suoi segreti». Una frase che non può essere verificata in alcun modo, ma che rimane comunque piuttosto criptica. Ma quindi che tipo di rapporto avevano i due? A questa domanda, come si vedrà a breve, può rispondere Paolo Patrizi.
Anche il commissario Aurelio Ciacci, comunista, ebbe modo di tornare sul tema Pecorelli facendo a D’Amato una domanda tanto semplice quanto corretta. Egli, infatti, chiese se il capo della polizia di frontiera non avesse mai chiesto al giornalista molisano da chi fosse minacciato e perché. Questa è stata la risposta:
D’Amato: Guardi, questo era un po’ il suo modo di esprimersi, che era costante, di sentirsi minacciato, di sentirsi in rischio, in pericolo. Certo, io non lo potevo incoraggiare, onestamente, a non preoccuparsi, perché, con gli attacchi che faceva, a dritta e a manca, in tutti i sensi, poteva correre dei rischi. Ma, ripeto, una qualche volta mi è venuta l’idea: questo prima o poi lo azzoppano, cioè secondo certi sistemi; che l’ammazzassero addirittura, mi sembrava eccessivo anche perché altri giornalisti molte volte fanno cose come quello o quasi, senza per questo essere soppressi. E d’altra parte era anche un individuo molto chiuso, il Pecorelli. Altre cose, guardi… la stessa domanda che lei mi fa, e giustamente – me la fecero, e ne parlai a lungo anche con i magistrati, a suo tempo, dopo il fatto Pecorelli – più di tanto, glielo assicuro, non ho saputo perché sennò sarebbe stato un mio dovere collaborare con la giustizia.
Dei colloqui tra D’Amato e i magistrati che indagavano sul caso Pecorelli non ci sono tracce nelle carte che sono a disposizione degli studiosi. Sicuramente, i colloqui non erano facilissimi da gestire per coloro che dovevano approfondire la natura di un rapporto molto particolare in cui lavoro, legami personali e informazioni costruiscono un ginepraio difficilissimo da ordinare.
Paolo Patrizi, in questo senso, aiuta a dipanare, almeno in parte, la situazione. Il braccio destro di Pecorelli afferma:
Patrizi: Si sentivano di continuo
Domanda: Ma che ti tipo di rapporto avevano?
Patrizi: Di reciproca diffidenza. Pecorelli sapeva qual era stato il ruolo di D’Amato in Piazza Fontana. Non bisogna dimenticare che il primo che tira fuori il nome di Giannettini, è Pecorelli…Poteva essere anche una fonte. Pecorelli sapeva che D’Amato aveva un pelo sullo stomaco e D’Amato sapeva che Pecorelli non era facilmente controllabile.
In conclusione, è molto probabile che tra i due ci fosse un rapporto che includeva una componente informativa. Su quali argomenti è impossibile dirlo vista la reticenza di D’Amato nel corso dell’interrogatorio davanti alla Commissione parlamentare. Rimangono le parole criptiche, ma significative, di D’Amato, persona abituata a misurare le sue dichiarazioni in ogni contesto e, in particolar modo, davanti a senatori e deputati.
La deposizione, dunque, apre uno squarcio nuovo sul legame tra Pecorelli e i servizi, dimostrando quanto l’Osservatore Politico fosse vicino ai vertici dell’intelligence. La figura sulfurea di D’Amato ha attraversato svariati decenni della storia repubblicana intrecciandosi con stragi, estremisti ed esponenti di potenze straniere. In questo grande magma si inserisce anche l’azione giornalistica di Mino Pecorelli e dell’Osservatore Politico.
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