logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

Bruciare in un letto di contenzione. La terribile storia di Antonia Bernardini

Redazione Spazio70

Nella primavera del 1975, il Ministero di Grazia e Giustizia ordinerà l'immediata chiusura del manicomio, la cui struttura sarà presto adibita a penitenziario femminile

Di recente abbiamo raccontato la clamorosa evasione di Maria Pia Vianale e Franca Salerno avvenuta nel gennaio del 1977 presso il carcere femminile di Pozzuoli. Oggi torniamo nuovamente in quel luogo per occuparci di un terribile caso di cronaca risalente agli ultimi giorni del 1974, quando la struttura in questione era ancora adibita a manicomio giudiziario. Si tratta della drammatica vicenda di Antonia Bernardini, la donna che perì in un rogo mentre era legata al letto «come Cristo in croce». Una storia quasi dimenticata, che si aggiunge ai molteplici episodi inquietanti che hanno avuto come teatro le fredde mura di un ospedale psichiatrico italiano.

UNA DEPRESSIONE E UN OLTRAGGIO A PUBBLICO UFFICIALE

Tutto ha inizio a Roma, il 12 settembre del 1973. Antonia ha trentanove anni, è separata dal marito, soffre di malinconia depressiva ed è segnata da un passato fatto di numerosi ricoveri e internamenti dovuti ad una condizione psicologica precaria fin dall’adolescenza. In fila presso la biglietteria della stazione Termini la donna è in attesa del proprio turno per poter acquistare un biglietto del treno per Reggio Emilia, dove un medico potrebbe aiutarla a superare la depressione. C’è folla, l’attesa è snervante, Antonia nota un uomo che tenta di scavalcarla nella fila. Ha inizio tra i due un acceso diverbio. Un giovane che si intromette nella contesa non aiuta a placare gli animi, anzi, i toni si alzano ulteriormente, volano degli insulti e il ragazzo dà una spinta alla donna.

«Mamma credeva che fosse il figlio di quel signore — racconterà ai giornali Gabriella, la figlia ventenne di Antonia — e così gli dette uno schiaffo. Invece si trattava di un vigile urbano».

Oltraggio a pubblico ufficiale, Antonia Bernardini finisce nel carcere di Rebibbia. Tra le mura del penitenziario la donna dà sfogo a forti crisi di nervi e dopo un mese di detenzione le autorità competenti decidono di trasferirla presso il manicomio giudiziario di Pozzuoli fino al giorno del processo. Per la donna ha inizio un vero e proprio calvario in un sistema, quello manicomiale, che appare basato su logiche punitive, in netta antitesi con la tutela della dignità umana e con il concetto stesso di recupero. Non solo, la detenzione della Bernardini nel manicomio di Pozzuoli ad un certo punto si rivelerà illecita dal punto di vista legale, poiché supererà i termini di custodia preventiva previsti dalla legge.

«CI LEGAVANO COME CRISTO IN CROCE»

Nel settembre del 1974 ad Antonia Bernardini non viene comunicata la decisione del Tribunale per il trasferimento a Roma e nel mese di novembre non le giunge neppure la convocazione per l’udienza.

Antonia è sola, dimenticata, «sepolta viva» nella sezione «agitate e coercite» del manicomio, spesso legata ad un letto poiché definita «scostumata e fastidiosa» dal personale della struttura. Un autentico incubo. Il 27 dicembre del 1974 non dovrebbe neppure trovarsi lì e invece è legata al letto da 43 giorni di fila.

Ha sete, chiede un bicchiere d’acqua, nessuno la ascolta. A quel punto la donna si affida ad un gesto estremo di protesta. Un avambraccio è legato con una fascetta un po’ più lunga e questo le consente di afferrare un fiammifero. Antonia Bernardini appicca il fuoco al proprio materasso, facendo di quel letto un enorme rogo.

Le fiamme divampano su tutto il corpo della donna, divorandole le carni, i capelli, gli indumenti, ma anche le fasce che la tengono costretta al letto, quelle lenzuola sporche ed infine il letto stesso. Il fuoco brucia come drammatica volontà di liberazione, come ultimo disperato tentativo di annientare una condizione di ingiustizia, di farla ardere in quella furia cieca e distruttiva. Quando giunge all’ospedale Cardarelli di Napoli Antonia è in condizioni disperate ma ha ancora la lucidità di comunicare: «Ci legavano come Cristo in croce», dice ad un magistrato, denunciando gli orrori della sua detenzione. Antonia muore in ospedale nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 1974.

Il direttore del manicomio giudiziario, Francesco Corrado, rilascia alla stampa la seguente dichiarazione:

«Tra pazze criminali sono cose che qui possono accadere. La poveretta soffriva di delirio di persecuzione e il nostro istituto è un luogo di cura e non di pena. Il nostro compito è quello di evitare che si facciano del male fra loro, per questo dovevo tenerla legata con la camicia di forza. C’è un’inchiesta da parte mia e della magistratura e se vi sono state negligenze del personale di custodia saranno senz’altro punite».

Al di là dei risvolti giudiziari, la drammatica vicenda di Antonia Bernardini contribuisce a fare luce sul triste fenomeno dei «sepolti vivi». Le varie testate italiane non sembrano indifferenti al tema.

Dal quotidiano «Il Mattino» del 7 gennaio 1975: «A Pozzuoli è ancora reclusa una donna, Ugolina Armocida, condannata nel 1936 a diciott’anni di reclusione. Avrebbe dovuto essere scarcerata nel 1954, senza calcolare i condoni. Invece è ancora “sepolta” nel manicomio giudiziario a “pena sospesa”: il che vuol dire che la sventurata è reclusa da 37 anni ma soltanto sette anni valgono ai fini della pena. Una delle più assurde e crudeli norme del codice penale stabilisce infatti che se un detenuto, ricoverato in manicomio giudiziario “in osservazione” viene riconosciuto davvero ammalato di mente deve restare in manicomio giudiziario fino alla guarigione. Ed il tempo passato in manicomio non conta: la sua pena resta “sospesa”. Secondo il codice, infatti, un detenuto etichettato come “pazzo” non può “comprendere il valore afflittivo e correttivo della sanzione”. Ed è per questo motivo, ad esempio, che da cinquant’anni è in galera un contadino di ottant’anni, Antonio Massaro. Fu condannato a trent’anni nel 1923. Nel ’31 lo trasferirono “a pena sospesa” nel manicomio di Napoli dove lo dimenticarono perché “non dava alcun fastidio”. Poi nel ’55 dichiarato guarito è potuto tornare in carcere per scontare il resto della pena. Oggi deve ancora espiare due anni e non conosce la libertà dal 1923». Per il caso Bernardini, i procedimenti penali a carico di psichiatri, vigilatrici e direttore, dopo una condanna in primo grado finiranno con l’assoluzione in appello. Nel frattempo, nella primavera del 1975, il Ministero di Grazia e Giustizia ordina l’immediata chiusura del manicomio, la cui struttura sarà presto adibita a penitenziario femminile. La motivazione risiede nell’ennesimo suicidio: la quarantottenne Teresa Quinto (ricoverata dopo aver ucciso le due figlie) si impicca con una calza di nylon alle sbarre di una finestra. Quest’ultimo caso va ad aggiungersi ai terribili precedenti, come la morte di Liliana Codini, settantenne di Verona la cui trachea fu perforata da una sonda alimentare utilizzata in modo scorretto da un’infermiera non autorizzata all’impiego di tale strumento.