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L’orribile fine di Aldo Semerari, il criminologo «nero»

Redazione Spazio70

«Nell’ambiente della malavita organizzata, giocava spavaldamente su più tavoli»

Ottaviano (NA), 1° aprile 1982. All’interno di una Fiat 128 parcheggiata non distante dalla proprietà di Raffaele Cutolo vengono rinvenuti i resti del noto criminologo neofascista Aldo Semerari, scomparso dal giorno 26 marzo. La testa giace in una bacinella di plastica adagiata sul sedile accanto al posto di guida, mentre il resto del corpo, con mani e piedi legati, avvolto da un sacco di juta, è nascosto nel bagagliaio. Contemporaneamente alla scoperta del cadavere, si apprende che la segretaria di Semerari, la quarantatreenne Fiorella Maria Carrara, si sarebbe tolta la vita con un colpo di pistola alla bocca.

PRIMA STALINISTA E POI «NERO»

Dal quotidiano Il Mattino del 2 aprile 1982:

«Nel grande intrigo si insinuano due cadaveri: Aldo Semerari e la sua assistente Fiorella Carrara. Per entrambi, nello stesso giorno, un destino di morte violenta. Una vita inquietante, spesa nella ricerca scientifica e per il trionfo di un’ideologia aberrante. Un uomo, dunque, dalla doppia faccia. Aldo Semerari si era fatto un nome in Italia e all’estero nel corpo dei misteri della psichiatria. Era docente di criminologia clinica e psichiatrica presso l’Ateneo romano, autorevole perito psichiatra nei tribunali, studioso di livello internazionale, autore di pubblicazioni scientifiche, adottate in parecchie università italiane. Personaggio contraddittorio, dalla straripante intelligenza, al limite di comportamenti sconfinati in una follia lucida.

Era nato a Martina Franca, 59 anni fa, di estrazione piccolo-borghese. Emigrò a Roma, divenne amico di uomini del potere e di uomini che contro quel potere tramavano nell’ombra. Da Stalin a Hitler, un balzo ardimentoso, un ritorno anacronistico all’ultima spiaggia del fascismo: la Repubblica di Salò, alla quale aderì, come ebbe a rivelare ad un suo amico. Fu stalinista arrabbiato negli anni ’50. Lo conoscevano bene i compagni della sezione Appia. Nel ’55 lasciò il PCI, 5 anni dopo uscì allo scoperto, professandosi fascista. È stato il primo traduttore in Italia dei testi di psichiatria di Karl Jaspers. Nel ’67 il fascista Semerari firmò con Franco Basaglia, psichiatra marxista, il manifesto italiano della moderna scuola antropofenomenologica, fondata da Karl Jaspers. Molte perizie psichiatriche di Semerari furono ritenute di alto valore scientifico ma gli piovvero addosso anche parecchie critiche. Accadde per la perizia del prof. Aldo Braibanti, condannato per plagio; sfiorò lo scandalo quando Maurizio Arena venne accusato di plagio nei confronto di Titti di Savoia per via della troppo lunga degenza clinica cui costrinse la principessa.

L’auto con il corpo di Semerari

Chiamato da Raffaele Cutolo, Semerari lo visitò, anni fa, concludendo la perizia di parte con un giudizio di seminfermità mentale. In un’intervista a “Gente” il prof. Semerari definì Raffaele Cutolo “un uomo dotato di intelligenza superiore, capace di persuadere e trascinare”. La prima volta che la Digos si occupò di Semerari fu quando il professore si presentò al convegno di Ordine Nuovo al cinema Hollywood di Roma. La seconda volta è cronaca recente. Il giudice Mario Amato stava indagando sul terrorismo nero. Una traccia gliela fornì il neofascista Marco Maria Massimi, in carcere per traffico di droga. Il detenuto gli confidò che Semerari e il prof. Paolo Signorelli avevano organizzato l’attentato contro l’avvocato Giorgio Arcangeli, ne stavano organizzando un secondo proprio contro lo stesso giudice Amato. Per errore fu ucciso un giovane scambiato per l’Arcangeli. Ma i due killer dei NAR non sbagliarono per il magistrato, non ci fu scampo.

Semerari incontrò sulla sua strada potenti personaggi come i procuratori Pascalino, De Matteo, Vessichelli, Galucci. La sua notorietà di studioso era un passaporto. Godé dell’amicizia di alti ufficiali, aderì alla P2 di Licio Gelli. Era sospettato di essere l’organizzatore dell’eversione nera, ideologo di Terza Posizione. Verso la fine di Agosto del 1980 fu arrestato per concorso nell’omicidio del giudice Amato e indiziato per la strage di Bologna. Nessuna prova. Fu prosciolto e il suo accusatore si buscò una denunzia per calunnia.

Il nome di Semerari entrò anche nell’inchiesta sul caso Moro. Affermò di aver ricevuto, due mesi dopo il ritrovamento del cadavere dello statista, una lettera a firma di tale Mister Brown. Nella missiva venivano indicati i servizi segreti americani quali responsabili dell’assassinio di Aldo Moro. Nessuno lo prese sul serio. Semerari era una fonte inquinata, fin troppo sospetta.

Deve aver giocato d’azzardo con qualcuno che è maestro d’azzardo. Ha perduto. Una morte atroce».

I RAPPORTI CON LA BANDA DELLA MAGLIANA

Il collaboratore di giustizia Maurizio Abbatino, nel corso degli interrogatori del 4 dicembre 1992 e del 9 gennaio 1993 dichiarerà:

Nessuna descrizione della foto disponibile.«Ci eravamo accorti, poiché egli [Semerari, ndr] non ne faceva mistero, anzi se ne vantava, che nell’ambiente della malavita organizzata giocava spavaldamente su più tavoli. In particolare, avendo appreso da lui stesso che forniva prestazioni professionali tanto alla N.C.O. di Cutolo Raffaele, quanto alla Nuova Famiglia di Ammaturo Umberto, commentammo più volte fra noi che lo stesso correva grossi rischi. L’ ambiente del Semerari, come ho già avuto modo di accennare in precedenti interrogatori, esprimeva una diversa impostazione rispetto a quello dei NAR e lo stesso Semerari si definiva “nazifascista”. Nei precedenti interrogatori ho definito “ordinovisti” le persone che ruotavano attorno al Semerari e al De Felice, poiché ricordo che costoro parlavano talvolta di Ordine Nuovo e della organizzazione di campi paramilitari nelle campagne attorno a Rieti. Ricordo un incontro abbastanza rapido con il Semerari nella sua villa nel reatino: rimasi colpito dal suo letto in metallo nero, sormontato da una bandiera con svastiche e ornato di aquile e anche della presenza di vari dobermann ai quali il professore impartiva ordini in tedesco».

Dall’interrogatorio di Paolo Aleandri del 7 gennaio 1988:

«Il professor De Felice era mio insegnante al liceo. Iniziai a frequentarlo successivamente, anche dopo aver terminato gli studi liceali. Stringemmo una certa amicizia, all’inizio di tipo esclusivamente umano. Poi il professor De Felice si allontanò, si diede alla latitanza in relazione agli ordini di cattura che aveva avuto per il golpe Borghese e in questa circostanza io avevo conosciuto, tramite mio padre, quindi per motivi lavorativi di mio padre, ho conosciuto il professor Semerari che aveva acquistato una casa nei dintorni del mio paese. Parlai del professor De Felice al professor Semerari che si offrì di aiutarlo.

Quando il professor De Felice rientrò in Italia ci furono delle occasioni conviviali in cui io presentai il professor Semerari al professor De Felice ed iniziammo a vederci in modo abbastanza informale, con altre persone anche, amicizie reciproche. Devo dire che in questo frangente la connotazione politica era abbastanza sfumata, anzi, forse addirittura inesistente, quantomeno per me. Nel senso che gli argomenti che venivano affrontati erano, per così dire, parapolitici. Quindi non avevano un immediato riscontro sul piano politico pratico. Successivamente ci cominciò a pensare di tradurre certe indicazioni ,così di principio che ritenevamo giuste, in un in qualcosa di operativo, all’ inizio pensando ad un’attività eminentemente giornalistica, quindi la possibilità di avere degli organi di informazione.

Devo anche fare un passo indietro.

All’epoca della prima conoscenza con il professor De Felice esisteva una rivista che era scritta da De Felice Fabio, dal fratello Alfredo e alla quale anch’ io partecipai in qualche modo, che si chiama Politica e strategia, era una rivista dell’ onorevole De Iorio che serviva a coagulare certi ambienti, aveva una tematica prevalentemente politico-militare anzi forse più militare che politica, strategica. E quindi servì a coagulare certi ambienti intorno al progetto del golpe Borghese. Quindi successivamente si prese in esame così la possibilità di fondare di nuovo un organo di stampa anche in qualche modo che consentisse l’ estrinsecazione di certe di certe tesi.

Nello stesso tempo diciamo così l’ambiente della destra che io non conosceva affatto, che invece era ben conosciuto soprattutto dal professor De Felice, iniziava a ricoagularsi e quindi cominciavano a ritessersi quei legami anche così di amicizie personali. Ci furono tutta una serie di incontri che, ripeto, erano per lo più conviviali quindi non avevano tematiche specifiche, soprattutto casa il professor Semerari, nei quali si incontravano molte persone. E qui il discorso è proprio difficile perché in realtà poi ognuno aveva delle sue idee piuttosto personali su che cosa dovesse rappresentare questo gruppo. Ecco, in estrema sintesi Costruiamo l’Azione nasce con De Felice, me, il professor Semerari, Calore, Signorelli, Fachini, Enzo Maria Dantini».

Dall’interrogatorio di Paolo Aleandri, 8 agosto 1990:

 

«L’istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi dell’estrema destra e la malavita organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al prof. Aldo Semerari e al prof. Fabio De Felice, convinti che per il finanziamento dell’attività eversiva non fosse necessario creare una struttura finalizzata al reperimento programmatico di fondi, quando, senza eccessive compromissioni, si poteva svolgere un’attività di supporto di tipo informativo e logistico rispetto a strutture di criminalità comune già esistenti e operanti, onde garantirsi, lo storno degli utili derivanti dalle operazioni rispetto alle quali si forniva un contributo. Il primo collegamento venne realizzato attraverso Alessandro D’Ortenzi detto “Zanzarone”, in un incontro che, se mal non ricordo, si svolse presso la villa del prof. De Felice. Per quanto ho potuto constatare di persona, i rapporti che intercorrevano tra il gruppo criminale denominato Banda della Magliana, o per meglio dire, tra i suoi esponenti, e il prof. Semerari, era quello di una sorta di sudditanza dei primi al secondo, il quale esercitava su di loro una notevole influenza in forza dei benefici che costoro si aspettavano di conseguire per effetto delle sue prestazioni professionali. Con il passar del tempo, probabilmente, in considerazione di aspettative frustrate dai fatti, ho potuto constatare un progressivo raffreddamento di rapporti degli uni verso l’altro».

«SEMERARI? LO FECI UCCIDERE IO»

Umberto Ammaturo

Dichiarazioni rilasciate nel 1997 dal collaboratore di giustizia Umberto Ammaturo:

«Io sono stato il capo di un’organizzazione criminale dedita al traffico di stupefacenti su scala intercontinentale. Ho commesso venti – trenta omicidi e li ho confessati. Sono collaboratore di giustizia dal 1993. Per un periodo ho fatto parte del cartello criminale noto come Nuova Famiglia che avversava la Nuova Camorra Organizzata. Fui detenuto dal 1974 al 1976, poi evasi. Riarrestato nel gennaio 1977 (…) fui riconosciuto con totale infermità mentale e poi il gioco venne scoperto dal tribunale dei magistrati di Napoli che ordinarono due super perizie, quindi tutta la simulazione venne a galla. I miei periti, come il professor Semerari che io poi feci uccidere, con la loro influenza, con la loro scienza, influenzavano i vari periti dei tribunali e io ottenni in varie circostanze la totale infermità mentale (…) Semerari stava dalla nostra parte, cioè dalla parte della fazione anti cutoliana. Poi venimmo a sapere che stava anche assistendo Cutolo e i suoi uomini, quindi ritenemmo di eliminarlo».

Nonostante le dichiarazioni di Ammaturo, tutti i camorristi imputati per l’omicidio Semerari saranno assolti in via definitiva.