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Alessio Casimirri, il brigatista «vaticano»

Redazione Spazio70

Cresciuto in ambiente pontificio, alla «ave maria gratia plena» preferirà ben presto il «pueblo unido qué mas serà vencido»

di Tommaso Nelli

Teologia della Contraddizione. Ovvero: vita di Alessio Casimirri, sessantotto anni, ex brigatista rosso, da quasi quaranta latitante in Nicaragua, sei ergastoli, ma nemmeno un giorno di galera. Forse basta già la presentazione per mettere a fuoco il compagno «Camillo», uno dei terroristi italiani più ricercati, l’uomo che uccideva nel nome della rivoluzione dopo un’infanzia nei Giardini Vaticani, il subacqueo immerso in intrighi e sospetti dopo un primo bagno di preghiere e carezze pontificie.

UN ELEMENTO «FAZIOSO E VIOLENTO» E DALLA «PESSIMA CONDOTTA MORALE»

Alessio Casimirri in una vecchia foto-tessera degli anni Settanta

Più che di rosso, l’infanzia di Alessio Casimirri, classe 1951, è nel segno del bianco. Il colore del Papa, capo di Stato di un Vaticano del quale è cittadina la madre, Maria Ermanzia Labella, e nel quale il padre, Luciano, militare a Cefalonia nella seconda guerra mondiale, lavora come responsabile della sala stampa. Lo sarà per tre papi: Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Ed è proprio quest’ultimo a impartire i primi sacramenti al giovane Alessio che, mentre studia al liceo classico «Dante Alighieri», si appassiona alle immersioni marine e non solo. Anche quelle politiche. Molto estreme. E ben preso l’ave maria gratia plena lascia il posto al pueblo unido qué mas serà vencido. Potere Operaio (come Lojacono), Sinistra Rivoluzionaria, i Comitati Comunisti, fino all’approdo nell’Atlantide della lotta armata: le Brigate Rosse. Siamo tra il 1976 e il 1977, vi entra come militante irregolare (altra similitudine con Lojacono), diventa il compagno «Camillo», è assegnato (anche qui al pari di Lojacono) al settore della «Contro» e partecipa a due azioni della colonna romana: il ferimento del giornalista del TG1 Emilio Rossi e del segretario di «Comunione e Liberazione», Mario Perlini.

Casimirri non abita più con la famiglia a due passi da piazza San Pietro, ma a Roma Nord, zona La Storta, insieme alla sua nuova compagna di vita, Rita Algranati, anche lei brigatista. Insieme aprono un negozio di articoli sportivi nel quartiere di Monteverde. Nel frattempo, ha anche denunciato l’acquisto di due armi. Eppure – come riporta la relazione finale della II^ Commissione Moro (2017) – nonostante tra il 1972 e il 1974 abbia ricevuto più di una denuncia – violenza contro militanti di destra, attacchi alla sede dell’MSI e rapina-esproprio alla «Standa» – e una scheda della Compagnia di S. Pietro dei Carabinieri, datata maggio 1975, lo definisca «elemento fazioso e violento» e «di pessima condotta morale», nessun esponente delle forze dell’ordine va mai a chiedergli qualcosa. Perché?

È uno dei primi misteri della vita di «Camillo», che dal 31 gennaio 1978, quando abbassa per l’ultima volta la saracinesca della sua attività, s’immerge in apnea nella lotta armata. Tempo due settimane ed è coinvolto nell’omicidio di Riccardo Palma, direttore dell’Ufficio generale degli istituti di prevenzione e pena al ministero di Grazia e Giustizia. Otto mesi più tardi, il 10 ottobre, nell’androne del civico 76 di viale delle Milizie, preme il grilletto contro il giudice Girolamo Tartaglione, direttore generale degli Affari penali. Ma è tra questi due delitti che la sua vita cambia per sempre. Come per Lojacono anche per lui niente sarà come prima dopo la mattina del 16 marzo 1978.

«IL 16 MARZO 1978? TENEVO LEZIONE»

Secondo le ricostruzioni processuali Casimirri sarebbe stato proprio insieme a Lojacono sulla Fiat 128 bianca che s’intraversa dietro l’Alfetta della scorta di Aldo Moro, per chiudere il campo d’azione brigatista e per rispondere a eventuali attacchi provenienti dall’alto della strada.

Alla commissione parlamentare che si è occupata del sequestro e della morte dello statista democristiano, l’ex brigatista Raimondo Etro ha dichiarato che «Camillo» non si limitò a un ruolo di copertura bensì intervenne nella strage delle cinque guardie del corpo, infliggendo il colpo di grazia all’agente Iozzino. Versione smentita dal diretto interessato nel 2004 in un’intervista al periodico nicaraguense «El Nuevo Mundo». Pur riconoscendo il suo passato brigatista, affermò che «quel giorno del 16 marzo del 1978 mi trovavo in un centro di educazione fisica e riabilitazione per portatori di handicap dove tenevo regolari lezioni».

Ma perché negare proprio quell’episodio e al tempo stesso ammettere di aver fatto parte delle BR per le quali è stato comunque condannato nel «Moro-ter»? E perché all’indomani della strage avrebbe millantato le sue gesta a un compagno e amico come Etro, che aveva fatto entrare nelle BR e che alla Commissione, oltre a ripetere quanto già detto ai giudici a metà anni Novanta, ha specificato come Casimirri «non diceva cose che poi non aveva fatto»? Ma soprattutto: perché ritrattare la versione fornita a due agenti del SISDE (il servizio segreto civile oggi AISI), che erano andati a trovarlo in una missione teoricamente segreta in Nicaragua nell’agosto 1993 dove l’uomo era latitante da almeno un decennio?

L’obiettivo dei nostri «007» era l’acquisizione di altre informazioni su via Fani. L’operazione sembra riuscire, Casimirri collabora, racconta che lui c’era quel giorno e le due parti si accordano per un secondo round. Sennonché il 16 ottobre di quell’anno su «l’Unità» esce un articolo che svela l’operazione, mandandola all’aria. Chi informò la stampa? E più di ogni altra curiosità: Casimirri com’era arrivato fin laggiù?

L’USCITA DALLE BR NEL GENNAIO 1980

Casimirri su una rivista nicaraguense del 2007

L’ufficialità di «Camillo» latitante nel piccolo stato centroamericano si apprende il 29 aprile 1986, quando all’ambasciata italiana di Managua si presenta una signora del posto per denunciare le violenze e le minacce del marito, un italiano sposato il 17 dicembre 1983, che dice di chiamarsi Guido Di Giambattista, come scritto sui documenti, ma che in realtà ha un nome e un cognome ben precisi: Alessio Casimirri.

Di lui dopo via Fani non si è più saputo molto. Il 3 maggio 1979 a Roma partecipa con altri dodici militanti all’assalto della sede della DC a piazza Nicosia, a cinquecento metri da piazza Navona, nel quale sono uccisi due agenti di polizia: Antonio Mea e Pierino Ollanu. Poi si sposta a Napoli, ha il compito di edificare la locale colonna brigatista, ma successivamente è trasferito in Sardegna per preparare la maxi-evasione dal carcere dell’Asinara. Il progetto però viene abortito.

Agli inizi di gennaio 1980, un po’ a sorpresa, esce dalle Brigate Rosse. E quando la pentita Emilia Libera fa il suo nome ai magistrati, partono a raffica i mandati di cattura. Comincia il Tribunale di Roma, la firma è dell’allora sostituto procuratore Domenico Sica. È il 16 febbraio 1982. Ma di «Camillo» nessun segnale. O almeno così sembra. Perché dagli atti parlamentari emerge che il giorno prima aveva comunicato ad Alvaro V.L., titolare di una società che forniva insegnanti di educazione fisica a istituti religiosi, l’intenzione di lasciare la professione per ritornare a fare l’istruttore subacqueo in Sardegna come nell’estate precedente. E il 17 febbraio passa a ritirare alcuni compensi economici. La Digos apprende tutto questo da V.L. il 4 maggio 1982.

Casimirri a «L’Espresso», aprile 1998: «Sono arrivato nel 1982. Dopo un anno passato a Parigi. Avevo lasciato l’Italia a fine 1981, quando avevo cominciato a capire che l’aria stava cambiando, che i pentiti stavano ormai facendo i nomi degli appartenenti alle BR». Come esposto sopra, parole in palese contraddizione con i fatti. E ancora più stridenti con un altro suo avvistamento. Sempre a Roma e datato addirittura 25 luglio 1983. A segnalarlo, Mario Cherubini, padre di un non ancora famoso Lorenzo, ma soprattutto gendarme vaticano, che conosceva molto bene Casimirri per i buoni rapporti tra le due famiglie e che lo vide quella sera su ponte Garibaldi, trasandato nell’abbigliamento e con le sopracciglia rasate al centro, mentre andava alla Festa de’ noantri a Trastevere. Corse subito a denunciarlo, ma non ci fu niente da fare. Come rimase inchiostro su carta e nulla più la presenza di «Camillo» su un rapporto della Digos dell’agosto 1984, che lo voleva a Roma l’anno prima.

UNA ABITAZIONE-FORTEZZA DOTATA DI TELECAMERE E PERSONALE DI SICUREZZA

Sempre in quell’intervista a «L’Espresso» Casimirri dice che era arrivato in Nicaragua facendo tutto da solo. Da Parigi, dove era temporaneamente rifugiato, si spostò a Mosca, dove rimase chiuso in aeroporto ad attendere la coincidenza per Managua. Nell’ottobre 1995, alla Commissione diritti umani del Parlamento del Nicaragua, ha detto di esservi sbarcato il 18 aprile 1983 con la sua identità. Come abbiamo visto, non era vero. E agli atti risulta anche che non ha mai ritirato il suo passaporto nonostante fosse pronto dal 1974. Inoltre Guido Di Giambattista era un amico di Paolo Algranati, fratello di Rita, che aveva denunciato lo smarrimento del suo passaporto il 3 settembre 1983.

Dedicatosi nel tempo alla ristorazione (l’attuale locale si chiama «La cueva del buzo», il precedente «Magica Roma) e alla pesca con foto pubblicate su Facebook, oggi Casimirri risiede in un’abitazione-fortezza dotata di telecamere di sorveglianza e personale di sicurezza. Fin dal suo arrivo «stabilì solidi legami con i sandinisti, allora al potere» e col loro leader Daniel Ortega, oggi di nuovo alla guida del Paese. L’acquisizione della cittadinanza per aver sposato una donna del posto l’ha messo al riparo da guai con la giustizia del nostro Paese. Anche se il nostro Paese, secondo le cronache, si è attivato per una sua estradizione soltanto nel 1999. Perché tanta attesa?

Nel 2004 è stato fatto un altro tentativo, ma ancora senza successo. Come la richiesta del 2005 di scontare la pena nelle carceri nicaraguensi. Il 15 marzo 2019 anche il Parlamento europeo ha votato un emendamento a favore della sua consegna alle autorità italiane. Al momento però calma piatta. E così sulla superficie del mare, insieme agli interrogativi della storia – «quando» e «come» Casimirri è arrivato a Managua? Che ruolo ha avuto la sua famiglia (in una lettera a un collega, dicembre 1982, il padre attribuì i crimini del figlio «a un mal orientato amore per la giustizia»)? E che successe quella mattina a via Fani? – ne galleggia uno sempre più insistente: compagno «Camillo», quanto tempo ancora dobbiamo aspettare?