
Moro e Pecorelli: tra memoria e inchieste. Intervista a Luciano Infelisi
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Infelisi, già sostituto procuratore generale a Roma, ripercorre in questa intervista alcuni passaggi delle inchieste sui casi Moro e Pecorelli. Un racconto che restituisce il clima di una stagione segnata da interessi molteplici e spesso conflittuali
Luciano Infelisi riceve in un elegante palazzo a due passi dalla Corte di Cassazione. Entrando nel suo studio e sedendosi alla scrivania, incorniciata in una libreria piena di volumi giuridici, si percepisce in maniera chiara e netta il peso delle inchieste che l’ex sostituto procuratore romano ha attraversato nel corso della sua lunga carriera. Sul tavolo si notano, insieme alle foto dei momenti cruciali della vita professionale di Infelisi, un paio di pipe. Vizi e virtù di una persona che ha affrontato misteri ancora oggi irrisolti o affrontati solo in maniera incompleta.
Ascoltare le sue parole significa immergersi totalmente in un mondo che sembra lontano secoli. Sul caso Moro, Infelisi rivendica il lavoro svolto e cerca di specificare cosa riuscì a fare prima che l’inchiesta venisse avocata dal Procuratore generale. Su un altro tema scottante, il legame Infelisi-Pecorelli, «il professore», così come viene chiamato dai collaboratori del suo studio legale, sembra, invece, più cauto testimoniando comunque la veridicità di molte delle notizie diffuse sull’Osservatore Politico.
In ogni caso l’intervista è da leggere con attenzione per comprendere un lato di alcuni tra i casi più spinosi della cosiddetta «Prima repubblica».
Partiamo da Mino Pecorelli. Lei ha avuto rapporti con lui?
Precisiamo: io non avevo rapporti con il Pecorelli, perché così sembra che ci fosse un informatore che veniva da me. Pecorelli «bazzicava» il palazzo di giustizia quotidianamente. Come lui, lo facevano altri dieci giornalisti, alcuni dei quali sono diventati nomi grossi. Lui aveva OP, che non era un giornale ma un foglietto di poche pagine, nel quale indicava fatti che erano, come diceva lui, «pruriginosi» cioè che interessavano la gente e per i quali voleva mostrare l’altra faccia della medaglia, usando le sue espressioni. Effettivamente di Pecorelli devo ricordare che non mi è parso mai, almeno per quei processi per i quali ha dato il suo «contributo», una persona che dicesse il falso. Era una persona che andava a scavare con molta abilità i retroscena di determinate situazioni, soprattutto in campo finanziario: scandali bancari e altro. Però ne diceva tante. Pensavo che prima o poi qualcuno avrebbe reagito in maniera violenta. L’omicidio di Pecorelli lo classifico tra quelli di cui è impossibile individuare il movente. Sa perché?
Mi dica pure.
Perché se apriva due pagine di OP, poteva trovare 10/12 moventi, anche per cose modeste tipo storie di pettegolezzo. Tutto poteva portare a un’azione violenta nei suoi confronti. L’omicidio di Pecorelli è stato brutale. Se ci fosse stata dietro un’organizzazione criminale di alto grado, non sarebbe avvenuto così, quasi coram populo. Sarebbe avvenuta in un momento più riservato e con maggiore discrezione. Le cause erano tante e tanti potevano essere i motivi. Io ricordo come se fosse adesso che lo incontrai mentre stavo andando in udienza e lui mi disse: «Procuratore, posso passare un momento da lei? Dovrei dirle alcune cose». Facevano così tutti i giornalisti, parlavano in via generica. Io risposi: «No guardi, oggi finisco tardi». E, quindi, non l’ho più visto perché il giorno dopo (in realtà il giorno stesso ndr) Pecorelli venne assassinato. È l’ultimo ricordo che ho di lui.
«OP? SULLE INCHIESTE GIUDIZIARIE NON CI HO MAI TROVATO COSE FALSE»

Questo fatto che fosse bene informato come lo spiega?
Pecorelli veniva dalla politica. Era stato nell’ambiente della Democrazia Cristiana.
Sì, era addetto stampa di Sullo.
Pensi un po’… Significava che stava dalla mattina alla sera in rapporto con colleghi che denunciavano svariati fatti e situazioni. Era capace anche in questo campo. Potrebbe essere di tutto e di più. Chi ha voluto farlo tacere, gli ha sparato tre colpi.
Di Pecorelli si citavano spesso i suoi contatti nella magistratura. Era una dinamica normale?
Se aveva segreti, segreti erano e sono rimasti. Premesso questo, credo che lui facesse parte dello stesso ambiente degli altri giornalisti che venivano a domandare su un fatto di cronaca o altro. Il magistrato raramente concedeva dichiarazioni, ma la stampa richiedeva informazioni. Pecorelli frequentava il palazzo di giustizia come altri. Io posso dire che non ho mai trovato in OP, per quanto riguarda le inchieste giudiziarie e non quelle politico amministrative di cui nulla sapevo, una falsità. Pecorelli era un soggetto che ampliava ciò che aveva, ma questa era una tecnica giornalistica del cosiddetto giornalismo d’inchiesta che adesso ha raggiunto livelli folli dove si pubblicano notizie anche non veritiere. Basta vedere il caso Garlasco, relativamente al quale veramente ci sarebbe da dire molto. C’è stato qualcosa contro la legge, contro i regolamenti e contro la verità.
Lei ha notato un deterioramento del rapporto magistratura-giornalismo?
Oggi è eccessivo. Il giornalista prende intorno a sé sette/otto persone che fanno i giudici, li mette in un salotto e lì decidono e creano l’opinione pubblica. Pecorelli diceva questo: l’opinione pubblica, se insiste su un tema, incide. Quanto pesano oggi i mass media? Ci sono i processi mediatici dove decidono persone che hanno interessi personalissimi perché magari sono l’avvocato, il giurista o il politico. Tutto ciò non ha a che fare con la giustizia. Ci si deve muovere a passi sicuri su fatti certi. In questo senso, Pecorelli non mi pareva che, per le indicazioni che ha sempre dato, scrivesse cose false. Diceva la verità.
Pecorelli ha fatto diverse inchieste importanti. Non so se lei leggesse OP o meno, ma si è fatto un’idea di quale fosse l’argomento più scottante nei mesi che precedettero il suo omicidio?
Pecorelli trattava sempre argomenti di scandali politici ed economici. Quelli erano avanti a tutti.
Lei che idea si è fatto dei processi successivi?
È facile interpretare certi movimenti e certe azioni politiche come collegate con la criminalità o altro. Troppo facile. Pecorelli faceva valutazioni politiche. Si vede anche che ce l’aveva con Andreotti. Lo accusò.
Su Andreotti scriveva moltissimo.
Sì sì, aveva scritto.
(Infelisi cambia argomento)
Poi ci sono queste cose segrete come la massoneria che esisteva ed è esistita. Anche in quel caso, dei giornalisti si sono iscritti. Io nella loggia P2 ho incontrato diversi giornalisti, alcuni forse ci entravano per conoscere notizie. Mi ricordo anche, ad esempio, che Pecorelli scrisse molto su Calvi e ante litteram. Comunque, ripeto che Pecorelli si comportava con molta correttezza, lo dico come ricordo.
«ALL’INIZIO NON AVEVO NEMMENO L’AUTO CON LA RADIO. POI INTERVENNE COSSIGA»
Passiamo al caso Moro, lei è stato il primo a occuparsene.
Io ero impegnato moltissimo nei processi contro la criminalità organizzata e i terroristi rossi e neri. Ho chiuso la prima istruttoria su via Fani con 12 ordini di cattura, tutti quanti confermati totalmente dai processi, e individuando la cellula che compì l’assalto.
Infelisi e la sua collaboratrice Valeria Bernabei hanno raccolto del materiale relativo all’epoca su questi mandati di cattura mai spiccati per ragioni che verranno approfondite in seguito. C’è anche una foto di Infelisi sul luogo della strage di via Fani. Dopo averle visionate, l’ex sostituto procuratore di Roma afferma:
L’Italia era all’interno di una bolla pronta a esplodere. Le Brigate Rosse erano strutturate e avevano un consenso generale in alcune frange politiche che le aiutavano. Lei pensi che, durante l’inchiesta, abbiamo sentito un giornalista di un famoso periodico dire a un brigatista questa frase: «No guardi, non ci dica niente di questa cosa perché questo telefono potrebbe essere intercettato dai Carabinieri. Chiami subito questo altro numero». Ciò vuol dire che si sta aiutando lo Stato e la giustizia o il brigatista? Ogni volta che si doveva arrestare uno di loro, veniva contro una certa stampa, molto limitata. Non parlo solo di destra e sinistra. Infatti se c’è stato durante l’inchiesta Moro un partito che veniva tutti i giorni, tramite avvocati, a dirmi di non mollare, era proprio il Partito Comunista.
Ma come mai c’erano resistenze da parte di frange politiche e dell’opinione pubblica?
Forse erano fatte per interesse personale. Non lo so, magari per fare il colpo da mettere sul giornale. I loro intenti non li conosco. Io ho l’elenco di questi osannati e famosi personaggi che hanno firmato manifesti per protestare contro l’arresto di Tizio o Caio. Persone condannate e su cui c’erano molte prove.
Non dev’essere stato facile il lavoro così.
Bisognava farlo serenamente, a prescindere dai colori politici come i giudici dovrebbero sempre fare. Ecco perché il pubblico ministero deve avere la mentalità del giudice. Questa nuova idea brillante di separare i pubblici ministeri dai giudici è completamente sbagliata. Vedremo quello che succede.*
Sul caso Moro, Pecorelli scrisse molto. Lei ebbe modo di leggere OP in quei mesi? Pensò mai ai collegamenti tra i due casi?
Qualcosa lessi, ma devo dire francamente che mi trovai in una situazione di apnea come se fossi in una bolla. Non avevo più rapporti con il mondo che mi circondava. Eravamo talmente immersi nello studio, giorno e notte… Ci assorbiva completamente anche perché lo Stato era impreparato. L’ho sempre detto. All’inizio non avevo nemmeno l’auto con la radio, poi il ministro dell’Interno Francesco Cossiga intervenne e mi diede due automobili che avevano anche il telefono. All’inizio, molte volte andavo a lavorare al Ministero dell’Interno perché almeno lì c’era una stanza sicura. Ogni cosa era estremamente difficile. Poi, dopo la strage di via Fani, lo Stato ha reagito ma tutto è stato creato in quel momento. C’era stata la crescita di un cancro sempre più ampio che poi si appoggiava su dei settori estremi della politica, fuori dai partiti, che pensavano di ribaltare la democrazia in Italia. Indubbiamente qualcuno, al di là della cortina di ferro, aveva tutti gli interessi come dimostrato nel tentato omicidio di Giovanni Paolo II. Ma non è tra i temi.

«IL PERCORSO DELLE AUTO DI MORO? CAMBIAVA OGNI VOLTA»
Prego, approfondisca pure.
Quando ho interrogato, poche ore dopo il fatto, Alì Agca, lui disse una panzana cioè che aveva visto un simbolo della religione cristiana da eliminare. Voleva far credere che fosse un gesto estemporaneo, ma non era vero perché, fatta una perquisizione approfondita sul soggetto, si scoprì che aveva delle indicazioni precise in turco sugli spostamenti del Papa. Erano informazioni che potevano dare solo coloro che si trovavano in Vaticano. Significava che aveva un’organizzazione alle spalle e, di certo, gli interessi arrivavano dall’altra parte della cortina di ferro che Wojtyla è stato tra i primi a far crollare.
Questo fatto del percorso del Papa si ricollega alla questione del percorso di Moro.
Sì, quello cambiava ogni volta.
Questa è una domanda.
Doveva cambiare ogni volta e lo so bene dato che anch’io avevo la scorta. Io sono stato in nove covi brigatisti, dove c’era la prescrizione di eliminarmi tra un’udienza e l’altra o nel tragitto tra studio e tribunale. Nel caso Moro c’è stata una cosa folle: la superficialità. Quei poverini che sono stati massacrati dovevano portare il giubbotto antiproiettile. Non ce li avevano e non ho trovato nemmeno il mitra. E invece dovevano stare con il dito sul grilletto, si viveva così. Poi voglio vedere cosa sarebbe accaduto. Che poi quello è stato l’unico vero attacco che hanno fatto i brigatisti. Lì sono stati tecnicamente bravissimi, mentre normalmente erano degli sciacalli vigliacchi che arrivavano a colpire il collega che stava aspettando l’autobus o tornava a casa.
Era una tecnica quasi militare.
Lì ci fu proprio un’azione militare con punti di fuoco diversi alla quale lo Stato avrebbe dovuto essere attento per rispondere.
Può analizzarci il tema dell’impreparazione dello Stato?
Più che impreparazione c’erano persone in gambissima, ma non si è voluto sentire il rischio e capire quale fosse il pericolo vero. Il tumore cresceva ogni giorno di più arrivando fino ad azioni quasi da film. Si arrivò al massimo e lo Stato non aveva apprezzato il pericolo. Bisognava, per tutelare i cittadini, stare attenti.
Nella sua deposizione alla Commissione d’inchiesta Moro II, nel 2014, accennava a un basso livello di collaborazione tra le forze dell’ordine, come mai? C’era rivalità?
C’è sempre stata. Ognuno era geloso delle proprie informazioni, questo è fuori discussione. Poi fu riorganizzato il tutto. Subito dopo via Fani c’era la Polizia che agiva in un modo, i Carabinieri in un altro e tutti cercavano di arrivare alla soluzione del caso. Avrebbe dovuto esserci un magistrato che coordinava. Era un lavoro immane. Io sequestravo tutto e davo il materiale sia agli uni sia agli altri. Erano momenti davvero drammatici che, per ora, sono alle spalle anche se ogni tanto si sente qualche rigurgito.
Questo, però, sembra un altro Paese rispetto a quello degli anni Settanta.
Le dico una cosa: mia moglie vinse un concorso e fu nominata magistrato a Torino. In quegli anni, tra 1971/1972/1973, avevamo un continuo patema d’animo perché si andava in giro con la pistola normalmente. I colleghi si riunivano tra di loro per andare all’udienza e poi tornavano indietro. Ogni giorno c’era un attentato. È il paradiso, adesso, dal punto di vista del terrorismo. Però c’è una violenza becera.
«AVREMMO POTUTO SCOPRIRE VIA GRADOLI MOLTO PRIMA»

Sempre sul filone della sua audizione alla Commissione, lei diceva che i suoi ordini di cattura furono ritardati per decisione politica. Perché si decise di applicare questa linea?
Non la decisi io. Ci fu un intendimento politico di non esacerbare lo scontro. Credevano che così facendo, mentre Moro era sequestrato, si sarebbero smosse le acque. Si sperava nella trattativa.
Ma gli animi erano già esacerbati. È illogico.
È illogico perché i cinque morti che stavano per terra, loro, non gridavano alla giustizia. Provai io a reagire. Mandai le motovedette in mare e feci fare perquisizioni a tappeto in tutti i palazzi. Poi queste potevano essere fatte bene o male. Via Gradoli l’avremmo potuta scoprire molto prima. Quelli avevano bussato e sono andati via. Via Gradoli rientrava nel mio piano di perquisizioni. Lì si sono trovati documenti importantissimi.
Vi furono ostacoli alla vostra inchiesta nel primo periodo? Come furono i rapporti con i servizi segreti?
Io con i servizi avevo un buon rapporto. Il rapporto difficile l’ho avuto con le autorità superiori. Il Procuratore generale sentiva sempre politici e ministri che si rivolgevano a lui. Nonostante tutto, alla fin fine, diamo la sufficienza all’autonomia e all’indipendenza della magistratura.
Riguardo il ritrovamento del memoriale Moro e dei documenti che idea si era fatto? Circolavano voci di documenti occultati?
Moro, in quella drammatica situazione, non poteva fare altro che assennate, essendo una persona intelligente e profonda, considerazioni politico-filosofiche. Non poteva dare contezza di fatti o attività da svolgere. Poteva dire solo quali fossero gli errori commessi e quale potesse essere la rotta generale della politica per far sì che si riuscisse a tornare a un mondo pacifico. Dal punto di vista investigativo, non c’era nulla di preciso in ciò che aveva scritto. Erano considerazioni di un condannato a morte. Il memoriale riveste una certa importanza dal punto di vista politico, ma non giudiziario. Potevano esserci accuse politiche, ma sono cose che esulano dall’inchiesta tecnica per i giudici.
Un’ultima domanda, sempre nella deposizione, lei afferma che due collaboratori di Moro, Sereno Freato e Nicola Rana, furono molto reticente nei rapporti con lei. Era questione di sfiducia nelle istituzioni o del fatto che stavano facendo una trattativa parallela?
Freato e Rana provocarono molte mie reazioni. Stavo quasi per spiccare un’ordinanza cautelare nei loro confronti. Agivano indubbiamente guidati dalla loro unica ragion d’essere che era salvare la vita di Moro. Secondo la loro errata concezione, essa sarebbe stata salvata offrendo il pane della pace e non accentuando la reazione forte dello Stato. Però io ricordavo sempre i cadaveri lasciati in mezzo alla strada.
UN TESTIMONE PREZIOSO DI UNA FASE COMPLESSA DELLA STORIA ITALIANA
La posizione di Infelisi sul caso Moro è chiara. Lo Stato era totalmente impreparato e gli stessi membri della scorta non avevano colto il pericolo. Questa seconda considerazione è più complessa da sostenere visto che sono numerose le testimonianze, soprattutto riferite al maresciallo Oreste Leonardi, di richieste volte a rafforzare la sicurezza attorno al presidente della Democrazia Cristiana. Su Pecorelli, Infelisi offre una preziosa testimonianza della bontà del suo lavoro anche se sui rapporti reciproci ci sarebbe da approfondire ulteriormente visto che i due ebbero numerosi contatti nell’anno precedente l’omicidio del giornalista molisano. In ogni caso alcuni spunti sono da evidenziare: gli ostacoli della confusione organizzativa successiva a via Fani; la linea politica attendista nei confronti dei brigatisti e le connessioni internazionali. Quest’ultimo tema è accennato da Infelisi in merito agli interessi di coloro che potevano trarre vantaggio dalla fine politica e umana di Aldo Moro.
Le interviste a Infelisi, soprattutto negli ultimi anni, non sono numerose. Le sue parole, di particolare interesse sul piano storico, vanno collocate nel contesto di una fase complessa della storia italiana, segnata da interessi molteplici, spesso sovrapposti e conflittuali. Quei meccanismi, Infelisi, li ha osservati da vicino e in questa intervista a Spazio70 ne ha voluto richiamare alcuni, offrendo elementi utili alla comprensione di una stagione ancora non del tutto chiarita.
Spazio70 https://spazio70.com/anni-70/intervista-infelisi-moro-pecorelli/Articoli Correlati













