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Il più famoso bandito degli anni Sessanta. Luciano Lutring torna in libertà (1977)

Redazione Spazio70

Da un servizio di Gualtiero Tramballi per «Epoca»

Ormai ha lasciato il carcere da circa un mese, ma non si è ancora abituato alla libertà. Il traffico di Milano, i marciapiedi affollati, i rumori della città, lo stordiscono, gli provocano lievi capogiri e dopo qualche ora d’aria è costretto a rifugiarsi nel piccolo appartamento di Elsa Candida Pasini, l’ex moglie che lavora nei locali notturni col nome di «Yvonne» o nella galleria d’arte del suo amico Sergio Ceré, in corso Garibaldi. Tutto si svolge ancora come in un sogno: i carabinieri che gli fanno un cenno di saluto passando sulla loro «Gazzella», la gente che lo ferma per strada e gli fa gli auguri.

«Non mi sembra vero», mormora Luciano Lutring, «una volta la vista di un’auto della polizia mi faceva raggomitolare in un angolo come un disperato e i passanti neppure li notavo perché camminavo costantemente a testa bassa, per non farmi riconoscere». Ci vorrà del tempo prima che l’ex bandito riacquisti sicurezza e disinvoltura. Deve ancora imparare molte cose, come, per esempio, distinguere le banconote. Recentemente a Roma doveva pagare un conto di taxi di 9300 lire. Diede una banconota da 100 mila lire, convinto che fosse una da 10 mila, e disse all’autista di tenersi il resto. Poi andò avanti un’ora a chiedersi il motivo di tanti ringraziamenti e inchini.

DODICI ANNI DI RECLUSIONE. NON BASTANO PER UNO CHE NON HA UCCISO NESSUNO?

Luciano Lutring ha trascorso in carcere undici anni e sette mesi (otto anni in una cella parigina). Se il presidente della Repubblica Giovanni Leone non gli avesse concesso la grazia, sarebbe tornato in libertà nel 1985. «Fortunatamente», dice, «si è compreso che sarebbe stata una grossa ingiustizia. Quasi dodici anni di reclusione non bastano per uno che non si è mai macchiato di un gesto di violenza, per uno che non ha ucciso nessuno? Ho compiuto rapine e furti sia in Italia sia in Francia, errori che ho pagato duramente, ma ora sono profondamente cambiato ed evidentemente il Capo dello Stato ha capito che qualche anno in più di carcere sarebbe servito soltanto a distruggermi, a incrinare irrimediabilmente la serenità e gli entusiasmi che ho ritrovato dentro».

Lutring è stato forse il più famoso bandito italiano degli anni Sessanta. Lo chiamarono la «primula nera», il «pericolo pubblico numero uno», soprattutto il «solista del mitra». Un’etichetta, quest’ultima, che ancora non gli va giù. «In quel periodo», ricorda, «facevo soldi col contrabbando ed ero convinto, come del resto tutti gli altri balordi del mio giro, che per dimostrare di essere qualcuno non bastassero un’auto vistosa e una bella pupa al fianco. Ci volevano anche le armi: vere, soprattutto d’effetto. Così acquistai un mitra. Chi me lo procurò, disse che si trattava di un’arma terribile. Ci cascai: in realtà era un ferrovecchio che non riusciva a sparare un colpo. Finii per rinchiuderlo nella custodia di un violino che nascosi nell’armadio di un’amica».

«GUARDAVO LE STELLE E PIANGEVO. ERA TRISTE MORIRE SOLO COME UN CANE, LONTANO DA CASA»

Ma la polizia poi lo trovò e quando rivelò il particolare del nascondiglio, Lutring si ritrovò con una fama degna di Al Capone. «C’erano già in giro banditi come Cavallero, come i tre “bravi ragazzi di Angera”», ricorda, «ma ogni rapina, ogni episodio di violenza veniva regolarmente attribuito a me. Cose da pazzi. Cominciai a pensare: qui come mi vedono mi fanno fuori senza darmi il tempo di parlare. Ero terrorizzato e decisi di fuggire in Francia».

Lutring raggiunse Parigi, trovò un rifugio a Montparnasse, entrò nel giro della malavita locale, ma la sera del primo settembre 1965 venne intercettato dalla polizia: ci fu una sparatoria, un agente rimase ferito, il fuggiasco ebbe cinque pallottole sulle schiena. «Riuscii ugualmente ad allontanarmi in auto», rammenta. «Avrei potuto raggiungere il rifugio dove Yvonne mi aspettava, ma poi pensai che se fossi morto in quella casa anche la mia donna sarebbe finita nei guai. Decisi allora di allontanarmi, ma perdevo molto sangue, soffrivo, non riuscivo più a stare seduto sulla macchina. Tentai di proseguire a piedi, ma crollai esausto sul marciapiede. Ricordo perfettamente quegli istanti: guardavo le stelle e piangevo. Perché dopo tanto fuggire era ben triste morire così, solo come un cane, lontano da casa».

IL CARCERE E LA VOCAZIONE DEL PITTORE

Lutring venne invece soccorso in tempo, rimase tre mesi in ospedale tra la vita e la morte, poi finì in carcere, in una cella di isolamento che trasudava umidità, dove qualche ospite aveva scritto su una parete servendosi di un chiodo: «Tu che entri in questo inferno abbandona ogni speranza». «Quando mi chiusero la porta alle spalle», dice Lutring, «per me fu il crollo, mi sentii più morto di tre mesi prima, su quel marciapiede». A restituirgli la forza di reagire fu un ragno, proprio così. «Era l’unico segno di vita che mi circondava», mormora assorto, «e dopo tre giorni lo consideravo già un amico, il mio compagno di sventura. Parlavo con lui, ma non perché ero diventato matto. Semmai lo facevo proprio per non impazzire: per ascoltare una voce, per sfogarmi. Il ragno continuava imperterrito a tessere la sua tela e osservandolo compresi che se volevo salvarmi dovevo anche io far qualcosa, lavorare…»

Cominciò a scrivere: una autobiografia dalla quale il regista Lizzani trasse poi il film «Svegliati e uccidi». Quindi si scoprì la vocazione del pittore: prima qualche disegno, poi le prime tele lavorate a spatola, che è rimasto il suo sistema preferito. I dipinti cominciarono a uscire dal penitenziario, a prendere la strada delle gallerie d’arte: volti sofferenti, lividi nudi femminili, un realismo esasperato dall’angoscia. I critici cominciarono a scrivere che il disegno era buono, che i lavori possedevano una sicura forza espressiva e un coordinamento di colori notevoli. Arrivarono così i primi riconoscimenti, le prime medaglie d’oro. Oggi i premi assegnati a Lutring sono ormai 62 e le quotazioni delle sue opere hanno raggiunto livelli dignitosi, dalle 300 mila lire ai 3 milioni.

«ELSA CANDIDA PASINI? È LA DONNA DELLA MIA VITA»

In Francia Lutring era stato condannato a vent’anni di reclusione, ma dopo otto anni l’allora presidente Pompidou gli concesse la grazie. Il cosiddetto «solista del mitra» venne quindi estradato in Italia e rinchiuso nel carcere di Brescia dove ha trascorso tre anni e otto mesi, sempre battendosi disperatamente per dimostrare che lui non aveva più nulla a che fare col personaggio di un tempo. Per sottolineare questa netta interruzione di rapporti arrivò anche a decisioni patetiche: smise di fumare, per esempio, e si fece tingere di nero i capelli che aveva castano chiari, quasi biondi. Nella battaglia per la libertà lo sostennero validamente i suoi avvocati – Sotgiu e Cillario di Milano – ma anche tanti nuovi amici che raccolsero e inviarono al Capo dello Stato una petizione sottoscritta da cinquemila firme.

Non è vero, come è stato scritto, che Lutring si è risposato o sta per risposarsi con Elsa Candida Pasini: «E’ la donna della mia vita», dice, «le voglio molto bene, è l’unica che mi è stata sempre vicina, nonostante avessimo divorziato. Ma dodici anni di separazione sono tanti, lei ha ormai le sue abitudini e io le mie. Dobbiamo tornare a conoscerci, ecco. Abbiamo sottoscritto una specie di patto: riuniremo le nostre vite per sempre soltanto se torneremo ad essere la coppia favolosa di un tempo». Ora Lutring non vuole perdere tempo. Cerca un angolo tranquillo dove poter lavorare come piace a lui: di notte, con la musica tenuta bassa bassa e la caffettiera costantemente sul fuoco. E’ sicuro che il contatto diretto con altri pittori, con i critici, lo aiuterà a migliorare. «Quando l’angoscia che ho dentro si sarà finalmente dissolta», mormora, «probabilmente userò colori più tenui, più dolci. Ma credo che ci vorrà del tempo». In maggio terrà una mostra che esporrà le ultime opere realizzate in carcere. Intanto ha già inviato al concorso «Lombardia ’77» (un confronto importante con molti notissimi nomi della pittura) il suo lavoro più caro: uno scugnizzo negro dal volto tristissimo nel quale vede la summa dell’emarginazione.

«MILANO? È MOLTO CAMBIATA. HO RITROVATO IN GIRO QUASI LA STESSA ANGOSCIA CHE LO LASCIATO IN CARCERE»

E’ difficile strappargli un giudizio sulla malavita di oggi, sulla piaga dei rapimenti, sui permessi concessi ai detenuti. «Se sopprimessero le licenze», si limita a dire, «davvero le carceri diventerebbero delle polveriere. Sono troppo importanti per chi deve trascorrere anni in cella. Ma poi si guardino le statistiche: su oltre 28 mila detenuti rimessi in libertà per qualche giorno nel periodo che va dall’agosto 1975 al gennaio di quest’anno, solo 940 non hanno rispettato i patti. Le sembra dunque giusto che tutti debbano pagare per le sciocchezze di una simile minoranza?».

E i sequestri di persona? «Era un reato», dice, «che non rientrava nel nostro codice. Ai miei tempi il ladro non portava armi; chi era armato – come i rapinatori – non sparava e se ci scappava il morto bisognava far scomparire il corpo del reato perché un’accusa di omicidio faceva tremare anche i più duri. Oggi i ladri professionisti non esistono più e i cadaveri vengono seminati per strada come fossero noccioline. Noi, prima di un colpo, ci si carburava con qualche calice di vino bianco e l’obiettivo della rapina erano i soldi per una bella auto. Niente di più- Ora si danno la carica con la droga e i colpi devono fruttare miliardi perché il bandito non è più un indipendente, lavora per una organizzazione che ha le strutture di un’industria. Un’evoluzione spaventosa, agghiacciante».

Anche la gente è cambiata molto secondo Lutring. «Ricordo le belle serate nelle osterie sui Navigli», dice, «dove si beveva, si rideva e si cantava fino all’alba. Oggi vai in un locale e il padrone ti sbarra la porta alle spalle perché ha paura delle rapine. E i clienti non ridono mai, non canta più nessuno. Nella mia Milano ho ritrovato in giro quasi la stessa angoscia che ho lasciato in carcere e che credevo esistesse solo tra quelle mura. E’ triste, molto triste».