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«Così hanno ucciso Annarumma». La versione di Gente sugli scontri del 19 novembre ’69 a Milano

Redazione Spazio70

Da un servizio del popolare settimanale su uno degli episodi chiave del cosiddetto «autunno caldo»

Sarà possibile scoprire e punire l’assassino di Antonio Annarumma? Le indagini del magistrato, dottor Vaccari, proseguono febbrilmente. Gli agenti che hanno partecipato ai caroselli della Celere la mattina del 19 novembre, in via Larga, vengono frequentemente chiamati per confronti con gli arrestati o con alcuni fermati, per esami di fotografie e film girati durante i disordini. Si spera, ma è purtroppo una speranza sempre più fievole, di poter scoprire il delinquente che ha vibrato con ferocia il mortale colpo di spranga alla tempia destra del povero autista della P.S.

Anche noi abbiamo svolto una indagine nel mondo dei professionisti della violenza. Siamo in grado di pubblicare un eccezionale documento su quanto è avvenuto in via Larga. Si tratta di un film, dal quale abbiamo tratto alcuni fotogrammi, girato da un coraggioso operatore per conto di una rete televisiva straniera: pochi metri di pellicola, che hanno però il pregio di essere stati impressionati nel centro focale dei disordini e che dimostrano molte cose.

UNA «ANTOLOGIA DELLA VIOLENZA»

Un’eccezionale immagine degli scontri di via Larga. Mentre i «gipponi» della Celere transitano davanti al palazzo del Comune di Milano, un dimostrante impugna una spranga di ferro nell’atto di scagliarla come una lancia all’interno della cabina di guida dell’automezzo. Mancherà il colpo. [Immagine proveniente dal nostro archivio privato. Si prega di citare Spazio 70 in caso di condivisione]

Anzitutto dimostrano come è morto Antonio Annarumma: durante uno dei passaggi dei «gipponi» della Celere dinanzi al palazzo degli uffici comunali, si vede distintamente un dimostrante alzare un braccio e scagliare verso uno degli automezzi una lunga spranga di ferro tolta dall’incastellatura di tubi Innocenti, eretta per il rifacimento della facciata dell’edificio.

Altri momenti drammatici sono documentati: l’accorrere dei primi soccorritori accanto al corpo ormai senza vita di Antonio Annarumma, il minaccioso assembramento della folla attorno ai mezzi della Polizia, i dimostranti armati di bastoni e di bottiglie molotov. Questa è la violenza effettiva, cieca, della piazza. Ma c’è un’altra violenza, più sottile, velenosa, che siamo andati a cercare. Quella verso la quale i movimenti estremisti dirigono gran parte delle loro energie: i giornali, i volantini, i manifesti, i «numeri unici», le direttive per l’aggressione allo Stato, per la distruzione spietata della nostra società.

Mentre il direttore di Potere operaio Francesco Tolin è in attesa di essere giudicato dal tribunale di Roma, altre pubblicazioni, altri manifestini sono all’esame della magistratura per valutare se nelle affermazioni da essi riportate si possano configurare reati. Nel frattempo abbiamo voluto raccogliere un piccolo campionario di queste «prose», una specie di «antologia della violenza» assai significativa.

SERVIRE IL POPOLO E POTERE OPERAIO

Antonio Annarumma, colpito al capo, è appena finito con il suo automezzo contro una jeep. Attorno a lui, i primi soccorritori. [Immagine proveniente dal nostro archivio privato. Si prega di citare Spazio 70 in caso di condivisione]

Iniziamo con Servire il popolo, che si definisce organo del comitato centrale dell’unione dei comunisti italiani (marxisti-leninisti). Nel numero 21 del primo novembre troviamo questo titolo di spalla a cinque colonne in prima pagina: «Bergamo: gli operai colpiscono con durezza». Stralciamo dall’articolo che fa seguito al titolo: «… La ribellione degli operai si è diretta contro le sedi del padronato locale, contro i giornali reazionari, le banche, gli istituti statali del corrotto governo italiano. Invano i sindacalisti traditori hanno cercato di buttare acqua sul fuoco: sono stati spazzati via tra i primi dalla collera degli operai stanchi di essere sfruttati e ingannati». E nel pezzo «di fondo» dello stesso giornale troviamo: «… La polizia ha perso il controllo e compie ridicoli tentativi per fermare l’avanzata tumultuosa delle masse». Ancora su Servire il popolo una succosa e significativa «cronaca» della «battaglia» di Valico San Paolo a Roma: «… Quando si è deciso di rioccupare le case sono cominciati gli scontri. Le famiglie hanno fatto irruzione nelle case travolgendo i guardiani, mentre le Guardie rosse affrontavano coraggiosamente la polizia. I celerini hanno cercato di fare i caroselli, ma terrorizzati come erano perdevano il controllo delle camionette, alcune delle quali andavano a cozzare contro i pali della luce, contro i semafori o in scontri frontali tra di loro. Le Guardie rosse si sono battute duramente con estrema decisione e grande coraggio. Almeno una ventina di poliziotti si sono trovati feriti, tutti erano impauriti, sgomenti e stupefatti per la forza del popolo, alcuni si sono messi persino a piangere…».

Veniamo a Potere operaio che, pure nel numero successivo a quelli già incriminati dalla magistratura fornisce un esempio lampante di sovversivismo, di incitamento alla violenza. Nel numero 9, datato 20-27 novembre, in una specie di «manifesto» in apertura di giornale, si legge tra l’altro: «… Il fronte della lotta attorno agli obiettivi materiali dell’orario e del salario deve riportare sulle piazze, accanto agli operai, il movimento studentesco, deve paralizzare la scuola, le città, il lavoto sociale complessivo. Oggi la violenza di classe operaia si accompagna alla costruzione lucida della sua organizzazione politica…»

UNA SOCIETÀ DI TIPO «CINESE»

Ancora un’immagine degli scontri del 19 novembre 1969, a Milano. Un dimostrante impugna una bottiglia molotov. [Immagine proveniente dal nostro archivio privato. Si prega di citare Spazio 70 in caso di condivisione]

D’altra parte certe affermazioni non possono meravigliare se solo si dà un’occhiata ai vari punti del programma dell’unione dei comunisti italiani (marxisti-leninisti) recentemente stampato e diffuso a 20 lire la copia.

Intanto ecco l’esordio: «Il popolo italiano è stanco di soffrire. Un piccolo pugno di esseri luridi, gran signori e politicanti corrotti, poiché ha il potere statale ed economico, costringe il popolo italiano a vivere nello sfruttamento e nell’oppressione. Il popolo italiano è un popolo eroico e si ribella continuamente ed ora si sta preparando ad abbattere il potere dei gran signori e della corruzione e a conquistare la sua libertà». Più avanti: «… Questo governo rivoluzionario non può essere costruito con le battagliette in Parlamento, ma solo con la via rivoluzionaria in cui tutte le masse popolari attaccheranno frontalmente i nemici del popolo e li distruggeranno senza pietà».

I vari punti del programma che viene poi esposto nell’opuscolo in questione danno un quadro immaginabile di una società di tipo «cinese», non tralasciando mai di sottolineare, accanto alle ipotesi costruttive, la codificazione delle vendette, delle punizioni per chi è nemico del popolo.

Per rendere più chiaro questo concetto citiamo soltanto il significativo «articolo 21» che dice: «I tribunali del popolo, eletti dalle assemblee popolari, sono gli unici organi competenti per giudicare i crimini contro la società. Per gravi crimini come furti nell’amministrazione pubblica e che determinano sofferenze nel lavoro e nella vita del popolo, è ripristinata la pena di morte».

COSÌ È MORTO L’AGENTE ANTONIO ANNARUMMA

D’altra parte lo stesso programma diceva in un’altra parte che «… nessuno verrà ucciso, anche se di origine borghese, capitalista o revisionista, purché non saboti attivamente la costruzione della giusta società del popolo…».

La sua brava spinta nella stessa direzione dei vari «maoisti» la dà anche il Movimento studentesco. Ecco qualche cosa da un volantino a ciclostile che porta la data dello scorso 29 ottobre: «… Davanti al contrattacco borghese noi non dobbiamo ripiegare su posizioni difensive: la vigilanza e la risposta contro la repressione devono tradursi in una linea di attacco rivoluzionario complessivo…». Il titolo generale di detto manifestino è pure significativo: «Lo stato borghese si abbatte, non si cambia», con tutte le implicazioni che tale affermazione comporta.

Prendendosela con Pajetta, La voce rivoluzionaria, in un «numero unico» assai nutrito dello scorso ottobre, rammenta che «in un Paese come il nostro si tratta precisamente di contrapporre la piazza al Parlamento», mentre il parlamentare comunista aveva affermato sull’Unità il contrario in un fondo del 28 settembre.

Siamo sullo stesso piano con le affermazioni de Il programma comunista, organo del partito comunista internazionale. Il numero 20 del 15 novembre apre con questo titolo: «Dalla visione scientifica del marxismo sono inscindibili i seguenti cardini: conquista violenta del potere, distruzione dello stato borghese, dittatura proletaria». E nel pezzo che fa seguito a questo titolo ci si spiega meglio: «…E’ la visione scientifica della realtà sociale che porta il partito comunista (internazionale) a sostenere la necessità dello scontro violento fra le classi della dittatura e del proletariato». La conclusione del pezzo non poteva essere che questa: «… la classe degli operai produttivi può liberarsi dello sfruttamento e della fame solo distruggendo dalle fondamenta l’attuale assetto sociale e sottoponendo alla sua ferrea dittatura tutte le classi della società finché non saranno scomparse. Il proletariato perciò è rivoluzionario: esso ha bisogno nella sua lotta di un’organizzazione e di una teoria rivoluzionaria: nega la democrazia, la pace, la libertà perché nessuna democrazia, nessuna pace, nessuna libertà sono possibili nella società divisa in classi».

Per l’edizione straordinaria di Nuova unità di martedì 25 novembre l’esaltazione di un certo tipo di lotta è chiaramente specificata nell’articolo di fondo che tra l’altro dice a proposito dello sciopero generale del 19: «… Tuttavia, nonostante l’accurata preparazione, il servizio d’ordine sindacale, i comizi unitari, è avvenuto proprio ciò che i dirigenti revisionisti temevano di più: il movimento di massa è uscito in vari punti dagli argini in cui lo volevano costringere i revisionisti, trasformando le processioni organizzate dai revisionisti in aspri scontri di classe contro l’oppressione e lo sfruttamento della borghesia  ». Così è morto l’agente Antonio Annarumma.