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«Ventitré mila miliardi investiti al Sud». L’assalto alla Cassa del Mezzogiorno

Redazione Spazio70

Da una intervista di Raffaello Uboldi (1975)

Anni di investimenti sbagliati nel Mezzogiorno, 23 mila miliardi che si sono dispersi in mille rivoli, quasi a capriccio, finendo col dare risultati modesti, non proporzionati allo sforzo. Lo ha rivelato Carlo Donat-Cattin, ministro dell’Industria, al Convegno economico della Dc a Napoli. Sul tema degli sprechi di Stato e altri problemi politico-economici abbiamo rivolto all’onorevole Donat-Cattin queste domande.

Donat-Cattin

Signor Ministro, si rende conto di aver messo in stato d’accusa l’intera politica meridionalistica del governo?

La Dc ha avuto il merito di aver impostato la politica di interventi speciali del Mezzogiorno fin dal ’50. Ciò detto, non mi pare nemmeno che ci sia motivo di trionfalismo. La spesa complessiva è stata di 23 mila miliardi, quasi come nove o dieci Fiat l’una sull’altra. Ebbene, nove o dieci Fiat (si intende ovviamente qualcosa di simile) collocate nelle regioni meridionali ne avrebbero sconvolto l’aspetto. E’ invece accaduto che la spesa di quei famosi 23 mila miliardi si è dispersa in ben 30 mila progetti. Valutando la situazione da quest’ottica, bisogna riconoscere che nel Sud non sono state rispettate né le leggi dell’economia né quelle della programmazione.

Tutto sbagliato, allora?

Non dico questo. Negli anni che vanno dal ’51 al ’62 si sono creati nel Sud 400 mila nuovi posti di lavoro. Ma dal ’62 al ’73, anche se il capitale investito è stato assai maggiore, i nuovi posti di lavoro sono stati soltanto 30 mila. E questo è un insuccesso, un aver speso male i soldi di tutti.

Com’è potuto accadere?

La legge 853, quella per il Mezzogiorno, parlava solo di progetti speciali, cioè di investimenti per grandi progetti di sviluppo. Ma l’Italia è il Paese della valvola di sicurezza, delle scappatoie. Così qualcuno vi introdusse un piccolo comma che parlava di «completamenti» e questa è stata la possibilità di fuga che ha permesso un po’ a tutti, politici, amministratori locali e così via, di afferrare la Cassa del Mezzogiorno per le falde della giacca e di tirarla ciascuno dalla propria parte, dimenticando gli interessi generali. La Cassa ha finito per il produrre una pioggerella di piccoli interventi dispersivi, addirittura campi sportivi od ospedali dove non occorrevano e non nelle città dove ce n’era davvero bisogno, dighe che non hanno mai funzionato, e via di seguito. Direi che si sono sommate due disfunzioni: quella della burocrazia della Cassa del Mezzogiorno, cui sembrava che bastasse spendere denaro per dimostrarsi efficiente, e quella dei politici e degli enti locali.

I rimedi?

Credo che la Cassa del Mezzogiorno dovrebbe ordinarsi per progetti, non per spesa, con un direttore per ogni progetto. Occorrerebbe una agenzia per i poli di sviluppo industriale, e una agenzia per le infrastrutture, in modo da evitare la corsa dei grossi gruppi (quelli in grado di costruire da soli anche le infrastrutture) ad accaparrarsi i fondi della Cassa, ed aiutare le aziende medie e piccole. Non andrebbero poi confuse con l’intervento straordinario le spese per localizzare nel Sud i grandi impianti il cui sfruttamento andrà a vantaggio di tutto il Paese. Queste spese vanno finanziate dall’economia nazionale, con leggi ordinarie. Bisognerebbe ancora puntare sugli impianti trascinanti, come l’Alfa Sud, cioè su quelli che sviluppano industrie indotte e posti di lavoro, e non sulle cosiddette «cattedrali nel deserto». Per esempio è inutile puntare sulle raffinerie nel momento in cui l’Italia ha già una potenza eccessiva di raffinazione: le fanno anche gli arabi, direttamente vicino ai pozzi, cioè a costi di lavorazione del greggio più convenienti. Infine credo che si debbano orientare gli incentivi soprattutto in direzione dei posti di lavoro, altrimenti il Sud rischia di trovarsi gravemente svantaggiato nel momento della ripresa, verso il ’77-’78, quando gli investimenti per forza di cose, si localizzeranno dapprima al Nord.

Talvolta lei ha dato l’impressione di non ritenere particolarmente utile l’esistenza di uno speciale ministero per la Cassa del Mezzogiorno…

Negli otto mesi in cui fui titolare di questo dicastero, ho già detto che in uno Stato bene ordinato la Cassa del Mezzogiorno dovrebbe essere soltanto uno dei sottosegretari di un ministero dell’economia.

Come ministro dell’Industria lei si sarà occupato, in qualche modo, anche del caso Cefis. Come giudica le sue dimissioni dalla Montedison? Cosa vuole, secondo lei, Cefis?

Il problema non è quello della persona di Cefis. Tutte le sistemazioni sono buone o cattive a seconda che si riesca a fare o meno una programmazione del settore chimico. Le dimissioni? Sono un fatto strumentale per strappare il controllo del sindacato di maggioranza. Una commedia all’italiana. Del resto Cefis sa benissimo come stanno esattamente le cose e chi sono i gruppi che danno la scalata alla Montedison.

Che cosa prevede per le elezioni regionali di giugno?

Credo che la Dc, dopo il Portogallo, ricupererà voti nel Sud. Nel Nord più difficilmente si salverà dalla bufera.

Il governo sopravviverà alle elezioni regionali? Lei crede che si potrà ritornare a un centro-sinistra organico?

E’ probabile che il governo dia le dimissioni dopo giugno. Che cosa succederà dopo, è un grande mistero. Il centro-sinistra è entrato in crisi nel momento in cui il Psdi lo ha visto come un fatto di necessità, più che come una forma di progresso.

 

[Nella foto principale, la previsione del professor Pasquale Saraceno in un titolo del Corriere della Sera, 13 settembre 1972]