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Torture di Stato. Le agghiaccianti testimonianze del caso Dozier

Redazione Spazio70

La pratica della tortura non inizia né finisce con la liberazione del generale americano

James Lee Dozier

Padova, 28 gennaio 1982. Una squadra speciale composta da dieci agenti del NOCS (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) fa irruzione nel covo delle Brigate rosse in cui è tenuto prigioniero James Lee Dozier, il generale americano della Nato rapito da un commando brigatista in data 17 dicembre 1981.

L’operazione ha successo: gli agenti riescono a portare a termine un blitz che si rivela quasi perfetto dal punto di vista operativo: nessun morto, prigioniero messo in salvo e terroristi tratti in arresto, il tutto effettuato con estrema rapidità.

«Ok polizia, siete stati meravigliosi!» esclama soddisfatto Dozier. I giornali di tutto il mondo elogiano l’operato della forza pubblica italiana: per la Polizia di Stato sono ore di grande soddisfazione, tuttavia la liberazione del generale nasconde dei lati oscuri ed inquietanti. Come hanno fatto gli agenti a scoprire quel covo? Che metodi hanno impiegato i poliziotti per arrivare fino a Dozier? E ora, che trattamento verrà riservato ai brigatisti tratti in arresto?

«Ero tra i responsabili» affermerà diversi anni dopo il commissario di Polizia Salvatore Genova «e ricevemmo il via libera per botte e sevizie (…). Sì, sono anche io responsabile di quelle torture».

LIBERARE DOZIER, LIBERARLO SUBITO

Facciamo un passo indietro. Siamo verso la fine del 1981 e un generale americano della Nato viene sequestrato in Italia da terroristi italiani. La liberazione dell’ostaggio è per le forze di polizia una priorità assoluta, gli ordini vengono «dall’alto»: bisogna liberare Dozier e bisogna farlo subito, a tutti i costi. Il 23 gennaio 1982 viene arrestato un presunto fiancheggiatore delle Br, un tale di nome Nazareno Mantovani. L’uomo viene sottoposto a un lungo «trattamento» a base di alcuni litri di acqua e sale fatti ingerire mediante un tubo infilato in gola. Quanto segue è lo stralcio di una lettera scritta in carcere dal Mantovani, inviata ad alcuni giornali:

«Venni, dopo pochi minuti, prelevato e condotto su una macchina (…) finché non arrivammo lungo una strada sassosa. Qui fui fatto scendere e camminai su un prato. Salii delle scale piuttosto ripide ed entrai in una casa. Nella casa vi era un caminetto dal quale sentii poi il calore, ma che subito mi colpì per il crepitio del fuoco. Venni spogliato e legato come un “agnello sacrificale” (la battuta è di uno di coloro che mi hanno torturato) mani e piedi ma con la testa e le spalle a penzoloni dal tavolo sopra il quale ero stato posto. Poco dopo cominciai a vomitare sempre in quella posizione, così venni “lavato” con getti d’acqua gelida. Nel frattempo altre persone con accento romano mi premevano la pancia dandomi colpi al basso ventre, gonfio per l’acqua salata, e ai testicoli dai quali mi strapparono i peli. Tutto ciò fu contornato dalle urla mie e dei miei seviziatori che di volta in volta proponevano di “fucilarmi” o di farmi “il terzo grado”. Mi sembra che svenni almeno una volta, fui fatto rinvenire con acqua gelida e ricominciò il trattamento con acqua salata. A un certo punto tutti tacquero e mi sembrò che fosse entrato qualcuno. Dopo poco tempo fui sciolto e mi fu gettata addosso una coperta in quanto tremavo dal freddo».

I «QUATTRO DELL’AVE MARIA»

Salvatore Genova

Tale versione combacia con il racconto del commissario Genova pubblicato da L’Espresso:

«Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine».

«Una volta arrivati», continua Genova, «Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salata, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding».

«VI DICO DOVE STA DOZIER»

L’«interrogatorio» decisivo avviene pochi giorni dopo ed è quello del brigatista Ruggero Volinia e della sua fidanzata Elisabetta Arcangeli. A tal proposito Genova racconta quanto segue:

«Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma avrei potuto essere io al suo posto. Probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna».

È qui che spunta l’indirizzo dell’appartamento in cui è nascosto Dozier. Volinia, ormai stremato, decide di parlare. Riportiamo di seguito uno stralcio dal libro «Colpo al cuore» di Nicola Rao (Sperling & Kupfer, 2011):

«Volinia era già molto provato dalle botte e dalle urla della Arcangeli del giorno prima. Così bastarono venti minuti di trattamento per dargli il colpo di grazia e fargli mollare la presa. Cercò di alzarsi sul tavolo con il busto e la testa e urlò: “Basta!!! Vi dico dove sta Dozier!” Era l’una del mattino di giovedì 28 gennaio 1982. Gli si fecero tutti intorno. Non ci volevano credere. Non ci potevano credere. “Stai bluffando per salvarti il culo, eh coglione?”, gli urlò Improta. Ma quello ormai aveva rotto gli argini. “È la verità. Lo tengono in una casa alla periferia di Padova. È sempre stato là. Se volete vi ci porto anche ora. Lo so perché in quella casa ce l’ho portato io. Il mio nome di battaglia è Federico. Il giorno del rapimento guidavo il furgone che l’ha trasportato da Verona a Padova“».

LA DEPOSIZIONE DI EMANUELA FRASCELLA

Le torture, tuttavia, non iniziano né finiscono con la liberazione del generale americano. Altri militanti che hanno dichiarato di essere stati torturati al momento dell’arresto sono Alberto Buonoconto, Enrico Triaca, Luciano Farina, Francesco Giordano, Maurizio Iannelli, Michele Galati, Fernando Cesaroni, Gianfranco Fornoni, Armando Lanza, Ennio Di Rocco, Stefano Petrella, Anna Maria Sudati, Cesare Di Lenardo, Emanuela Frascella, Antonio Savasta, Emilia Libera, Giovanni Ciucci, Alberta Biliato, Roberto Vezzà, Paola Maturi, Giovanni Di Biase, Annarita Marino, Lino Vai, Sandro Padula, Giustino Cortiana, Daniele Pifano, Arrigo Cavallina, Luciano Nieri, Giorgio Benfenati, Aldo Gnommi, Federico Ceccantini, Adriano Roccazzella, Sisinnio Bitti, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Gioacchino Vitrani, Annamaria e Michele Fatone.

Quella che segue è la deposizione dell’ex brigatista Emanuela Frascella, ventiduenne all’epoca dei fatti. La giovane donna, nel 1983, espone la propria versione dei fatti dinnanzi a un giudice, raccontando il momento dell’arresto e gli interrogatori in caserma:

«Eravamo sul pianerottolo, ci fecero stendere per terra a faccia in giù e iniziarono a prenderci a calci: ai reni, sui fianchi, sull’osso sacro, in mezzo alle gambe. Mi legarono le mani dietro la schiena e poi mi bendarono. Ad un certo punto mi riportarono nell’appartamento, in soggiorno. Lì prima mi chiesero dov’erano le macchine, perché io avevo la macchina mia e poi c’era la macchina con cui era stato trasportato il generale. Quello lo dissi. Dissi dov’era il garage e dove potevano trovare le macchine. Poi mi chiesero altre informazioni, il nome di battaglia di Cesare e le identità degli altri. Io all’inizio non volevo parlare, ma al mio rifiuto mi alzarono la maglia e iniziarono a torcermi i capezzoli. Dissi loro che il nome di battaglia che volevano era Fabrizio. Poi dopo un po’ mi riportarono fuori e mi misero per terra. Lì ogni tanto usciva qualcuno e prendeva a calci praticamente tutti. Restammo lì sul pianerottolo almeno un paio d’ore, poi ci portarono in caserma».

«MI DISSERO CHE ANCHE GLI ALTRI AVEVANO COLLABORATO»

«Una volta arrivati lì», continua Frascella, «mi misero a sedere con le mani dietro la schiena, legate con dei lacci. Il primo agente con cui ebbi modo di parlare cercò di instaurare un dialogo. Non fece domande particolari, era generico, per creare un rapporto, voleva farmi parlare ma io non mi mostrai disposta a collaborare. Ad un certo punto sentii gli altri che urlavano, dal rumore e dai tonfi era evidente: li stavano picchiando. Un agente che faceva domande agli altri li picchiava anche, aveva un accento che a me sembrava romano. Poi c’erano anche altri agenti che picchiavano senza parlare.

A me fecero la solita minaccia, mi dissero che mi avrebbero ammazzata perché tanto nessuno sapeva che eravamo lì e cose di questo tipo. Dissero che potevano agire liberamente, che potevano fare quello che volevano. Mi dissero che Ciucci era morto e anche che mio padre si era sentito male. Poi mi spogliarono, mi tirarono giù le mutande e iniziarono a strapparmi i peli del pube e a torcermi i capezzoli, successivamente mi diedero delle botte sullo stomaco e qualche ceffone. Poi mi misero contro un tavolo e minacciarono di violentarmi con un bastone. Restai circa sette o otto ore seduta su una sedia, soltanto dopo mi portarono una brandina. Quando stavo sulla sedia non mi lasciavano addormentare.

Non appena abbassavo la testa mi urtavano e mi svegliavano. Poi a un certo punto mi diedero dell’acqua e mi offrirono un panino che però non accettai. Quando uscivano dalla stanza mia generalmente andavano in quella in cui stava Emilia Libera. Sentivo la sua voce e anche quella di Antonio e di Cesare. Quando uscivano dalle stanze degli altri, dopo averli picchiati, venivano da me cercando di instaurare un dialogo. Ricordo anche la voce di un altro agente che aveva un accento napoletano.

A un certo punto mi sbendarono e mi lasciarono parlare con gli uomini della Digos. Lì iniziai a fare i verbali ma chiesi di poter vedere gli altri perché volevo conoscere le loro condizioni, sapere come stavano. Mi lasciarono vedere Antonio, Emilia e Giovanni. Mi dissero che anche loro avevano collaborato».