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18 marzo 1977. Le dimissioni di Emma Bonino da Montecitorio

Redazione Spazio70

Una decisione presa dopo settanta giorni di sciopero della fame

«Roma, 18 marzo. La on. Emma Bonino, del partito radicale, si è dimessa da deputato con una lettera inviata al presidente della Camera, Ingrao. La decisione è stata motivata col fatto che restano ancora irrisolti i problemi delle carceri e della riforma del corpo degli agenti di custodia per i quali una quarantina di esponenti radicali, tra cui il segretario del partito, Adelaide Aglietta, e la stessa Bonino, stanno digiunando da 70 giorni. Emma Bonino ha dunque rotto gli indugi confermando la volontà di dimettersi espressa una decina di giorni fa insieme con gli altri tre colleghi radicali e che poi non era stata messa in atto accogliendo l’invito di Ingrao per una ulteriore riflessione.

La recente presa di posizione del governo sul problema delle carceri e delle guardie è stata interpretata infatti dalla esponente radicale come un rinvio “sine die”. A quanto sembra gli altri tre deputati radicali (Pannella, Adele Faccio e Mellini) prenderanno una decisione martedì allorché l’assemblea di Montecitorio discuterà le dimissioni della Bonino.

«PARLAMENTO, COSTITUZIONE E ISTITUZIONI DEBBONO ESSERE DIFESI»

Nella sua lettera ad Ingrao, fa riferimento anzitutto all’impegno dei radicali “in una vicenda quale quella carceraria dove l’intelligenza e la serietà politiche dovrebbero a tutti suggerire che si tratta davvero di problemi di vita e di morte, oltre che di primario rilievo umano, civile e democratico e costituzionale”.

Dopo aver ricordato di aver cercato per molti mesi di “attivare ogni possibile meccanismo regolamentare della Camera per sollecitare una assunzione di responsabilità sia di controllo sia legislativa dei gruppi e dei colleghi”, così prosegue:

“Convinta come sono che il partito radicale abbia colto un aspetto drammatico della nostra realtà sociale che sta per divenire tragico; convinta che le istituzioni, il Parlamento, la Costituzione, l’ordine sociale e la pace civile debbono essere difesi su queste trincee, o altrimenti saranno travolti, ho il dovere di rassegnare le dimissioni da deputata, poiché null’altro sembra esistere per difendere la vita, in questo Paese, che le nude, essenziali forze cui, con le nostre idee di radicali e non violenti, diamo letteralmente corpo”».


La Stampa, 19 marzo 1977