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Monica Ertl, la vendicatrice del «Che»

Redazione Spazio70

Una storia incredibile, ma non da tutti conosciuta. Abbiamo deciso di raccontarvela

La Paz, Bolivia, 12 maggio 1973. Il ministro dell’interno Alfredo Arce Carpio comunica alla stampa l’avvenuta uccisione di due guerriglieri ribelli vicini all’Esercito di Liberazione Nazionale. Si tratta di Osvaldo Ucasqui, rivoluzionario argentino trentacinquenne noto come «El viejo» e Monika Ertl, nota come «la pasionaria tedesca», trentasettenne ormai famosa in tutto il mondo per aver vendicato ad Amburgo la morte di Ernesto Guevara. Con i due rivoluzionari rimasti uccisi nell’imboscata vi era un terzo guerrigliero che è riuscito a scappare. Le autorità boliviane sono ora sulle sue tracce.

UNA VENDETTA DA ONORARE

Ma chi era Monika Ertl? Cosa ci faceva una tedesca in Bolivia? E soprattutto, perché ha abbracciato la causa portata avanti nel decennio precedente dall’eroe argentino della rivoluzione cubana?

Monika nasce a Monaco di Baviera, il 7 agosto 1937. Il padre Hans è un noto fotografo e cineoperatore che gode di ottimi rapporti con i gerarchi del regime nazionalsocialista. Assieme alle famiglie di alcuni ufficiali, dopo la guerra, il signor Hans emigra in Bolivia ed è lì che la piccola Monika trascorre la fanciullezza, imparando l’arte della fotografia e delle video-riprese, ma non solo. La ragazza inizierà molto presto a dilettarsi anche nell’uso delle armi da fuoco entrando in contatto con i moti rivoluzionari che caratterizzano la realtà sudamericana.

Monika simpatizza per i movimenti di estrema sinistra e dopo un matrimonio fallito contratto in giovane età, negli anni ’60 diviene l’amante di Guido Álvaro Peredo Leigue, detto «Inti», compagno di armi ed erede rivoluzionario di Che Guevara in Bolivia. Nel 1969 Inti muore assassinato come il suo maestro argentino, dopo essere stato torturato da Roberto Quintanilla Pereira. Monika giura vendetta, per Inti, per il Che e per tutti i rivoluzionari caduti per mano di Quintanilla.

L’ESECUZIONE DEL CONSOLE BOLIVIANO QUINTANILLA PEREIRA

Roberto Quintanilla Pereira

Amburgo, 1° aprile 1971. Al consolato della Bolivia c’è una donna in attesa di un visto. Alta, snella, bionda e dalla carnagione molto chiara. Indossa un paio di occhiali da sole cerchiati di oro. Mostra un’indole seriosa, austera, quasi triste. La donna è già conosciuta all’ambasciata poiché ha intrattenuto con quegli uffici diverse conversazioni telefoniche.

Dice di rappresentare un’associazione australiana ed afferma di avere urgente bisogno di parlare con il console in persona poiché vi sono sono delle delicate questioni da chiarire urgentemente. Questioni già anticipate telefonicamente nei giorni scorsi. Il permesso per entrare nell’ufficio le viene concesso. Il console Roberto Quintanilla Pereira è lì, alla sua scrivania. Giusto il tempo di entrare e la donna estrae dalla propria borsetta una Colt Cobra 38 special facendo fuoco senza pietà. Tre colpi letali formano una V sul corpo dell’uomo ferito a morte. L’esecuzione è rivendicata con un biglietto lasciato vicino al cadavere che riporta uno slogan caro alla guerriglia boliviana: «VICTORIA O MUERTE!»

Quintanilla era stato trasferito all’estero proprio per motivi di sicurezza. Il suo ruolo di rilievo nella contro-rivoluzione l’aveva esposto ad enormi rischi in patria. A sparare contro di lui è stata Monika Ertl con una pistola acquistata nel 1968 a Milano da Giangiacomo Feltrinelli, militante di estrema sinistra conosciuto dalla donna in Bolivia nel ’67. Rientrata in Sud America dalla sua missione vendicativa, con una taglia di 20.000 dollari sulla testa Monika si unisce nuovamente alla guerriglia che la condurrà alla morte nel 1973.