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Breve storia di Pierluigi Pagliai, il «Puttino»

Redazione Spazio70

La controversa azione dei servizi italiani contro i neofascisti italiani operanti in Bolivia (da «La Stampa», ottobre 1982)

«Un nuovo “affare Freda”, ma questa volta condito da molti elementi di mistero. Esattamente come tre anni fa il maggiore imputato per la strage di piazza Fontana venne catturato con un colpo di mano in Costa Rica, così l’altra notte il neofascista Pierluigi Pagliai è stato catturato dopo una sparatoria in un lussuoso residence di Santa Cruz, a settecento chilometri da La Paz, in Bolivia.

I «FIDANZATI DELLA MORTE»

Pierluigi Pagliai

Questa volta, però, all’operazione dei servizi di sicurezza italiani è venuto a mancare l’obiettivo più importante: Stefano Delle Chiaie. […] Pagliai è stato ferito, ma quando Delle Chiaie purtroppo era già lontano. È stato sembra proprio a causa di quella sparatoria notturna che la collaborazione tra la polizia boliviana e i servizi italiani si è bruscamente interrotta, specialmente quando il gruppo di neofascisti da tempo residenti in Bolivia – i cosiddetti “fidanzati della morte” – hanno cercato in venticinque o trenta di liberare il loro camerata dall’ospedale e portarselo via.

A quel punto gli interessi fino ad allora comuni fra le autorità italiane e il governo della Bolivia hanno cominciato a divergere: i nostri puntavano a ricondurre in Italia il ferito dopo aver compiuto altre ricerche di Delle Chiaie, mentre i sudamericani volevano solo togliersi di torno quelle presenze così ingombranti.

La missione dei nostri servizi in Bolivia si è conclusa dunque con un successo solo a metà. O meglio, come sostengono in molti, con un mezzo insuccesso.

Secondo una fonte attendibile, le cose si sarebbero svolte così: circa un mese fa, agenti del Sisde e della polizia di Stato, avvertiti della presenza di Delle Chiaie e Pagliai in Bolivia, sarebbero partiti per il Sud America. L’aggancio dei due da parte degli agenti è stato abbastanza facile: dopo alcuni giorni, però, si sono perse le tracce di Delle Chiaie e subito dopo anche quelle di Pagliai.

Quest’ultimo è stato rintracciato domenica scorsa a Santa Cruz, una cittadina a Sud-Est di La Paz. Nel pomeriggio è uscito di casa e non si è accorto che era seguito. Mentre stava per salire su un’auto nuova di zecca, Pagliai è stato circondato da poliziotti con i quali ha ingaggiato una violenta sparatoria.
Il neofascista è rimasto ferito alla gola. Secondo la versione ufficiale a catturarlo sono stati solo uomini della polizia boliviana, ma da quanto si dice a Roma sembra invece probabile che all’azione abbiano partecipato anche agenti dei nostri servizi.

Di certo si sa che Pagliai è stato ricoverato in gravi condizioni all’ospedale della cittadina. E lì, poche ore dopo, qualcuno ha tentato un assalto. Venticinque, trenta, neofascisti (tra cui sembra alcuni italiani) hanno tentato, armi alla mano, di liberare il loro camerata. C’è stata un’altra sparatoria, anche se non si sa bene con quali conseguenze. A questo punto è maturata da parte degli agenti italiani la decisione di trasportare fisicamente fino a Roma il ferito, nonostante le sue gravissime condizioni.

LA CARRIERA DEL «PUTTINO» NELL’ESTREMISMO DI DESTRA

L’operazione decisa dopo un accordo fra le autorità italiane e boliviane più di un mese fa si è conclusa quindi in maniera piuttosto precipitosa, nonostante da parte italiana si fosse fatto di tutto per organizzare le cose nel modo migliore.

Già da alcuni giorni sulla pista dell’aeroporto di La Paz era atterrato un “Dc 10” dell’Alitalia che i nostri servizi di sicurezza avevano per tempo chiesto e ottenuto dalla compagnia di bandiera. A bordo dell’aereo c’erano agenti del Sisde, funzionari del ministero dell’Interno, e anche uomini dei nuclei speciali, quei “Nocs” che avevano condotto alla liberazione del generale James Lee Dozier.

La presenza di questi ultimi (sull’aereo non c’era naturalmente alcun passeggero) era stata confermata da medici e infermieri che a San Juan di Portorico, durante lo scalo dell’aereo, avevano prestato le prime cure al terrorista ferito. Fino a quel momento, le scarse notizie giunte dal Sud America avevano fatto pensare invece a un dirottamento.

Pierluigi Pagliai, 28 anni, detto “Puttino” dai suoi amici sanbabilini, malgrado la giovane età, ha già alle spalle una bella carriera nelle file degli estremisti di destra. I capelli tagliati, di solito, il più corti possibile, cercava di assumere un’aria truculenta con l’abbigliamento e con i fatti.

Un giaccone verde marcio di tipo militare, i guanti di nappa nera da killer infilati alla cintura dei calzoni o indossati quando si trattava di passare all’azione, nelle tasche aveva anche un armamentario alle volte limitato a un rasoio a mano libera e a un manganello.

La sua è la storia di un lungo flirt con la dinamite, dicono a Milano alludendo al suo coinvolgimento nel gruppo neonazista prima accusato e poi assolto per la strage di piazza della Loggia a Brescia.

Ma il puttino ha origini più lontane, con il gruppo neonazista della “Fenice” che a Milano impazzava all’inizio degli anni 70. Poco più che sedicenne, Pagliai viene accolto in quella che si autodefinisce “Legione tebana”. Il ragazzo finisce in carcere la prima volta per un assalto fascista a un circolo cattolico di sinistra, nel giugno 1971.

Per lui la situazione è leggermente più complicata che per gli altri perché oltre a sassi e biglie gli trovano un’arma. È un ragazzo e se la cava con poco. Rimane a frequentare la “Fenice” che l’anno dopo tenta il colpo grosso organizzando l’attentato dinamitardo al treno Torino-Roma. L’innesco, però, scoppia tra le mani del dinamitardo e la strage non c’è. “Non c’era il suo caro amico Marco De Amici che se lo tirava sempre dietro e allora anche lui non è stato coinvolto”.

Ma quando sempre assieme a Marco De Amici se ne va in collegio sul Lago di Garda è la volta che entra in contatto con il giro dei camerati bresciani. Scoppia la bomba e le indagini si appuntano su di loro. Mentre il suo amico è accusato di strage, Pagliai è coinvolto nella vicenda con l’accusa di avere procurato un carico di dinamite che poi saltò per aria mentre l’estremista Silvio Ferrari – che rimase ucciso nello scoppio – lo stava trasportando in Vespa. In secondo grado Pagliai è stato assolto, ma latitante già dopo la prima condanna aveva preferito non ricomparire».