L’evasione di Cesare Battisti e Luigi Moccia dal carcere di Frosinone

Una evasione che si inquadra nella già teorizzata convergenza tra detenuti politici e criminalità «comune»

Frosinone, 4 ottobre 1981. Ore 13:30. Presso la casa circondariale della città i detenuti si apprestano ad accedere al cortile per l’ora d’aria. Contemporaneamente, nell’area del centro storico che ospita il piccolo carcere, un’Alfa 1750 rossa targata NA accosta lentamente su di un lato della piazza. Dal veicolo scende una giovane donna con i capelli biondi tagliati a caschetto. La ragazza si dirige verso il portone del penitenziario stringendo tra le mani un pacchetto avvolto da una busta di plastica.

«DATEMI LE CHIAVI E STENDETEVI A TERRA!»

È domenica, giorno di colloqui con i familiari. La visitatrice riferisce alla guardia di dover consegnare una somma in denaro per conto di un detenuto. Nel frattempo, dall’Alfa rossa scendono anche tre uomini mentre la donna, una volta dentro il carcere, estrae una grossa pistola a tamburo e la punta all’indirizzo degli agenti.

«Datemi le chiavi e stendetevi a terra immediatamente!». Subito dopo irrompono negli uffici della portineria anche i tre complici della giovane. Sono tutti armati di pistola e hanno con loro anche bottiglie molotov.

UN DETENUTO POLITICO E UN CAMORRISTA

Cesare Battisti

Dopo aver immobilizzato gli agenti accorsi dalle altre stanze, il «commando» si dirige verso il corridoio che conduce alle celle e al cortile interno dove ad attendere il gruppo armato ci sono due detenuti di ventisei e ventiquattro anni: Cesare Battisti e Luigi Moccia.

Il primo è un detenuto politico legato ai PAC (Proletari Armati per il Comunismo).

Il secondo è un camorrista, figlio del boss Gennaro Moccia, fondatore dell’omonimo e potente clan di Afragola (NA).

Prima di abbandonare il penitenziario lasciando perdere le proprie tracce, i malviventi lanciano bottiglie incendiarie contro le pareti, creando panico e confusione tra i parenti dei detenuti accorsi per i colloqui.

 

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