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Horst Fantazzini, storia di un bandito anarchico

Sebastiano Palamara

Cronaca di quattro decenni di reclusione, tra sberleffi alla polizia, rivolte ed evasioni

«Verrà il giorno in cui le sofferenze si trasformeranno in rabbia, e la rabbia colmerà il vecchio fosso cancellando secoli d’ingiustizia»: scrive così Horst Fantazzini, vera e propria bandiera del movimento anarchico, nel libro «Ormai è fatta!i», un diario di speranze e umiliazioni, cronaca di evasioni tentate e (raramente) riuscite, raccolta di ritratti di boia e portinai. Una miniera d’oro di riflessioni e autocritiche, vivido affresco di condizioni disumane e compagni di lotta, sullo sfondo di una risata di sfida, la sua, risuonata per una vita intera in faccia ai direttori dei penitenziari di tutta Italia.

Nato in Germania nel 1939, Horst è figlio dell’indimenticabile Alfonso «Libero» Fantazzini, un fiero antifascista che nell’agosto del 1922, a soli 17 anni si scontra, pistola alla mano, con una squadra di camicie nere insieme ad alcuni anarchici: nella sparatoria che segue un fascista viene ferito, mentre Libero, a sua volta, è colpito a una gamba. Lo arrestano poche ore dopo nell’ospedale in cui si è recato per farsi curare. Mesi dopo, il 30 aprile 1923, quando la marcia su Roma è avvenuta e Mussolini è ormai al potere, la storia si ripete: alla Bolognina, combattivo quartiere proletario alla periferia di Bologna, ha luogo un altro durissimo conflitto a fuoco. Stavolta, però, un fascista ci lascia la pelle. Così Libero è costretto a iniziare una latitanza durata ben 22 anni. Inizialmente riparato in seno alla comunità socialista e anarchica di Parigi (in cui dal ’24 affluiscono anche i primi comunisti), viaggia tra Belgio, Svizzera, e Germania, sempre impegnato nella militanza anarchica e rivoluzionaria. Braccato assiduamente dall’Ovra e dalle polizie di mezza Europa, Gestapo compresa, nel 1936 partecipa alla guerra di Spagna. Quando gli antifranchisti vengono sconfitti, Libero torna in Francia; arrestato, riesce ad evadere. Rientra in Italia solo nel 1945, in tempo per partecipare alla Liberazione.

Anche dopo la fine della guerra, il filo rosso e nero della sua militanza non si sfalda: nel 1948 viene processato con l’accusa di aver compiuto attentati contro alcuni ex fascisti bolognesi, ma è assolto. Per molti anni la sua compagna è Maria Zazzi, un’anarchica piacentina, pure lei combattente nella guerra di Spagnaii. Benché già anziano, anche in molti episodi e mobilitazioni dei decenni post-bellici, Libero Fantazzini si ritroverà spesso in prima lineaiii.

«HO UNA PISTOLA IN TASCA. DATEMI I SOLDI, MA NON DUE LIRE, PER FAVORE»

Horst Fantazzini da giovane (fonte: horstfantazzini.net)

Suo figlio Horst cresce con il mito di quel Sante Caserio che nel 1894 uccise con un pugnale il presidente francese Carnot e che, al giudice che gli chiedeva i nomi dei complici, rispose: «Sante Caserio fa il fornaio, non la spia». Ad affascinarlo, poi, c’è l’eco grandiosa e tragica delle gesta di Severino Di Giovanni, che negli anni Venti del Novecento mise a ferro e fuoco Buenos Aires. Ma soprattutto, come già molti libertari della sua generazione, Horst è letteralmente ipnotizzato dalla leggenda intramontabile e disperata di Jules Bonnot e della sua banda di rapinatori. Sono queste esperienze, oltre al background familiare, a plasmarne l’orientamento: Fantazzini fonde in una sorta di «individualismo d’azione» di stampo spontaneista e illegalista le riflessioni proprie dell’anarchismo di Max Stirner e del suo Unico.

Fatalmente identificatosi con la celebre frase di Bertolt Brecht «è più criminale fondare una banca che rapinarla», inizia prestissimo, già alla fine degli anni Cinquanta, ad assaltare uffici postali ed istituti di credito. La stampa dell’epoca, da parte sua, contribuisce a forgiarne il mito: Horst diventa il «bandito gentile e solitario», la «primula bolognese» armata solo di una pistola giocattolo, il «gentiluomo anarchico» che durante le rapine rassicura gli impiegati sul fatto che non verrà torto loro un capello, e che si limita a dire: «Ho una pistola in tasca. State calmi e datemi i soldi. Ma non due lire, per favore». Poi, il «rapinator cortese» non manca di inviare romantici mazzi di fiori alle belle cassiere svenute durante le azioni. Infine, beffardo e irriverente, si diverte a scrivere lettere di scherno alla polizia che incessantemente lo cerca: «Perché non mi avete ancora preso?».

Fantazzini però è un cane sciolto, estraneo ai giri della criminalità tradizionale, e alle forze dell’ordine viene così a mancare il consueto vantaggio dato dalle soffiate degli informatori, sempre presenti negli ambienti della malavita. In fondo, è una bella storia per la stampa: a parte il (non trascurabile) dettaglio del totem violato della proprietà privata, la sua è una vicenda quasi digeribile addirittura a livello nazional-popolare. Il 1968 è ancora lontano, lo stesso termine «esproprio» è ancora distante ed estraneo dal vocabolario d’uso comune. Ma il dedalo di luoghi comuni in cui le definizioni giornalistiche tentano di imbrigliarlo, come catene non materiali ma linguistiche, non aiuteranno a comprenderne la complicata vicenda umana e il dramma da lui vissuto, giuridico ancor prima che personale.

«A RUBARE AI POVERACCI CI PENSANO I PADRONI, QUINDI HO SCELTO LE BANCHE»

La prima condanna arriva nel 1960, quando Fantazzini viene fermato a bordo di un’auto rubata: in tasca ha i soldi di una rapina appena compiuta. Arrivano così i primi cinque anni di reclusione, incorniciati nelle parole dolci e straziate delle lettere che Horst spedisce alla sua compagna Anna, da cui ha già avuto il primo figlio Loris. Quando esce, prova a rientrare «in carreggiata» iniziando a lavorare: operaio, fattorino, pizzaiolo, barista, persino impiegato. Ben presto, però, l’estremo senso di ribellione che ne definisce il carattere interrompe l’edificante raccontino «a lieto fine», ancor prima che questo abbia avuto inizio: Fantazzini, infatti, non ci sta a sgobbare tutto il giorno per un salario da fame. Ha letto da qualche parte la dichiarazione pronunciata dall’anarchico Marius Jacob (a cui è ispirata la figura del bandito Lupin) davanti ai giudici che lo processavano, e deve aver pensato che lì c’era l’esatta enunciazione dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri: «Mi ripugnava l’idea di faticare e sudare per arricchire qualcun altro. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che da operaio docile con il corpo sfruttato e il cervello abbrutito avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile: allora mi avreste definito “uomo onesto”. (…) Ma io non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi».

Durante un’udienza di un processo, a Bologna, gli chiedono come mai se la prenda solo con gli istituti di credito, e Fantazzini risponde: «A rubare ai poveracci ci pensano i padroni, quindi io ho scelto le banche». Nel 1966 torna in carcere per una tentata rapina, ma vi resta appena pochi mesi: giusto il tempo di preparare la prima evasione, che va a buon fine. Ad un certo punto, però, per lui rimanere in Italia diventa troppo pericoloso: le foto segnaletiche e i cartelli con il suo volto iniziano a diffondersi a macchia d’olio.

I DURI ANNI DI CARCERAZIONE IN FRANCIA

Decide così di espatriare a Mannheim, in Germania: si spaccia, come copertura, per un ricco ed elegante commerciante del nord Italia, uno stimato professionista che deve spesso assentarsi a causa di importanti e non meglio precisati «viaggi di lavoro». E, in un certo senso, è proprio così: in quel periodo, infatti, Horst compie diverse rapine tra Germania e Francia. Racconta Patrizia Diamante, la compagna degli ultimi anni, che Horst varcava le frontiere d’Europa vestito con costosi cappotti di cammello e pregiati foulard di seta, «viaggiando in aereo in prima classe con una bottiglia del miglior cognac e i soldi delle rapine chiusi in una borsa di cuoioiv». Si fidanza con una ragazza tedesca, ed è proprio in sua compagnia che, il 27 luglio 1968, viene arrestato a Saint Tropez. A mettere la polizia sulle sue tracce, poche ore prima, un maldestro tentativo di rapina. L’ennesimo. Nuovamente arrestato, è costretto ad affrontare alcuni anni di carcerazione in Francia, «i più duri, sepolto vivo nella terribile prigione di Marsiglia dopo due tentativi d’evasione, in completo isolamento, limitato nei movimenti (divieto di cantare, di parlare alla finestra, di sedersi o sdraiarsi durante il giorno); privato di tutto, (…) chiuso per 23 ore su 24 in una cella grande come uno sgabuzzino e, come letto, una travev».

Dopo Marsiglia, è trasferito a Aix-en-Provence, la città che vide manifestarsi la follia di Van Gogh. Da qui, nel gennaio del ’69, riesce a fuggire, ma è subito riacciuffato: «Lo videro correre per le strade “con una catena al polso ed un sogno di libertà negli occhi”vi». Viene trasferito nell’inferno di Clairveux, «il più duro e disumano carcere francese», dove le rivolte più violente e disperate venivano punite con la ghigliottina. Anche a Clairveux Fantazzini tenta l’evasione, ma ottiene solamente «altre botte, cella di punizione e nuove umiliazioni».

Dopo quattro anni è rispedito in Italia: ci arriva con le manette ai polsi e le catene ai piedi, «ma felice neanche fossi libero». Scampato all’inferno detentivo transalpino, in patria è stato già condannato in contumacia a 15 anni di reclusione per due rapine. Inoltre, attende i processi per molte altre. Poco tempo dopo, quando i procedimenti in corso sono ancora svariati, gli anni da scontare diventano trenta, una detenzione da pluriomicida. Un’eternità.

Diventa sempre più forte, in lui, la convinzione che la prigione, con tutto il suo apparato burocratico-repressivo, altro non sia che «lo strumento d’intimidazione ed emarginazione per coloro che non vogliono o non possono inserirsi in questa alienante società capitalistica, in cui sei autorizzato a sfruttare a tuo vantaggio altri unicamente perché più deboli o meno dotati di te». Ma, conclude Fantazzini, «dato che il grande rifiuto collettivo è ancora troppo lontano (…) mi rifugio nel mio piccolo egoistico rifiuto individuale e cercherò di andarmene. Basta, è l’ora. Addio carcere dal volto umano!»

UNA PENA ABNORME, UN ERGASTOLO «DE FACTO»

Fossano (Cuneo), 23 luglio 1973. Una giornata che in apparenza sembra come le altre. Invece non lo è: Horst Fantazzini tenta di evadere dal carcere, ferisce tre guardie carcerarie e ne sequestra altre due, barricandosi con loro e tenendole sotto tiro per ore. Ma è solo un bluff: nella sua Mauser di piccolo calibro, infatti, c’era solo un altro colpo in canna. Alla fine di quel goffo tentativo, provando ad allontanarsi con gli ostaggi a bordo dell’auto che ha richiesto durante le lunghe ore di trattativa, Fantazzini viene azzannato dai cani poliziotto ed è crivellato di colpi dai tiratori scelti, appostatisi tutt’intorno. Lo colpiscono con sette pallottole: due alla schiena, al petto, all’altezza dell’ombelico, al fianco destro, alla testa e al polso sinistro. La ferita più pericolosa è quella al ventre, perché il proiettile gli perfora l’intestino in più punti, causandogli una grave emorragia interna.

Salvatosi per miracolo, vivrà il resto della sua vita con diversi proiettili in corpo. Nella tentata evasione dell’ex «rapinatore gentile», parecchi osservatori ravvisarono l’esasperazione e la disperazione per il vicolo cieco in cui si trovava, senza speranza di un futuro fuori dal carcere: «Dietro questa penosa storia ecco riemergere quindi alcune vecchie cancrene della nostra società: dal decrepito congegno carcerario, concepito tutt’ora come implacabile macchina della vendetta collettiva, alla struttura dei nostri codici, non certo improntati alla “filosofia del recupero” del colpevole. Del resto, il primo a fare considerazioni di questo genere, proprio in margine al caso Fantazzini, è stato lo stesso ministro di Grazia e Giustizia Mario Zagari» (Tempo illustrato, 5 agosto 1973). Come già detto, in quel momento Fantazzini aveva sulle spalle una condanna a 30 anni e doveva ancora essere processato per cinque rapine. Una pena abnorme, se si considera che fino a quel momento non aveva non solo ucciso, ma nemmeno mai ferito nessuno. L’applicazione del cumulo della pena avrebbe stabilito un limite alla sua carcerazione; nel suo caso, invece, le condanne avevano (e avrebbero) continuato a sommarsi ad altre condanne, dando come risultato, un ergastolo de facto. Forse addirittura peggio, in quanto il limite massimo dei 30 anni di reclusione veniva conteggiato a partire da ogni nuova condanna, facendo così slittare continuamente il «fine pena».

4 DICEMBRE 1975: LA CONDANNA AD ALTRI 18 ANNI DI RECLUSIONE

Molti noti penalisti (Geo Dal Fiume, Graziano Masselli, Annamaria Magnani, Claudio Dal Piaz, Carlo Attara, Antonio Foti) interpellati sui fatti di Fossano, pur riconoscendo l’inattaccabilità della cornice legale in cui le forze dell’ordine hanno operato (sulla base dell’art.53 c.p.p.), hanno espresso notevoli riserve etiche sul caso-giuridico Fantazzini: «Ci sono alcune assurdità nel nostro sistema: se un imputato ha commesso reati in luoghi diversi, le condanne dei processi si accumulano. Se invece i capi d’imputazione vengono riuniti in un solo procedimento, subentra la continuità e la condanna è molto inferiore. Fantazzini era già stato condannato a trent’anni ed era in attesa d’altri processi perché giudicato da diversi tribunali. È evidente che il detenuto si sentiva vittima di un’ingiustizia ed aveva desiderio di libertà, cosa questa più che umana».

Scrive Fantazzini in «Ormai è fatta!»: «Con questo gesto che faccio oggi e che avrei voluto evitare, io rifiuto la condanna, rifiuto i codici, e cerco di strappare con tutte le mie forze la libertà che mi è negata». Più avanti, non evita una riflessione critica sulla sua azione, sebbene la giustifichi con la volontà di non essere il capro espiatorio designato in una cattedrale di ingiustizie e di amarezze: «Sì, è vero: ho sparato a gente che non era in condizioni di difendersi, mi sto odiosamente barricando dietro due poveracci, ma di quante violenze “legali” siamo stati vittime noi e tanti altri come noi?». Non usa perifrasi, quando riconosce: «E’ stato il mio primo atto di violenza compiuto nei confronti di un essere umano che si trovava in manifeste condizioni d’inferiorità nei miei confronti», anche se poi, rivolgendosi a sé stesso, aggiunge: «Non ti perdere in sentimentalismi. I giudici che t’hanno condannato a trent’anni pur senza aver mai fatto fisicamente male ad una mosca, non avevano di questi problemi. Già, ma loro sono là tranquilli mentre tu sei qui che t’azzanni con altri che, pur senza rendersene conto, sono vittime dello stesso sistema. Ho sempre preferito farmi arrestare piuttosto che far del male, oggi ho sparato su degli uomini che volevano impedirmi di strappare con la forza quella libertà ormai diventata irraggiungibile con mezzi leciti. Sono gli ultimi mezzi che mi hanno lasciato a disposizione». Il 4 dicembre 1975 viene giudicato responsabile di tutti reati per cui è imputato (tentato omicidio, sequestro di persona, tentativo di evasione, minaccia a pubblico ufficiale, detenzione di armi) e viene condannato ad altri 18 anni di reclusione.

IL RIFIUTO DELL’IDEOLOGIA DEL «CARCERE DAL VOLTO UMANO»

Iniziano i trasferimenti punitivi da una parte all’altra della penisola, ma Fantazzini non smette per questo di provare continuamente ad andarsene: a Sulmona, nel 1976, «come un angelo senza dio, volò dal muro esterno di cinque metri, fratturandosi entrambi i piedi, ma riuscendo a ripararsi dentro una Chiesa e sequestrando il prete per chiedere in cambio la libertà». Ma è solo un fuoco fatuo: Fantazzini, infatti, è ricondotto in carcere immediatamente dopo, con otto anni in più da scontare: tale è la condanna inflittagli per questa effimera evasione.

All’interno del pianeta-carcere, e nelle lotte che qui lentamente iniziano a prender forma, è risoluto e netto il rifiuto di Fantazzini dell’ideologia del «carcere dal volto umano», da lui considerata deformante, in quanto speculare alla diffusa pratica ricattatoria del trasferimento punitivo in carceri disumane, usata contro chi non è paternalisticamente considerato «docile» dall’amministrazione carceraria. Fantazzini è schietto fino al parossismo, quando scrive di sé: «Provai un senso di vergogna quando, nella seconda metà del 1973, vidi il mio nome nella lista dei “buoni” stilata dall’amministrazione carceraria». Lottare per abbellire la propria prigione, per l’anarchico Fantazzini è assurdo, oltre che anti-rivoluzionario: «Nessuno nega che ottenere condizioni più umane di vita rappresenti un progresso (…), ma lottare esclusivamente per piccoli benefici materiali e per migliori condizioni di vita, significa accettare implicitamente il mantenimento di quanto “rivoluzionariamente” dovremmo distruggere: il rapporto padrone-schiavo e la stessa istituzione-carcere. (…) Perché esistono le prigioni? Per chi sono state create? Basta sfogliare una qualsiasi statistica per vedere che il 99% dei frequentatori delle prigioni proviene dagli strati più umili del proletariato!»

GLI ANNI SETTANTA. ENTRANO IN CARCERE LE «ORDE BARBARE»

Fantazzini durante un processo a metà anni Settanta (fonte: horstfantazzini.net)

Anche dietro le sbarre gli anni Settanta sono anni particolarmente caldi: il carcere, infatti, si sta politicizzando sempre di più. Se ancora nel decennio precedente «l’ambiente carcerario vedeva sedimentate, al proprio interno, relazioni sociali basate sull’accettazione totale dei rapporti di potere preesistenti», con la tradizionale sottomissione dei detenuti nei confronti della «custodia», il nuovo proletariato urbano del decennio seguente è invece «poco prono a subire le consolidate gerarchie interne, sia istituzionali che criminali, caratterizzate da quell’insieme di pratiche paternaliste e/o caritatevoli che ne avevano consentito in passato il “buon governo”vii». Negli anni Settanta, infatti, entrano in carcere in massa le cosiddette «orde barbare»: giovani rapinatori e/o militanti di organizzazioni politiche, diversissimi tra loro, ma accomunati dalla non accettazione di logiche gerarchiche e dal rifiuto della mediazione con l’autorità. È il caos. Per contrastare l’onda montante delle ribellioni, lo Stato apre le carceri speciali, che a loro volta diventano presto il teatro di enormi sommosse (come quella delle «moka esplosive», le macchinette del caffè caricate con detonatore ed esplosivo), lotte a cui Fantazzini partecipa sempre attivamente.

Ecco come lo ricorda un rapinatore veneto vicino alle BR, che con lui condivise quelle esperienze: «A Fossano ancora un po’ lo ammazzano, a Sulmona se n’era andato, ci aveva provato da tutte le parti, aveva preso botte e mazzate per tutta la penisola. Si era fatto celle, isolamento, era uno sempre pronto a cioccare, che non si tirava mai indietro. E questo da sempre. Io l’ho conosciuto prima degli speciali ed era un gran bravo ragazzo che ti dava anche il cuoreviii».

«I MIEI SOGNI SONO ANCORA QUELLI DI 40 ANNI FA»

Contro le «inumane condizioni di vita e contro i pestaggi quotidiani» nel carcere-lager dell’Asinara del «viceré» Luigi Cardullo (carcere che tempo addietro Fantazzini aveva inaugurato ancor prima dell’apertura «ufficiale» delle sezioni speciali), nell’agosto del 1978 i detenuti organizzano una prima, durissima rivolta. La protesta viene repressa selvaggiamente con pestaggi e violenze e Fantazzini è tra coloro che ne escono peggio. Al giudice di sorveglianza di Sassari, giunto sull’isola dopo la sommossa, basta una rapidissima occhiata per constatarne le gravissime condizioni e ordinarne l’immediato ricovero. Ma, nonostante la gravità del quadro clinico, Fantazzini viene riportato all’interno del carcere dopo nemmeno ventiquattro ore.

La fine progressiva di quella stagione di lotte, conclusasi con la caduta delle ideologie, sembrò trascinare in un rovinoso naufragio anche gli ideali di intere generazioni. Gli anni Ottanta trascorrono come una strana distopia, innaffiata da un enorme bagno di eroina, un veleno al sapor di vaniglia che «ebbe la forza di spezzare tanti sogni e di distruggere le più belle energie e le migliori menti creativeix». Fantazzini, però, non cede. La maggior parte delle volte, in carcere, gli sembra di non sentire alcun malessere, e a mano a mano che il suono torrenziale della vita entrava attraverso le grate della prigione, sente di ritrovare dentro di sé sempre più forze per sopravvivere agli enigmi dei suoi sogni e ai fantasmi delle privazioni. Chi, poco dopo, lo ritroverà fuori dal carcere, in alcune brevissime parentesi sempre spezzate, avrà la sensazione di vederlo più forte che nella sua incredibile gioventù dei vent’anni: «I miei sogni sono ancora quelli di 40 anni fa. Certo, fisicamente sono invecchiato, ma diciamo che più o meno la mia voglia di vivere, i miei desideri sono rimasti bloccati al giorno che mi hanno arrestato, e li ho fatti vivere, ho continuato a farli vivere nonostante tutto».

LE SQUADRETTE DEL «VICERÉ» CARDULLO E IL «BUNKER» DELL’ASINARA

Nonostante gli infiniti anni trascorsi a salutare nei cortili di tutti i penitenziari dello stivale altre solitudini, spesso segnate da storie tutt’altro che memorabili, nonostante le ore interminabili passate a sperare con tutte le forze che il giorno seguente arrivasse una lettera da fuori capace di alleviare il senso di abbandono, e nonostante quelle giornate spese a immaginare segni funesti che non riusciva a decifrare, ma che ugualmente accrescevano il peso che aveva nel cuore, Horst Fantazzini non si sentiva cambiato. Non era cambiato nonostante tutti quei momenti in cui, cercando di tenere a bada la propria ansia, aveva osservato in disparte le chiacchiere dei reclusi, i sussurri circospetti di quando non si sta semplicemente parlando di calcio, e i profondi e inespugnabili silenzi degli ergastolani che spargevano briciole agli uccelli.

«Nei giardini della rassegnazione, piangono lacrime di sangue», scrive in una poesia. Anche se non lo confessava a nessuno, spesso in quei momenti vedeva intorno a sé segni inequivocabili di morte. La stessa che mai fuori (e dentro) il carcere Horst Fantazzini aveva sparso. La tensione non si diradava mai del tutto, nemmeno le rare volte in cui dalle celle uscivano canti e voci di giubilo, quando una folla di canti estranei al destino dei reclusi invadeva i corridoi del carcere: in quei momenti Horst Fantazzini ripensava che dentro quell’allegria apparente si sentiva la stessa tensione che doveva aver preceduto la breve e forse irripetibile estate in cui gli anarchici si impadronirono delle vie di Barcellona.

Non si era piegato nemmeno quando le squadrette del «viceré» Cardullo lo avevano abbandonato in fin di vita, privo di voce e di nome, nella palude oscena del «bunker» dell’Asinara. Quel giorno aveva guardato negli occhi i suoi aguzzini, gli stessi che da sempre minacciavano i ribelli di torture ingegnose, e prima che gli si avventassero addosso con le mazze, in quei volti abituati alle tenebre e all’umidità aveva riconosciuto lo sguardo degli animali da preda. Nella penombra della sua cella, già buia alle tre del pomeriggio, molte volte aveva pensato che era come se ci fosse il silenzio di una foresta remota, un silenzio che andava bene per piangere. Quella cella in cui la luce arrivava sempre così fioca che la fiammella di un accendino bastava per eclissarla. Tre quarti della vita gli si erano consumati davanti ai residui di un’idea smisurata di libertà, la stessa che il mondo esterno, ancor più della sua condizione di recluso, sembrava andare sbriciolando giorno dopo giorno, viaggiando a vele spiegate verso un ottuso e griffato individualismo edonista.

«LA SCELTA DI ESSERE IO A DIVENTARE IL MIO CARCERIERE, NON LA POSSO FARE»

Fantazzini in età matura, fine anni Ottanta (fonte: horstfantazzini.net)

Nel 1989, dopo circa 21 anni di reclusione, Horst Fantazzini esce per la prima licenza: era ininterrottamente in carcere dal 1968. Rientra regolarmente in carcere, e ottiene così la seconda licenza. Rientra ancora. Nel frattempo, trova anche un lavoro, fondamentale per ottenere la semilibertà. A quel punto, però, dentro di lui scatta qualcosa. Fantazzini esplode. È una crisi di coscienza. Un rifiuto. Il vecchio libertario rigetta con tutto sé stesso il lieto fine solo apparente di una narrazione edificante che, compiaciuta, vorrebbe raccontare di un «detenuto progressivamente recuperato alla società»: Fantazzini, infatti, aveva ancora ben 21 anni da scontare. Il suo «fine pena» era fissato al 2010. «Quando sono andato in licenza», spiega, «ho trovato dei compagni che erano in carcere con me all’epoca del periodo delle lotte. Erano in semilibertà, lavoravano e la sera tornavano in carcere. Mi fecero un’impressione penosa. Pensare a noi che abbiamo passato una vita a cercare di distruggere le carceri, e ora suoniamo il campanello per entrare. E ho avuto questa crisi, diciamo personale, e ho deciso di non rientrare, mi sembrava una contraddizione, mi sono detto “vada come vada” però la scelta di essere io a diventare il mio carceriere non la posso fare, e non son rientrato».

È il dicembre del 1989. Lo arrestano poco più di un anno dopo sul litorale romano. Il «fine pena» slitta ulteriormente. Viene trasferito ad Alessandria: comincia così un altro decennio di prigionia. L’ultimo. Negli anni Novanta, il coinvolgimento – sia pure marginale – in un processo basato su un teorema accusatorio contro alcuni anarchici x, allontana ulteriormente qualunque prospettiva di liberazione, già di per sé chimerica. Gli anni trascorrono sempre più lentamente. Nel 1999 dal suo libro viene tratto il film omonimo «Ormai è fatta!» (regia di Enzo Monteleone, Stefano Accorsi interpreta Horst, mentre nei panni del padre Libero c’è Francesco Guccini), indubbiamente utile a far conoscere la sua vicenda e a rafforzare la campagna portata avanti dal Comitato che si batteva per la sua liberazione. Di certo, Fantazzini sapeva di «rincorrere un riscatto impossibile», e non negava che «raramente era riuscito a risolvere» un problema di quelli che gli si erano presentati. Si consolava solo di aver trovato, nella reciprocità del rispetto e della solidarietà tra oppressi – quella che trasfigura la morale individuale e costituisce una comunità di classe – un sistema di relazioni che non è solo una vuota rappresentazione senza contenuto, ma la forma concreta di una prassi orientata alla giustizia, opposta alle alienazioni e alle costrizioni subite: «La difesa quasi trentennale della mia integrità è stata la lotta più dura, più delle evasioni e delle rivolte; ci sono riuscito solo grazie al legame coi miei compagni».

Nel 2000 arrivano finalmente le prime licenze, nel 2001 giunge anche la semilibertà. Nel maggio dello stesso anno viene assunto come magazziniere in una cooperativa bolognese. Ma le velleità lavorative durano ben poco. Il giorno in cui gli venne concessa la semilibertà, Horst Fantazzini si congedò dai suoi compagni salutandoli con la mano, e in quel momento sembrava uno che svaniva per sempre dal mondo, diretto chissà dove a bordo di un vascello immaginario. Ma Fantazzini non poteva svanire, come di certo avrebbe voluto: la semilibertà, infatti, è un regime che prevede l’uscita diurna per lavorare e il rientro serale in carcere. Il suo avvocato Luca Petrucci, nel frattempo, raccogliendo un’istanza dello stesso Fantazzini, aveva inoltrato domanda di grazia. Via via che andava avanti, però, nel cuore di Fantazzini tutto sembrava deformarsi come in un fragile sogno. Gli antichi pensieri tornavano spesso a tormentarlo, o forse chissà, erano proprio quelli a tenerlo ancora in vita. Fantazzini aveva ancora il vento nelle vene, non si sentiva interrato nonostante tutti quei decenni di reclusione, di umiliazioni, di privazioni. Si dibatteva tra fantasmi e orgoglio, sapeva bene di aver sprecato la sua vita, ma questa consapevolezza non cancellava in lui lo spavento che provava ogni qualvolta osservava le migliaia di persone ingrigite e sottomesse che rientravano a casa ogni giorno, abbrutite da una routine meticolosa, dal ricatto di stipendi da fame, da manipolazioni orrende, da quel rumore opprimente di egoismo e lamenti.

Osservava sulla sua pelle il ritmo delle giornate lavorative «normali» e gli sembravano sempre più spesso una specie di esitazione tra il delirio e l’inebetimento, come se la vita fosse solo la vibrazione di carni umane inserite in macchinari creati e consacrati all’asservimento dei più per il mantenimento dei privilegi di pochi. Iniziò a sprofondare nell’avvilimento: «Era pallido, stanco, non poteva durare cosìxi». L’amore della sua compagna e di chi gli voleva bene non bastava più. Spesso, quando si è frastornati dalla necessità, quando in ognuno dei secondi che si vivono si sfracellano altri mille luoghi e desideri, vengono delle idee mal combinate. Invece che perdersi nel deserto di quello che gli sembrava solo un autunno di inettitudine, Fantazzini scelse di andare alla deriva su quella rotta remota di cui si era innamorato tanto tempo prima. Quando ripassò davanti alla prima banca che aveva rapinato, l’Agricola Mantovana di Porta Mascarella, decise che se non si fosse avventurato nell’ennesima evasione impossibile, stavolta per fuggire da un’enorme gabbia a cielo aperto, non avrebbe ritrovato più nulla di sé stesso. Lo arrestarono prima ancora di entrare nell’agenzia, «paludato da un bavero rialzato e un berretto calato», mentre stava per tentare una disperata fuga in bicicletta. Riportato in carcere, Fantazzini decide di evadere una volta per tutte: muore alle 19.20 del 24 dicembre 2001 per un aneurisma aortico addominale.

Vale la pena chiudere con le sue parole: «Quei pochi che mi stimano, mi ricorderanno come uno che ha accettato la lotta sino all’ultimo istante e che ha esercitato sino in fondo il suo diritto all’autodifesa. Quando la giustizia diventa ingiustizia e la vittima d’un sistema assurdo non ha più mezzi “civili” per ristabilire l’equilibrio tra l’iniquo e l’equo, tutti i mezzi diventano moralmente validi, se vengono usati per sottrarsi ad un sopruso. Certo, per gli esclusi che non s’adeguano ci sarà sempre un poliziotto per arrestarli, una prigione per emarginarli o una fossa comune per seppellirli. Ma sino a quando un uomo non si rassegna è ancora recuperabile».

P.S. Al momento della morte, il «fine pena» di Horst Fantazzini era fissato per il 2020.

NOTE

i Scritto nel 1973, viene pubblicato nel 1976 (Ed. Bertani) anche grazie all’interessamento di Franca Rame e di Soccorso Rosso. Si può trovare la versione in PDF sull’indirizzo web www.horstfantazzini.net.

ii Già sposata con l’anarchico Armando Malaguti.

iiiAd esempio, Libero Fantazzini si impegnò a fondo in una campagna a favore dell’anarchico salernitano Giovanni Marini, che per difendersi da un’aggressione il 7 luglio 1972 aveva ucciso un fascista: tra le varie iniziative, Libero nel 1974 occupa per una giornata la torre degli Asinelli. La notizia ottiene una forte risonanza a livello nazionale. Nonostante l’età ed i numerosi infortuni procuratisi nella sua attività di muratore (caviglie spezzate, un occhio perso, ecc.), parteciperà sempre a tutte le mobilitazioni cittadine antifasciste e contro le stragi di Stato, nonché ai congressi e ai convegni della FAI.

iv Patrizia “Pralina” Diamante, L’ultimo colpo di Horst Fantazzini, (ed. Stampa Alternativa, 2003)

v Patrizia “Pralina” Diamante L’ultimo colpo di Horst Fantazzini, (ed. Stampa Alternativa, 2003)

vi Patrizia “Pralina” Diamante L’ultimo colpo di Horst Fantazzini, (ed. Stampa Alternativa, 2003)

vii Emilio Quadrelli “Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta”, (ed. Derive Approdi, 2004)

viii Citato in Emilio Quadrelli “Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta”, (ed. Derive Approdi, 2004)

ix «Ormai è fatta!»

x Si tratta del famigerato processo Marini-Ros.

xi Patrizia “Pralina” Diamante, L’ultimo colpo di Horst Fantazzini, (ed. Stampa Alternativa, 2003)