logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

Brigate rosse. Arriva «Frate mitra», l’infiltrato

Redazione Spazio70

Entrato in contatto con ambienti brigatisti, gli era stato d’aiuto il prestigio derivante dall’esperienza sudamericana come guerrigliero

Silvano Girotto, meglio conosciuto come «Frate Mitra», nasce a Caselle Torinese il 3 aprile del 1939. Figlio di un maresciallo dei carabinieri, appena adolescente sconfina in Francia dove rischia l’arresto per immigrazione clandestina.

Mentendo sull’età riesce comunque ad arruolarsi nella Legione straniera.

Viene quindi inviato in Algeria dove la Francia è impegnata in una spietata repressione contro i moti indipendentisti locali.

Dopo soli tre mesi, diserta disgustato dagli innumerevoli episodi di tortura perpetrati dai francesi ai danni dei patrioti algerini.

LA FAMA DI «FRATE ROSSO»

Hugo Banzer

Al rientro in Italia viene arrestato perché coinvolto in un furto compiuto da alcuni coetanei.

Decide di entrare nell’Ordine Francescano, prendendo il nome di padre Leone.

L’attività pastorale e il contesto sociale nel quale opera lo inducono ad avvicinarsi a posizioni che gli fanno guadagnare la fama di «frate rosso». Il vescovo di Novara gli vieta di predicare.

Nel 1969 tenta con successo di sedare una rivolta presso il carcere di Novara, agendo da mediatore. Chiede e ottiene l’autorizzazione a partire come missionario nel terzo mondo.

Giunto in Bolivia prende contatto con gli strati più poveri della popolazione opponendosi al colpo di stato militare che fa capitolare il governo progressista di Juan Josè Torres.

Le forze popolari espugnano alcuni depositi militari locali rifornendosi di armi.

Gli scontri con i golpisti sono violentissimi.

La scelta conseguente è quella della clandestinità. Il regime di Hugo Banzer riuscirà a comunque a prendere il potere.

LA LOTTA ARMATA COME ULTIMA «RATIO»

Augusto Pinochet (Biblioteca del Congreso Nacional – Chile)

La resistenza boliviana ha come base logistica Santiago del Cile, dove Girotto si trova nel momento in cui viene portato a termine il golpe contro Salvator Allende. Il Cile cade quindi nelle mani di una giunta militare guidata da Augusto Pinochet.

Girotto partecipa anche in questo caso alla resistenza e viene ferito negli scontri. Cerca quindi rifugio nella sede diplomatica italiana per poi essere rimpatriato alla fine del 1973.

Nello stesso anno viene espulso dall’Ordine francescano, con la motivazione di aver partecipato a degli scontri armati. Da questo ruolo nella guerriglia sudamericana contro i regimi militari dei primi anni 70 deriva il nome di Frate Mitra che da quel momento in poi lo contraddistinguerà.

In una intervista afferma di non essere pregiudizialmente contro la lotta armata, quando questa è ultima ratio contro un potere iniquo e violento; ritiene però notevoli le differenze di contesto politico e sociale tra Italia e Sudamerica: i problemi italiani, sostiene Girotto, possono ancora essere affrontati e risolti per via politica. A seguito di queste considerazioni, e tenendo conto dei numerosi omicidi e rapimenti (primo fra tutti quello del giudice Sossi), decide di collaborare con i carabinieri.

Tutto inizia con un articolo di Giorgio Pisanò, direttore del settimanale Candido, nel quale si dipinge Girotto come un simpatizzante comunista custode di segreti e conoscenze compromettenti in campo brigatista. Sarebbe dunque stato questo articolo a spingere i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a contattare Girotto, al quale viene offerto di collaborare.

Girotto chiede un paio di giorni per riflettere e infine accetta. L’ex frate entra subito in contatto con ambienti brigatisti frequentando alcuni fiancheggiatori dell’organizzazione: gli è d’aiuto il prestigio derivante dall’esperienza sudamericana come guerrigliero.

PINEROLO, 8 SETTEMBRE 1974

A Pinerolo, Girotto conosce Renato Curcio.

Il leader Br giudica genuine le intenzioni dell’ex frate e decide di dargli credito. A un secondo incontro partecipa anche Mario Moretti. A quanto sembra è in questa occasione che viene fatta a Girotto la proposta di addestrare un nucleo di brigatisti. Al terzo incontro, quello decisivo, l’ex francescano si presenta con i carabinieri.

L’arresto di Curcio e Franceschini

Domenica, 8 settembre 1974. La 128 targata BO 545217 su cui viaggiano i due capi brigatisti Curcio e Franceschini viene bloccata alle porte di Pinerolo, al passaggio a livello sulla strada per Orbassano.

Ricorda Franceschini: «Pignero, che mi teneva per il collo, mi dice: “Io non so chi tu sia, ma conosco quell’altro”. E indicò Curcio. “Lo conosco tanto bene che ho chiamato il mio cane Renato”».

Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, il 10 febbraio 2000, Girotto racconta: «Ricordo molto bene quando fu arrestato Alberto Franceschini, che non avevo mai visto e che capitò a Pinerolo per caso: quando il giorno dopo, vedendo il capitano Pignero, gli chiesi chi era quello con gli occhiali, alto, che stava insieme a Curcio, mi rispose che era un certo Franceschini, uno dei capi, arrivato il giorno prima da Praga».

Un duplice arresto, quello di Curcio e Franceschini, che doveva essere l’atto conclusivo, il trionfo, per gli uomini del Nucleo speciale di Dalla Chiesa, ma che invece ne rappresenta il passo di addio.

Ragioni politiche mai del tutto chiarite portano alla decisione di «ristrutturare» il gruppo messo in piedi dal generale. «Stanno disfacendo tutto», dice Dalla Chiesa rivolgendosi ai magistrati, «se pensate che abbiamo lavorato bene, fate qualcosa». Ottiene soltanto un plauso. Il patrimonio di conoscenze messo insieme giorno dopo giorno dai carabinieri venne disperso, gli uomini trasferiti.

UNA VITA NORMALE

Non è escluso che Girotto intendesse entrare realmente nelle Br, potendo così collaborare più fattivamente con i carabinieri e ottenere risultati maggiori nella lotta al terrorismo: propositi scoraggiati da Dalla Chiesa che avrebbe considerato «frate mitra» fin troppo esposto.

Girotto in una vecchia foto proveniente dall’archivio de «L’Unità»

L’ex francescano, dopo l’arresto dei brigatisti, riesce a condurre una vita normale avendo due figlie dalla compagna boliviana che aveva condotto con lui la resistenza contro il regime di Banzer. Lavora come operaio e diviene sindacalista. Ha modo di trovare un impiego in alcuni Paesi arabi per poi tornare definitivamente in Italia. Nel 1978 si fa da testimone nel processo contro le Br celebratosi a Torino.

Il 10 febbraio 2000 viene ascoltato nella 62ª seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi a cui aveva fornito una bozza del libro autobiografico pubblicato due anni dopo. Nel 2002, in procinto di partire alla volta di una missione cattolica in Etiopia, vuole riprendere contatto con coloro che aveva fatto arrestare e che sono ormai liberi dopo aver scontato pesanti condanne. Curcio, pur non manifestando rancore, mantiene un atteggiamento riluttante, mentre Franceschini accetta l’incontro, stabilendo con Girotto un rapporto amichevole.

«IN ITALIA NON C’ERANO LE CONDIZIONI PER LA LOTTA ARMATA»

Interessanti alcune dichiarazioni rilasciate, su vari temi, durante la sua missione in Etiopia.

DOMANDA: La teologia della liberazione che si sviluppò in Sud America negli anni ‘ 70 avrebbe potuto aiutare?

RISPOSTA: «Certamente, ma la Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’ apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’ altro l’allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo Mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano»

D: E i rapporti con i brigatisti che fece catturare?

R: «Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’ era una dittatura che ammazzava i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’ accordo con me. Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti, ma all’ ultimo momento fu avvisato da una telefonata. Non so chi l’ abbia avvisato, ma di quell’ incontro sapevano soltanto poche persone. Strano che sia sfuggito, vero?»