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Antonio Annarumma, la prima vittima degli «anni di piombo»

Redazione Spazio70

Fonte: Nicola Ventura, David Barra, «Maledetti '70», Gog Edizioni, 2018, pag.42

Per approfondire rinviamo al nostro «Maledetti ’70»

«Dopo Valle Giulia, in molti capiscono che la situazione a livello nazionale inizia a farsi esplosiva. A Milano, in un freddo mercoledì pomeriggio, c’è quello che in tanti oggi considerano il primo morto dei cosiddetti “anni di piombo”: è Antonio Annarumma, ventiduenne di Monteforte Irpino, in forza alla Celere. Antonio è solo uno dei tanti meridionali arruolatisi in Polizia a fine anni Sessanta. La sua storia è simile a quella di molti coetanei del Sud: la fuga dal paesello natio per non fare il contadino, il proposito di aiutare i genitori a tirare avanti, il mettere da parte qualche spicciolo per sposarsi. È il 19 novembre 1969 quando a Milano, durante il cosiddetto “autunno caldo”, le tre principali sigle sindacali, Cgil, Cisl e Uil, organizzano uno sciopero per protestare contro il caro-affitti e a favore del diritto alla casa. Il contesto è di grande conflittualità politica e sindacale con il pericolo, ben percepito a livello governativo, che le rivolte studentesche si saldino a quelle operaie. A Milano si respira una brutta aria: per le vie della città sfilano già altri due cortei, uno dei marxisti-leninisti l’altro degli anarchici. Nei pressi del Lirico di via Larga, all’interno del quale si tengono i discorsi dei sindacalisti, la polizia effettua un fitto lancio di lacrimogeni per disperdere i due gruppi di manifestanti: si scatena il caos, con i militanti del Movimento studentesco che accorrono subito sul posto. Ci sono tutte le condizioni per una guerriglia da strada dagli esiti imprevedibili, cosa che avviene puntualmente per circa tre ore tra il corso Vittorio Emanuele, via Larga, piazza Festa del Perdono, il tutto a due passi dal Duomo.

«SARÀ POSSIBILE SCOPRIRE E PUNIRE L’ASSASSINO DI ANNARUMMA?»

La madre di Annarumma: sofferente di cuore, avrà un collasso dopo i funerali del figlio

Quando una colonna di circa cinquecento marxisti-leninisti si fon­de con i gruppetti di lavoratori che escono dal teatro Lirico, alcune jeep cariche di agenti rimangono imbottigliate nella folla: i guidatori fanno manovra per sottrarsi alla stretta, ma uno dei due automezzi investe di striscio un dimostrante. È la scintilla che scatena la bagarre: alcuni estremisti muniti di leve cominciano a svellere i pavé, a raccogliere cubetti di porfido, mentre altri asportano tubolari e materiale dalle impalcature erette sulla facciata del palazzo del Comune. Gli agenti, sottoposti a un violento bombardamento, battono in ritirata e una guardia, che cerca di risalire su una camionetta, rimane impigliata all’automezzo venendo trascinata per varie decine di metri.

È in questo contesto confuso che viene ucciso Annarumma: alla guida di un gippone della Celere, il giovane poliziotto è colpito al capo da un tubo d’acciaio raccolto da un vicino cantiere edile. Il mezzo, privo di controllo, finisce per scontrarsi con un’altra jeep della Celere e Annarumma, che lascia sull’asfalto sangue e materiale cerebrale, viene raccolto in qualche modo dai giovani colleghi sottoposti al tiro dei manifestanti, per poi spirare alle 14,27 al Policlinico senza mai riprendere conoscenza.

“Sarà possibile scoprire e punire l’assassino di Antonio Annarumma?”, si chiede il numero del 10 dicembre 1969 di Gente, popolare tabloid della famiglia Rusconi. Il caso del giovane poliziotto assume tutti i contorni di un giallo all’italiana, compresa l’impunibilità degli assassini. Già ai primi di dicembre del 1969 ci si rende conto che la speranza di poter scoprire “il delinquente che ha vibrato con ferocia il mortale colpo di spranga alla tempia destra del povero autista della P.S.” è sempre più fievole. Gente parla dell’esistenza di un film visionato dal corrispondente Luigi Parodi: “pochi metri di pellicola”, si legge sempre sul tabloid, “che hanno però il pregio di essere stati impressionati nel centro focale dei disordini” dimostrando come è morto Annarumma.

Durante uno dei passaggi dei gipponi della Celere, dinanzi al palazzo degli uffici comunali in via Larga, “si vede distintamente un dimostrante alzare un braccio e scagliare verso uno degli automezzi una lunga spranga di ferro tolta dalla incastellatura di tubi innocenti” eretta per il rifacimento della facciata dell’edificio. L’attenzione della stampa più conservatrice si concentrerà, nelle settimane immediatamente successive, su giornali, volantini, manifesti, numeri unici contenenti quelle che verranno definite “le direttive per l’aggressione allo Stato, per la distruzione spietata della nostra società”».