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13 dicembre 1969. Piazza Fontana, il giorno dopo la strage

Redazione Spazio70

I primi commenti, le prime ipotesi, dopo il terribile attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura

Casalegno: «Contro tutte le forme di violenza, qualunque bandiera pretendano di servire»

«Come ha detto Pertini, “un vento di follia criminale si sta abbattendo sul nostro Paese”. È necessario da parte dei cittadini il rifiuto attivo della violenza, il ritorno al rispetto della legalità. Da parte degli organi dello Stato ci aspettiamo una civile ma inflessibile energia così come da tutti i gruppi politici il risoluto distacco dalle frange sovversive delle due estreme. Il primo obbiettivo è la cattura dei dinamitardi: debbono essere conosciuti e pagare insieme con i loro complici. Ma l’operazione di pulizia del Paese deve essere più ampia e non differita: né occorrono leggi speciali o un nuovo governo per realizzarla: non ci si può permettere il lusso di una crisi lunga e difficile. Ci sono centinaia di denunce per attentati, gesti di rivolta violenta, episodi di teppismo: aspettiamo le sentenze della Magistratura. Ci attendiamo che le offese alla legalità siano punite come i codici prescrivono, senza uscire dalle norme democratiche e senza giudizi “esemplari” (e quindi ingiusti), ma senza eccessi di indulgenza: le invasioni di uffici pubblici e di scuole, i blocchi stradali, gli attacchi alla polizia, sono reati, non mezzi civili di propaganda e di protesta. Le idee sono libere, non l’insurrezione o la strage. Oggi l’esecrazione per i delitti di Milano è spontanea e unanime: non può placarsi con l’arresto dei colpevoli né esaurirsi nella pietà o nello sdegno per questo episodio atroce. Occorre che continui in una grande azione collettiva contro tutte le forme di squadrismo e di violenza, qualunque bandiera pretendano di servire. La tolleranza demagogica o tattica, i fanatismi di ogni colore preparano il terreno all’illegalità e al delitto politico; e al termine di questa strada ci sono il caos e la dittatura»

LO SGUARDO INEBETITO DEI SOPRAVVISSUTI

Al «Fatebenefratelli», l’ospedale più vicino al luogo della strage di piazza Fontana, una équipe di venti medici, sotto la direzione del professor Fulvio Falcone, opera su circa trenta persone colpite agli arti inferiori e al bacino. I corpi bruciati sono pieni di schegge di ferro, legno e alluminio. Molti hanno le gambe e femori spezzati: la pelle in alcuni casi è diventata un tutt’uno con i pantaloni. Qualcuno è stato portato in ospedale con il soprabito fuso sul corpo. I sopravvissuti hanno tutti lo sguardo inebetito: riescono appena a porgere le mani bruciate al senatore Ripamonti, ministro della Sanità, lì presente.

Giulio Falappi, 62 anni, rappresentante di mangimi di Garbagnate: «Stavo parlando con un amico per presentarlo a un funzionario della banca», racconta, «quando ho visto un lampo. Poi non ho capito più niente. Ho udito soltanto una detonazione potentissima che ho ancora nelle orecchie. Ho visto tanto sangue, ovunque sentivo sangue. Le persone che erano nella sala con me erano tutte piene di sangue».

Felice Bellaviti, 41 anni, agricoltore a Liscate, nei pressi di Milano: «Ho sentito uno scoppio e sono finito a terra», dice, «poi mi sono rialzato e sono fuggito fuori scavalcando due cadaveri. Non avevo più i pantaloni, le gambe erano tutte bruciate, e il sangue mi sgorgava dalla faccia e da un fianco».

Piero Papetti ha invece 55 anni ed è di Quintavalle, in provincia di Milano: «Sono rimasto a terra, bruciato, e con le mani ho spento il fuoco che mi si era appiccicato al vestito. Ho sentito i piedi umidi: le scarpe erano piene di sangue. Ho pensato subito a una bomba; ho prestato soccorso a quelli intorno a me, in particolare a una donna con la faccia tagliata. Ero sporco di sangue che sembravo un macellaio. Ho portato quella signora in una farmacia accanto alla banca, poi sono tornato e sono crollato tra le macerie. Come sto? Ho due schegge nelle gambe, spero di poter camminare presto».

«ESTREMISMO SÌ, MA DI SINISTRA»

«È un delitto gravissimo che ci riporta indietro di diversi decenni», dichiara subito nell’imminenza della strage il questore di Milano Marcello Guida in una rapida conferenza stampa.

«Gli eventi odierni sono gravissimi», continua Guida, «e denunciano la chiara volontà di taluni irresponsabili di determinare non soltanto il panico, ma ben oltre il generico terrorismo. È un delitto che si configura con il reato di strage, cioè crea le premesse per una azione adeguata da parte delle autorità».

Quando nel corso della conferenza stampa viene chiesto a Guida che cosa intenda per «azione adeguata da parte delle autorità», il questore risponde che si riferisce a «una azione proporzionata, a carattere di polizia».

«Questi atti criminali vengono decisi da un gruppo e poi in genere eseguiti da una sola persona», conclude Guida.

Il funzionario di polizia Calabresi si dice certo che la direzione verso la quale indagare sia quella degli estremisti: «Estremismo sì», dice, «ma estremismo di sinistra. A Roma hanno fatto esplodere una bomba al monumento del Milite Ignoto, non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti».

Calabresi ricorda infine i fatti terroristici della primavera 1969, gli attentati alle banche e alla Fiera di Milano: «Trovammo i responsabili», dice, «ed erano anarchici. Arrestammo due coniugi che però non hanno mai confessato e cinque giorni fa sono stati posti in libertà provvisoria in attesa di giudizio. Poi altri quattro che inizialmente si confessarono autori dell’attentato, ma poi ritrattarono».

[Dal quotidiano torinese «La Stampa», 13 dicembre 1969, il giorno dopo la strage]